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Mozambique - Mozambico
Abubacar Sultan

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

 

 

Bambini Soldato

"Hanno sparato a tutta la famiglia del ragazzo e poi li hanno tagliati a pezzi davanti a lui. Ha condiviso con me i peggiori momenti della sua giovane vita."

 

 

 

 

Biografia

Abubacar Sultan ha attraversato il Mozambico in auto, in mezzo alle atrocità della guerriglia, in luoghi remoti dove non c’erano nemmeno le strade, per salvare i bambini-soldato, piccoli dai sei ai tredici anni, che erano stati costretti a vedere e, in alcuni casi, a commettere a loro volta dei delitti contro la propria famiglia e i vicini. La guerra in Mozambico (1985-1992) ha lasciato 250.000 bambini profughi e 200.000 orfani, mentre altre decine di migliaia venivano costretti ad arruolarsi e a combattere. Gli scontri tra le milizie governative e le guerriglie facevano vittime per lo più tra civili disarmati. In mezzo a tanta brutalità, Sultan è riuscito a formare oltre 500 persone per prestare servizio terapeutico collettivo, ed il suo progetto ha riunito oltre 20.000 bambini con le loro famiglie. Oggi continua a lavorare con i bambini, concentrandosi sulla rieducazione sociale e sui diritti dell’infanzia attraverso la sua iniziativa che va sotto il nome di Wona Sanaka.

Intervista

Quando è cominciata la guerra in Mozambico io stavo finendo il tirocinio da insegnante all’università. I vicini, i parenti, gli amici di coloro che venivano sequestrati, oltre a quelli che erano fuggiti dalle zone del conflitto, portavano notizie delle atroci sofferenze causate dalla guerra.

Verso la fine del 1987, l’Unicef ha stimato che 250.000 bambini erano rimasti orfani o comunque erano stati separati dalle famiglie. Un’alta percentuale di questi bambini erano diventati soldati effettivi, costretti a sostenere un addestramento militare, nonché forzati a combattere. Le fotografie di bambini soldato che erano stati catturati dalle forze governative e di altri che avevano perso la vita combattendo erano sconvolgenti, intollerabili. Non riuscivo a frequentare tranquillamente le lezioni, a insegnare, mentre nel mio paese succedevano queste cose. E ho deciso di fare qualcosa.

Più o meno nello stesso periodo, un orfanotrofio locale aveva ospitato trentacinque bambini catturati durante i combattimenti. Uno psichiatra e un assistente sociale avevano fatto loro alcune domande. Le risposte erano raccapriccianti: intere famiglie rapite, trascinate nella boscaglia, costrette a portare carichi pesanti fino ai campi base militari e poi sottoposte ad abusi di ogni genere. I bambini venivano picchiati, violentati o costretti ad assistere a omicidi e pestaggi, forzati a combattere e spinti ad uccidere a loro volta. Tutto ciò accadeva sistematicamente. Molti bambini mostravano evidenti ferite, ma soprattutto la maggior parte di loro erano traumatizzati.

C’era un bambino di sette anni, che era stato rapito. Lui ha cambiato la mia vita. Quando sono arrivato all’orfanotrofio, era completamente fuori dal mondo. Un giorno era calmo, e il giorno dopo non smetteva di piangere. Alla fine ha cominciato a parlare. Viveva con la sua famiglia quando una notte un manipolo di soldati ribelli lo aveva svegliato, poi lo avevano picchiato e costretto a dare fuoco al capanno dove dormivano i suoi genitori. La sua famiglia aveva cercato di scappare dal capanno in fiamme, e allora li avevano uccisi e fatti a pezzi davanti ai suoi occhi. Non dimenticherò mai le sue sensazioni, perché in qualche modo ero riuscito a farlo aprire e lui aveva condiviso con me i peggiori momenti della sua vita. Le immagini, le brutte immagini che avevo io della mia infanzia, anche di cose più piccole, che mi avevano fatto male, mi erano tornate in mente. A volte cercavo di mettermi nei suoi panni, provando a vivere la sua esperienza. E la sua, non era che una storia tra tante altre.

