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Pakistan
Asma Jahangir e Hina Jilani

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

 

 

Strategie per i Diritti Umani

"Si lotta con la penna, si lotta con gli strumenti della legge, ma contro un potere armato, un potere che non riconosce la legge."

 

 

 

 

Biografia

Negli ultimi vent'anni Asma e sua sorella Hina sono state due figure di spicco dei movimenti per le donne e per i diritti umani. Entrambe, dal 1996, sono oggetto di sorveglianza da parte dello stato ventiquattro ore su ventiquattro. Nel 1980 hanno partecipato alla creazione del Women's Action Forum per aiutare le donne a ottenere il divorzio da mariti violenti. Nel 1981 hanno fondato il primo studio legale femminile del Pakistan e nel 1986 hanno dato vita alla Pakistan Human Rights Commission di cui la Jilani è presidente. Hina è stata minacciata di morte dalle stesse aule del parlamento quando ha chiesto l'abolizione delle norme repressive della shar'ia che contrastano con le norme costituzionali a tutela della donna. Anche la Jahangir ha messo a repentaglio la propria vita nel 1993, quando ha rappresentato in tribunale un giovane quattordicenne analfabeta condannato a morte con l'accusa di aver imbrattato un lato della moschea con graffiti blasfemi. Alcuni musulmani estremisti hanno preso d'assalto il palazzo di giustizia, fracassando l'automobile della Jahangir e aggredendo il suo autista. Una banda di delinquenti armati ha in seguito saccheggiato la casa del fratello della Jahangir e hanno preso in ostaggio la sua famiglia. Nel 1998 la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha nominato la Jahangir relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni sommarie, arbitrarie ed extragiudiziali. Hina Jilani dirige il più grande centro di assistenza legale del Pakistan ed è conosciuta per il suo impegno nella difesa dei diritti delle donne e dell'infanzia e per lo sforzo nel promuovere la tolleranza religiosa. Il 6 aprile del 1999, Samia Imran, una delle clienti della Jilani che voleva il divorzio dopo quattro anni di separazione dal marito, si trovava nello studio legale per un incontro con la madre e lo zio. Questi ultimi, sono arrivati accompagnati da un ex autista che ha estratto una pistola, ha sparato alla Imran uccidendola e per poco non ha ucciso anche la Jilani. La famiglia della Imran riteneva che il divorzio fosse un'onta che si sarebbe abbattuta sulla famiglia e questo giustificava il "delitto d'onore". Il padre della Imran, presidente della Camera di Commercio di Peshawar, attendeva la notizia della morte della figlia nell'albergo lì a fianco. Successivamente ha accusato della morte della figlia la Jilani e la Jahangir. Nel 1988 in Pakistan sono state uccise per "delitto d'onore" cinquecento donne e la Jilani è conosciuta in tutto il mondo per le sue aperte critiche a questa pratica. Sorelle di sangue e nello spirito, sono fonte di ispirazione per tutti noi.
Dal 2000 al 2008 Hina Jilani è stata anche Rappresentante speciale del Segretario Generale dei difensori dei diritti umani presso le Nazioni Unite.

Human Rights Commission of Pakistan

Intervista

JILANl L' attivismo è vitale per coloro che desiderano lottare per i diritti umani. Un difensore dei diritti umani in ufficio è colui che riferisce. Un difensore dei diritti umani sul campo è un soldato di fanteria. Solo noi possiamo fare la differenza. Denunciare queste realtà non è facile. Se passa il messaggio che solo le persone straordinarie possono fare questo lavoro, si rischia che il movimento diventi statico, che la gente si scoraggi e non entri a far parte del movimento stesso. Ecco perché faccio di tutto per sottolineare che siamo solo persone comuni che hanno deciso di lottare per una causa.

Mia sorella Asma e io siamo cresciute in un ambiente in cui si è sempre parlato di diritti umani. Mio padre era un uomo politico a favore dei diritti fondamentali, e ha messo a repentaglio la propria carriera piuttosto di scendere a compromessi su questo argomento. Era anche una delle poche persone che parlava apertamente di tolleranza religiosa, incoraggiando anche gli altri e esprimere il proprio dissenso verso il fanatismo.

