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Spain - Spagna
Baltasar Garzón

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

 

 

Diritto Internazionale

"Pare che i problemi del mondo siano soltanto quelli che vedi in televisione e poi continui la cena e dopo vai a letto... Non possiamo dire: 'Mi occupo soltanto di ciò che accade nel mio paese, mentre ciò che accade oltre confine non mi riguarda'."

 

 

 

 

 

 

 


Biografia

La carriera del giudice Baltasar Garzón è costellata di cause intentate contro nemici potenti, come la corruzione del governo, il crimine organizzato, i terroristi, le unità governative antiterrorismo e i signori della droga. Nel 1973, in Cile, Augusto Pinochet aveva messo a segno un sanguinoso colpo di stato militare ai danni del presidente socialista democraticamente eletto Salvador Allende. Il dominio del terrore che ne era seguito, aveva significato diciassette anni di macroscopiche violazioni dei diritti umani, tra le quali un numero impressionante di esecuzioni sommarie e di persone scomparse, i tristemente noti desaparecidos.
Garzón ha fatto storia, quando, nell’ottobre 1998, ha colto l’occasione di incriminare Pinochet in Europa, mentre il generale si trovava in visita a Londra. Garzón lo ha perseguito legalmente, con estrema accuratezza e altrettanto coraggio, nonostante le pesanti pressioni che gli venivano sia dall’interno del paese che dall’estero. Alla fine – a seguito della decisione di Jack Straw, Ministro degli Interni Britannico – a Pinochet è stato concesso di rientrare in Cile a causa delle sue precarie condizioni di salute. Ma la campagna a favore della giustizia promossa da Garzón ha creato un precedente significativo: ora i capi di stato sanno di poter essere processati per crimini come la tortura e il genocidio; sanno che nessuno è al di sopra della legge, e che l’immunità assoluta non si estende ai reati contro l’umanità. Altri paesi hanno prontamente seguito l’esempio di Garzón. L’ex dittatore del Chad, è stato posto sotto accusa dai tribunali del Senegal per complicità in atti di tortura. I dittatori di tutto il mondo si guardano bene dall’intraprendere viaggi all’estero per timore che il lungo braccio della giustizia possa ghermirli. Il lavoro di Garzón ha ridato speranza alle migliaia di vittime del regime di Pinochet, nonché a tutti coloro che, ovunque nel mondo, hanno sofferto per mano dei dittatori. Il mondo non sarà più un luogo troppo sicuro per questi tiranni.
Recentemente è stato messo sotto accusa per le sue investigazioni sui crimini commessi durante gli anni del franchismo.

