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1986: Zbigniew Bujak, Polonia

 

Zbigniew Bujak, sindacalista e attivista per la democrazia, ha ricevuto il Robert F. Kennedy Human Rights Award nel 1986 ed è uno dei difensori dei diritti umani di Speak Truth To Power.

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

Partecipazione Politica e Vita Clandestina

"Non facciamoci prendere era il nostro slogan."







Biografia

Zbigniew Bujak, sindacalista e attivista per la democrazia, ha ricevuto il Robert F. Kennedy Human Rights Award nel 1986 ed è uno dei difensori dei diritti umani di Speak Truth To Power.

Bujak (nato nel 1954), oggi membro del Consiglio dei Ministri polacco, ha guidato lo Solidarnosc clandestina nella regione di Varsavia dall'imposizione della legge marziale nel 1981 fino al suo arresto nel 1986. Formatosi come tecnico elettricista e soldato, Bujak è divenuto attivista dell'opposizione nel 1978, quando lavorava nella fabbrica di trattori Ursus. Dopo aver organizzato uno sciopero nel 1980, ha assunto lo guida di Solidarnosc nella Regione di Varsavia (Mazowsze) nel 1981. Sfuggito all'arresto a Gdansk la sera in cui è stata dichiarata la legge marziale, Bujak è tornato a Varsavia di nascosto, dove ha dato vita a una delle più elaborate ed efficaci operazioni segrete mai conosciute. Dopo la scarcerazione per un'amnistia generale, Bujak ha continuato a dirigere Solidarnosc per la regione di Mazowsze fino al 1989. È stato uno dei negoziatori più assidui per Solidarnosc alla "Negoziazione della Tavola Rotonda”; dove lui e i suoi colleghi hanno raggiunto un compromesso pacifico con i comunisti ponendo le basi per la nascita di un governo democratico in Polonia.

L'ondata democratica cominciata in Polonia ha ispirato cambiamenti in Ungheria, Germania Orientale, Cecoslovacchia e infine in tutta la regione. Bujak ha deciso di non candidarsi in quel contesto elettorale, e invece, come Lech Walesa, ha voluto concentrarsi sulle trattative del movimento sindacale. Ha anche preso parte alla vita politica contribuendo alla costituzione del Movimento Democratico Alternativo dei Cittadini - più tardi chiamato Movimento Democratico Socialista – e dell'Unione dei Lavoratori. Eletto al parlamento nel 1991, ha mantenuto lo carica fino al 1997. In questa sede si è espresso eloquentemente in favore dei diritti delle donne e contro l'antisemitismo, suscitando lo collera di molti che, in passato, erano stati suoi accesi sostenitori. È stato Ministro dell'Immigrazione, una delle cariche più importanti nel Governo polacco, fino al suo ritiro dalla politica nel 2002.

Intervista

Noi del Movimento Solidale, anche se non ci eravamo ancora resi conto che l'intervento dell’esercito sarebbe stato così massiccio, avevamo capito che sarebbe stata messa in vigore la legge marziale. Ci siamo preparati-nascondendo il denaro, i macchinari, i documenti - abbiamo nascosto tutto. Il 12 dicembre 1981, il giorno stesso in cui l'Unione Sociale dei Sindacati aveva organizzato una riunione nel cantiere navale di Gdansk, è arrivata la notizia che la ZOMO, un'unità speciale di polizia militare usata nelle lotte di strada, si stava mobilitando. Abbiamo pensato: "È la fine. Anche se potessimo fare qualcosa, in realtà non ci resta che andarcene. Dobbiamo interrompere la riunione del comitato nazionale."

Questa riunione in particolare, era sorvegliata molto da vicino dai servizi segreti. Il cantiere navale di Gdansk era una fabbrica enorme e piena di gente, se avessero fatto irruzione per arrestarci, sarebbe stato quasi inevitabile lo scontro diretto, con conseguenze disastrose. Era sempre stato evidente che il generale Jaruzelski voleva evitare un tale confronto. Aveva schierato massicciamente polizia ed esercito per intimidirci, per paralizzarci con la schiacciante superiorità numerica. Dal punto di vista tattico, era un piano ben elaborato. Comunque hanno preferito aspettare e arrestare in albergo, era più facile. Abbiamo visto l'albergo Monopol circondato dalle forze dell’ordine, che portavano via la gente. Al nostro arrivo, alla reception ci hanno detto che Janusz Onyskiewicz, il portavoce di Solidarnosc, era stato arrestato. Era giunto il momento. Io e Zbyszek Janus, un altro attivista, siamo andati direttamente  dal cantiere navale alla stazione. Da lì Zbyszek ha raggiunto i suoi amici a Gdansk, mentre io quella notte sono rimasto in un monastero; il' giorno dopo, mi sono trasferito in un appartamento. Vedevo i carri armati dalla finestra, che entravano uno dopo l'altro nei cantieri navali. Siamo riusciti a metterci in contatto con quelli del comitato dello sciopero che erano rimasti a Varsavia, per capire se dovevamo unirci a loro, ma ci hanno suggerito di non tornare, dicendo che, anzi, tutti i capi dovevano sparpagliarsi in luoghi nascosti diversi. Mi sono procurato una divisa da ingegnere e ho preso il treno per Varsavia.