Asma e io abbiamo iniziato a lavorare come avvocati in Pakistan negli anni Ottanta, battendoci contro la potestà maritale. Avevamo continuamente a che fare con le vittime del regime. E proprio questa esperienza ci ha condotto al movimento per i diritti umani. Attraverso il nostro lavoro eravamo in grado di dare impulso al movimento. La legge è diventata uno strumento che usavamo in tribunale - tuttavia, considerate che esiste un limite a quello che si può fare con la legge in un paese come il Pakistan, dove lo stato di diritto non gode di nessuna considerazione. La legge è diventata strumento di repressione, piuttosto che strumento di cambiamento. Così i diritti umani ti portano ad operare sia sul piano legale, sia su quello sociale. In effetti non è possibile lavorare alla tutela dei diritti umani standosene isolati - si deve rispondere, reagire all’ambiente in cui si vive. Durante i primi anni del dominio militare, la strategia che avevamo adottato era quella di scendere in strada per renderci visibili, perché a quel tempo i tribunali erano tremendi. E sebbene molte persone avessero paura di scendere in strada, quelle che lo hanno fatto si sono poi unite al movimento.

JAHANGIR Uno degli aspetti principali da considerare è che i diritti umani e lo sviluppo politico sono connessi - non si può chiedere il rispetto dei diritti umani soltanto per una questione specifica. I diritti dell'infanzia, i diritti dei lavoratori coatti, i diritti delle donne, sono tutti parte della nostra lotta. Tutti questi diritti sono stati compromessi dal sistema contro il quale lottiamo, un sistema che, appunto, non riconosce i diritti. Nel 1968, la prima volta che ho organizzato una dimostrazione di donne, ero appena uscita da scuola - avevo sedici anni. La potestà maritale era riconosciuta ovunque e la gente, in realtà, associava la potestà maritale allo sviluppo economico e alla stabilità. Ma, sebbene fossi molto giovane, ero consapevole del fatto che non puoi aspettarti uno sviluppo economico democratico se non consenti alla gente di parteciparvi.

L'approccio giudiziario per noi non era affatto nuovo. Nostro padre era stato soggetto a detenzione preventiva molte volte a causa delle sue opinioni e ogni volta sia era difeso da solo. Una volta ha contestato la norma che impedisce al tribunale di riesaminare i casi di detenzione preventiva. Ha argomentato che doveva esserci una ragione obiettiva, e non arbitraria, per la detenzione. Ha pienamente attribuito la responsabilità al sistema giudiziario sostenendo: "Chi altro potrà valutare il grado di obiettività se ai tribunali stessi si impedisce di farle?" E ha vinto; e quello strumento di repressione governativa è scivolato loro tra le dita.

Durante la guerra tra il Pakistan Occidentale e il Pakistan Orientale, mio padre si è fatto sentire per il rispetto dei diritti dei Pakistani orientali. Insomma, quello è stato un anno particolarmente difficile. Sono stata chiamata in più occasioni figlia di traditore. Un giorno sono uscita con alcune
donne più anziane che mi avevano chiesto di andare con loro perché dovevano distribuire degli opuscoli sui diritti dei Pakistani Orientali. Circa sette di loro se ne stavano ai margini della strada e siccome ero la più giovane mi hanno suggerito: "Distribuisci gli opuscoli ai semafori quando si fermano le automobili". E un uomo, mentre gli tendevo l'opuscolo attraverso il finestrino mi ha dato uno schiaffo. Ecco l'intolleranza.

Quando nostro padre era in prigione, io ero ancora una studentessa e avevo appena compiuto diciotto anni. Un giorno ho organizzato una petizione in suo favore sfidando il governo militare. Siamo stati gli unici, in Pakistan, ad avere il coraggio di dire che un governo militare era un governo illegale. Eravamo persino sorpresi di essere riusciti a farlo. In effetti, quando fai una cosa del genere, non solo cominci a capire quali saranno le tue prese di posizione nella vita, ma cominci anche a capire la società in cui vivi e come funziona, ed è con questa consapevolezza che definisci le tue strategie.

Abbiamo combattuto contro i delitti d'onore per tantissimi anni. Non diventa automaticamente una problematica di richiamo internazionale – bisogna davvero tenere alta la bandiera perché i media, come anche i tribunali, agiscano. Per un attivista dei diritti umani è molto importante avere un buon
rapporto con i media. Loro vogliono la notizia. Qualsiasi cosa tu faccia deve poter diventare una notizia; anche se fornisci loro delle statistiche, devi chiederti se per loro sarà un volto nuovo, una nuova storia. Una nuova storia è una notizia nuova. È stato grazie ai media che i delitti d'onore sono
diventati una problematica di richiamo internazionale e di elevata priorità.