In collaborazione con Save the Children (Stati Uniti), abbiamo messo a punto un programma per raccogliere informazioni sui bambini che erano stati separati dalle loro famiglie a causa della guerra. La finalità del programma era fornire alle vittime un supporto psicologico e sociale, ma ci siamo subito resi conto di non avere le risorse necessarie. Potevano soltanto aiutare i bambini a lasciare i territori del conflitto per tornare con le famiglie. Andavamo quotidianamente nelle zone di guerra, prendevamo nota di quanti più bambini ci era possibile, e cercavamo di indirizzarli verso le comunità di profughi dislocate nel paese, e ai campi profughi dei paesi limitrofi. Quando ci era possibile li portavamo in ambienti più sicuri.

La maggior parte si trovava sul fronte e lì andavamo noi. In alcuni casi, non eravamo nemmeno autorizzati dal governo, né tantomeno dai ribelli, coi quali per altro non avevamo alcun contatto.
Cercavamo di fornire ai bambini almeno le prime necessità: acqua, cibo e medicine essenziali, nel tentativo di far fronte alla denutrizione, alla malaria, al colera ed alle altre malattie. Ma se un bimbo mostrava ferite da arma da fuoco, oppure era stato mutilato dalle mine antiuomo, allora bisognava occuparci di questo prima di cominciare il vero lavoro. Naturalmente, anche noi eravamo in costante pericolo.

Insomma, non c’era una strada sicura in tutto il paese, perciò l’unico mezzo idoneo per raggiungere quelle zone era l’aeroplano. Ci hanno sparato addosso più di una volta, facendoci quasi precipitare. Ci è capitato di atterrare su lembi di terra cosparsi di mine. Abbiamo avuto parecchi incidenti di volo. Per non farci sopraffare dalla paura, pensavamo alla fortuna che avevamo anche solo ad essere vivi.

Il conflitto in Mozambico è stato unico, nel senso che ha colpito quasi esclusivamente la popolazione civile. Lo scontro diretto tra le forze governative e i ribelli era molto, molto raro. Nella maggior parte di casi, andavano nei villaggi, dentro le capanne, saccheggiavano tutti, ammazzavano tutti, oppure rapivano la gente e comunque rubavano. In tutto ciò prendevano ragazzi e ragazze per addestrarli al combattimento. Quando è finita la guerra abbiamo saputo per certo che le ragazze venivano usate dai soldati come partner sessuali.Dopo pochi anni di addestramento, i bambini diventavano dei perfetti strumenti di morte. Disposti a fare esattamente ciò che avevano visto fare: uccidere a sangue freddo.

Chiunque abbia promosso questa guerra va condannato. È cominciata con una vera e propria psicologia del terrore. La gente rischiava di venire assassinata e dissentiva da qualsiasi cosa la costringessero a fare. O ammazzavi o ti ammazzavano. E questo ha spinto la popolazione a comportarsi così. Bisogna pensare che la vita nei campi dei ribelli era così brutta e così difficile che gli unici ad avere accesso al cibo o alle necessità primarie erano i soldati. Di conseguenza, in quel contesto essere un soldato significava sopravvivere. Questo era quanto.

Spero che un giorno avremo un mondo dove i bambini possano di nuovo essere trattati da bambini e nel quale si possano dare loro tutte le opportunità che meritano come esseri umani… Sai, una volta che hai dato alle persone l’opportunità di esprimere il proprio potenziale, si possono risolvere molti problemi. Il mio paese è un esempio di come la gente è stata capace di usare le proprie risorse nelle circostanze più estreme e difficili. La gente ha davvero una gran capacità di recupero, e in paesi come il mio, questo ha un significato importante. E in questo bisogna credere.

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