A Varsavia, il problema principale era capire chi si stava nascondendo e come mettersi in contatto con loro. Avevo una strategia ben definita. Sono andato dalla famiglia di un amico e ho chiesto loro di mandare i loro vicini da un prete molto fidato di nome padre Nowak a chiedergli di mettersi in contatto con gli altri nascosti. Nowak sapeva già dove si trovava il mio vice, Wiktor Kulerski, era nascosto in una casa privata. Ho incontrato Kulerski quel giorno stesso. Ci ha dato una mano anche un altro prete di una parrocchia vicina. Wiktor poi è riuscito a contattare Ewa Kulik e Helena Luczywo e, a quel punto, il problema era risolto. Insieme alle due donne, potevamo creare un'intera rete clandestina.

Abbiamo organizzato tre diverse strutture. Il comitato editoriale pubblicava e distribuiva sottobanco giornali e volantini - la nostra funzione più importante. Esisteva una struttura separata per tutte le persone che organizzavano le attività di Pularski, di Janus, di Zbigniew Tomaszewski, e le mie. Ognuno di noi doveva avere un gruppo di persone diverse che si occupavano di trovarci case sicure dove vivere, fare le riunioni, e lavorare. Gli altri non sapevano dove vivessimo o chi fossero le persone cui facevamo riferimento. Così che se qualcuno fosse stato preso dai servizi segreti, non sapeva quasi niente, e perdevamo un solo segmento della nostra rete. Ogni mese dovevamo cambiare casa e aspetto. I servizi segreti osservavano il minimo dettaglio, che tipo di cappello, o di cappotto o di borsa portavi. Cambiare continuamente riusciva in qualche modo a depistarli. Mi ricordo che ad un certo punto avevo una giacca che era molto chiara da una parte e molto scura dall'altra, così che potevo girarla e sbottonarla e sembrava un cappotto.

Stavamo in un posto per un mese, avevamo sedici diversi appartamenti a nostra disposizione per spostarci ogni qualvolta ce ne fosse bisogno, erano appartamenti di persone a noi sconosciute. Evitavamo di coinvolgere i nostri familiari o gli altri attivisti. E anche gli amici. Quindi dovevamo fidaci di perfetti estranei. All'inizio temevamo che ci avrebbero venduto al nemico. La taglia era altissima: ventimila dollari e un visto permanente per lasciare il paese. Ma ci hanno traditi una volta soltanto.

"Non facciamoci prendere" era il nostro motto. In Polonia la convinzione comune era che i servizi segreti fossero onnipotenti. L'intero sistema si fondava sul mito della loro "terribile efficienza". Ma quando dopo un anno la gente ha cominciato a rendersi conto che l'opposizione non era stata debellata, e anzi cresceva, seppure in clandestinità, quel mito ha cominciato a sgretolarsi. Questo era il nostro convincimento - rimanere liberi avrebbe compromesso il sistema. E avevamo ragione. Ancor oggi riceviamo telefonate dagli ex agenti della polizia segreta che ci dicono "Lo sai, figlio di puttana, se ti avessimo preso allora ... " per farvi capire che ci portano ancora rancore.

Ci sono due tipi di coraggio. Sono fermamente convinto che per le strategie militari (anche se è un paradosso) non serva particolare coraggio. Io stesso facevo parte dell'esercito e so che è molto più facile puntare, sparare e scappare. Quando leggo dei dissidenti in Russia, mi rendo conto che il "coraggio civile" è molto più arduo. Non so come spiegarlo, ma quando devi prendere una decisione - che sia firmare una petizione o di partecipare a una dimostrazione - e sai che potresti finire in prigione, o giustiziato, o mandato in Siberia per anni, come in effetti è successo ai Russi, questo è vero coraggio. Quando leggo di Mandela in Sud Africa, capisco che ci vuole un coraggio diverso per essere pronti ad affrontare tali imprese.

In politica, si può definire coraggio l'espressione delle proprie opinioni. Sai che potresti perdere degli amici - o che qualcuno della tua famiglia potrebbe voltarti le spalle. A me è successo. Non sono più stato un eroe su tutti i fronti nel preciso istante in cui ho espresso le mie opinioni ad alta voce. Molti mi hanno detto, "Ci hai deluso, ci hai tradito. Pensavamo che fossi dalla nostra parte, i Nazionalisti, avresti potuto essere la nostra guida”. E parecchi antisemiti mi hanno detto: "Pensavamo che fossi un vero polacco, e che avremmo sistemato gli Ebrei e i Comunisti”. E poi gli antiabortisti, quando ho affermato che ritenevo fosse una decisione che spettava alle donne, sono diventato il nemico pubblico numero uno.

Sai, credo che tutti i miei sogni si stiano avverando. Temevo che mia moglie ed io rimanessimo senza figli. Poi quando abbiamo avuto un figlio eravamo al settimo cielo. Se non fosse successo, mi sarebbe rimasto un senso di frustrazione, di amarezza, avrei pensato di aver sprecato la mia vita familiare in nome di qualcosa di astratto. E invece è arrivato. E penso che la Polonia che gli sto lasciando è il miglior regalo che potessi contribuire a creare. Sappiamo che ciò che abbiamo fatto diventerà una leggenda, come la vita dei nostri genitori lo è stata per noi. Ho la sensazione di aver preso parte a un'enorme vittoria: la fine della legge marziale, e poi la tavola rotonda, e ancora il successo di Tadeusz Mazowiecki. Ha prevalso la nostra idea, nel senso di contribuire a realizzare una visione politica più ampia, ed io ne ho fatto parte.

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