Quando sono diventata relatore speciale delle Nazioni Unite sugli assassinii extragiudiziali, il tema dei delitti d'onore è stato il primo a essere inserito nel mio mandato. Attualmente ho posto l'accento sull'indipendenza del sistema giudiziario. Ecco un esempio. Un giorno una nostra cliente che intendeva avanzare richiesta di divorzio è stata uccisa a colpi d'arma da fuoco, nel nostro ufficio, da un uomo armato incaricato e prezzolato per l'occasione dal padre della giovane (il quale riteneva che il divorzio della figlia avrebbe macchiato il buon nome della famiglia). L'opinione pubblica era
dalla nostra parte. La gente aveva già visto dei film sull'argomento ed era già piuttosto sensibile in merito, e così anche la stampa. Il fatto che il governo evitasse di condannare questo crimine - il pregiudizio era così evidente - e, peggio ancora, che il parlamento stesso si opponesse, è diventato una notizia. Ma la situazione è precipitata. La Camera di Commercio ha proposto una risoluzione che coinvolgeva noi nell'assassinio! I quotidiani hanno dato risalto a questo e ne è seguita una manifestazione contro di noi, nonché aperte minacce. Il governo si è tenuto in disparte, spettatore silenzioso.
In verità hanno aiutato gli assassini, che non sono mai e poi mai stati toccati. In primo luogo il governo ha presentato alla polizia un rapporto informativo contro Hina e me, in un'altra città, in cui si diceva che avevamo ucciso quella ragazza. In secondo luogo hanno chiesto all'intera amministrazione di non arrestare gli assassini. I mandati di cattura non sono nemmeno stati emessi fino al momento in cui - molti giorni dopo che il delitto era stato commesso - i responsabili sono riusciti a procurarsi il denaro per la cauzione. Noi siamo ancora in tribunale per questo. Mentre i veri assassini sono stati dichiarati innocenti dalla polizia.

Ecco, vedete, in un lavoro come questo, si lotta in un contesto molto complesso. Si lotta con la penna, si lotta con gli strumenti della legge, ma contro un potere armato, un potere che non riconosce la legge e che ha un'influenza insidiosa sul governo. Perciò diventa estremamente importante che non sia una lotta individuale. La nascita della Commissione per i Diritti Umani Pakistana nel 1986 ci ha aiutati a focalizzare il nostro lavoro, a dargli una struttura. Oggi in Pakistan posso alzare la voce dicendo: "Questo è sbagliato". Posso farlo perché so di avere dei colleghi che la pensano come me e lavoreranno con me. È importante sostenersi l'un l'altro, poter contare sui punti di forza di ognuno. Vi faccio un esempio. Noi siamo avvocati, così se si presenta un caso lo girano a noi. Ma il rapporto annuale della nostra Commissione per i Diritti Umani viene steso da altri due colleghi (e ritengo che nessuno possa stendere quel rapporto meglio di loro) che utilizzano le loro competenze. Un altro collega è molto abile sul piano dei media e della comunicazione. Così ti ritrovi in prima linea non perché sei quello che fa il lavoro importante, ma perché questo lavoro lo hai condiviso e poi tutto il movimento ha scelto comunque te per l'azione in prima linea. Io mi sento così. Il lavoro di gruppo è assolutamente essenziale. Deve essere dato un riconoscimento a ogni singola persona che ha dato vita al movimento - a tutti quanti.

JAHANGIR Come sorella, divido l'ufficio e lavoro con Hina. Ma ci sono molti argomenti che sono soltanto miei, sui quali non lavoriamo insieme. Faccio le mie cose.

JILANI La rivalità tra fratelli esiste. Ma il punto è che saremo anche sorelle, ma per noi è del tutto secondario. Siamo entrambe indipendenti. Nessuna delle due trae ispirazione solamente dall'altra, ma entrambe siamo ispirate da tutto quello che ci circonda. Io sono una persona molto tranquilla,
ma se c'è una cosa che non posso proprio tollerare è l'ingiustizia. Questo mi fa salire l'adrenalina che mi fa reagire e agire.
L'attitudine al comando comprende l'abilità di concettualizzare gli obiettivi, condividendo le responsabilità e mettendo in moto le cose. L'unico modo per sopravvivere è avere persone che lavorano insieme e che si trasmettono l'un l'altro forza e fiducia. Nessuno di noi è tanto pazzo da non rendersi conto dei rischi; ciononostante, quando è possibile, cerchiamo di mitigarli. Siamo persone normali, dunque, come tutti, avvertiamo la tensione. Ma semplicemente andiamo avanti.

JILANI Gestisco la paura guardandomi attorno e dicendomi che ce l'abbiamo fatta e che riusciremo a farcela di nuovo. È come aver teso un altro ponte. Mi guardo attorno e vedo che anche altri hanno vinto la paura. Non è che io non abbia paura. Ne ho eccome. Non solo per me, ma anche per Asma,
qualche volta. È qualcosa che mi tocca a livello personale. Io non ho figli, ma Asma sì. E poi ci sono i miei fratelli, le sorelle, nostra madre. Tutti loro hanno subito aggressioni. È difficile spiegare come gestiamo tutto questo. Il senso di colpa c'è. Capita. E c'è anche l'ansia - persino più grande del senso di colpa.

JAHANGIR Vi dirò, onestamente, che sono riuscita a vincere la paura. Non è stato facile. Ma ogni volta che avevo paura andavo a casa del direttore della Commissione per i Diritti Umani. Invitavo tutti i nostri amici e ci facevamo quattro risate. Il senso dell'umorismo e il calore delle persone che mi stavano attorno mi hanno aiutata a sopravvivere. Se fossi rimasta da sola, isolata, sarei impaurita. Ma appena vedo sei o sette miei colleghi, è una festa – la paura svanisce. Naturalmente, le nostre famiglie devono pagare un prezzo per il nostro impegno, ma per questo non avverto nessun senso di colpa.
Ci ho pensato molto attentamente. Penso che se domani dovessi morire, i miei figli sarebbero in ottime mani. Hanno un ottimo padre. Hanno tre nonni ancora in vita. Hanno una zia che non è sposata. Ormai sono grandi, i miei figli: 23, 21 e 17 anni. Così in termini di formazione dei loro valori (la cosa che più mi preme come madre), posso considerarli a posto. Devono imparare a vivere in una società molto violenta e brutale. Non c'è garanzia di nulla e i miei figli lo capiscono e questo mi fa piacere. Sono molto preoccupati per me. Ho dovuto metterli a sedere e spiegare loro tutto e a volte anche sdrammatizzare dicendo: "Bene, ora vado a fare l'assicurazione sulla vita, così quando muoio diventerete dei ragazzi ricchi". Hanno dovuto affrontare traumi psicologici, ma li hanno gestiti bene. Questo li ha resi più forti.

Una volta sette uomini armati sono hanno fatto irruzione a casa di mia madre (dove vive Hina), per uccidere me e i miei figli. Hanno preso in ostaggio mio fratello, mia cognata, mia sorella e i loro bambini. Hina per fortuna era appena uscita di casa con mia madre. Scherziamo sempre con lei dicendo che è stata un'oretta da spalmare sul pane. Ma è stato terrificante. Lì sì che ho veramente temuto per la mia famiglia, sono stata malissimo.

E ho apprezzato molto che, soprattutto mio fratello e mia sorella, pur non essendo attivisti dei diritti umani, non mi abbiano mai detto "Rinuncia". Mai e poi mai hanno detto che il pericolo che avevano corso era colpa mia. Questo è stato per me una vera e propria fonte di energia. Mi hanno fatto sentire orgogliosa. Come possono essere così gentili? Così comprensivi? Mi dà tanto coraggio sapere che al mondo esistono persone come loro.

Il pericolo è reale. A volte devo dire ai miei colleghi della Commissione per i Diritti Umani "Defilati e occupa un posto in secondo piano". Su questo ci capiamo perfettamente, perché io sono già in pericolo sia che ci fermiamo sia che andiamo avanti. Allora perché mettere in pericolo un'altra persona?

JILANI Non ho mai provato un senso di futilità – mai - perché ritengo che quello che facciamo abbia valore. In tutti questi anni di lavoro i piccoli successi hanno avuto un grande valore. Possono essere pochi e rari, ma il fatto importante è che sono significativi. Sentiamo che c'è qualcosa, una luce alla fine del tunnel. E abbiamo visto quella luce tante volte.

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