Intervista

In Spagna, per diventare giudice bisogna frequentare cinque anni di giurisprudenza, poi si sostiene un esame particolare, e infine si segue un corso di perfezionamento. Sono diventato giudice il primo di dicembre del 1980. Avevo da poco compiuto ventiquattro anni. Ora sono dodici anni che faccio parte del tribunale nazionale. Mi occupo di crimine organizzato, di terrorismo, di traffico di stupefacenti, di estradizioni, di contraffazioni, di corruzione, di crimini commessi all’estero sui quali però la Spagna ha competenza – ad esempio il genocidio e la tortura, come nei casi dell’Argentina e del Cile – e poi di crimini commessi ai danni di organismi nazionali ed internazionali, quali regni o governi. Per un anno mi sono anche occupato di politica, nel 1993, quando ho ricoperto la carica di capo del Programma Nazionale Contro il Traffico Illecito di Stupefacenti.
Il mio è un lavoro pericoloso soprattutto in materia di terrorismo, di controterrorismo - che poi significa terrorismo di stato o squadroni della morte - e di terrorismo organizzato. Ho dovuto emettere ordini di custodia cautelare diretti al vice ministro degli Interni e ai capi dei reparti di polizia antiterrorismo. Ho anche dovuto procedere l’accusa di corruzione contro alcuni comandanti dei reparti di polizia antidroga, della polizia civile. Qui in Spagna, mi occupo prevalentemente di
terrorismo, di terrorismo politico, di atti terroristici nella lotta per l’indipendenza, di terrorismo islamico. E più che altro del terrorismo dell’ETA, l’organizzazione basca a nord della Spagna.
Ho ricevuto numerose minacce di morte, ma ormai ci sono abituato. Le minacce non mi hanno mai fatto cambiare idea. Una volta, quando ho aperto un fascicolo su casi di controterrorismo (gli squadroni della morte) mi sono sentito veramente sotto pressione. Qualcuno è entrato in casa mia e ha lasciato una buccia di banana sopra il mio letto. Era un avvertimento di stile mafioso, volevano che fossi consapevole del fatto che avrebbero potuto fare qualunque cosa alla mia famiglia. Se erano potuti entrare nel luogo più intimo di casa mia, la camera da letto, significava che potevano entrare indisturbati ovunque.
Nonostante le pressioni, per me è chiarissimo il fatto che ho un lavoro da svolgere. Il resto è marginale. Non posso permettere a queste cose di cambiare la mia vita. Sono dove sono perché l’ho
voluto. Questo genere di problemi fanno parte del lavoro. La mia intera educazione è stata segnata dall’idea che sia nel bene che nel male si debbono affrontare i problemi, mai sfuggirli. Abbiamo delle ottime leggi, molto solide, sia nazionali che internazionali. Eppure sembra che nessuno le applichi. Pare che i problemi del mondo siano soltanto quelli che vedi in televisione, e poi continui la cena e dopo vai a letto. Non possiamo dire: “Mi occupo soltanto di ciò che accade nel mio paese, mentre ciò che accade oltre confine non mi riguarda”. Il concetto fondamentale è che le vittime, coloro che subiscono gli effetti dei crimini contro l’umanità, hanno bisogno di protezione.
Le massicce violazioni dei diritti umani, internazionalmente riconosciute, devono essere perseguite a livello universale. I diritti umani internazionali hanno giurisdizione universale. Il problema è, piuttosto, voler applicare o meno le leggi internazionali.
Mi ha sempre sbalordito il fatto che gli uomini politici continuino a redigere convenzioni internazionali. E poi, quando viene il momento di applicare una di queste leggi, dicono: “il problema è che l’applicazione di questa norma potrebbe minacciare la nostra stabilità economica o politica”. E allora? Creiamo le leggi per applicarle oppure no? È stupefacente come non ci sia alcun disagio quando si parla di diritti umani. Ma ce n’è moltissimo quando si parla di giudici, o comunque quando si comincia a parlare di processare qualcuno che ha violato i diritti umani. Se coloro che detengono il potere politico sostenessero il concetto di trasparenza allora la democrazia, il sistema politico e anche l’economia ne risulterebbero rafforzati. Ma temono di venire chiamati in giudizio, perciò non vogliono un ordinamento giudiziario internazionale che abbia un potere effettivo. Ecco perché gli Stati Uniti, ad esempio, non ratificheranno lo Statuto del Tribunale Penale Internazionale. I leader mondiali non dovrebbero temere di accettare la giurisdizione di un tribunale che persegue solamente i crimini contro l’umanità o altri crimini internazionali. Non hanno problemi ad accettare la globalizzazione economica o la possibilità che le persone circolino liberamente da uno stato europeo all’altro. E l’Europa non ha problemi a sottoscrivere una restrizione normativa nei confronti dell’immigrazione. Sono consapevoli del fatto che alcuni crimini sono transnazionali e che comunque influiscono sull’umanità in generale. Ma allora che problema c’è a giudicare questi crimini?
Ci diamo lustro creando norme e strutture, ma poi pretendiamo che queste norme non vengano applicate a noi. Sin da Norimberga abbiamo cambiato direzione per non applicare le leggi. In Cambogia non sono state applicate per via della Cina. In America Latina non sono state applicate per via degli Stati Uniti e in Sud Africa per via del Regno Unito. Adesso, finalmente, sta emergendo una nuova coscienza sulla scia delle atrocità viste in Ruanda e in Bosnia. Le denunce e l’attivismo delle organizzazioni non governative come Amnesty International e Human Rights Watch contribuiscono a questa presa di coscienza. Perciò, quando tali casi si sono presentati a persone come me, abbiamo pensato: abbiamo gli strumenti, perché non usarli? Una magistratura indipendente può trarre profitto dall’uso degli strumenti legali che ha a disposizione, può svilupparli e in tal modo fornire aiuto alla società.
I principi internazionali devono essere applicati. È possibile incarcerare i responsabili di una gran quantità di violazioni dei diritti umani. Il presidente del Ciad è stato incarcerato in Senegal con l’accusa di tortura. In Italia sono state avviate le indagini sui crimini commessi a Roma in occasione del tentato omicidio dell’esule cileno Bernardo Leighton. Ci sono stati spettacolari avanzamenti, come la decisione della Camera dei Lords, in Inghilterra, di non riconoscere a Pinochet l’immunità assoluta. La comunità internazionale, grazie a questo caso, ha ora accettato la validità del principio di giurisdizione universale. Quattro anni fa, quando avevo appena iniziato a occuparmi di questi casi, la giurisdizione era un vero ostacolo. A dire il vero avevamo appena intrapreso questo cammino. Ora, nelle università e nei forum internazionali la gente riconosce che possiamo usare tutte le leggi che sono state approvate e che non sono mai state utilizzate. Ora sappiamo che possiamo usarle.
Quanto tutto ciò si troverà nei libri di storia, il modo in cui questi casi sono stati gestiti diventerà una pratica standard nell’applicazione del principio di giustizia universale e nel modo di perseguire i crimini di genocidio, di tortura o nelle sparizioni forzate.
Sarà semplicemente una questione di vittime, di responsabili delle violazioni e di applicazione della legge. Ci sono persone che a tutt’oggi ritengono che questo sia un problema politico ed economico in grado di danneggiare le relazioni tra un paese e l’altro. Ma tra pochissimi anni tutti diranno quello che realmente è: è chiaro che si trattava semplicemente di una questione di legge. I leader
politici affermano di essere interessati a sostenere la legge e, contemporaneamente, quando si tratta di diritti umani insistono a scendere a compromessi. Così pare che la responsabilità di introdurre degli avanzamenti nel campo dei diritti umani spetti sempre alle folli madri di Plaza de Mayo, o a quei pazzi studenti di Tienanmen, o alle donne marocchine o giordane che rivendicano la parità dei sessi o alle donne iraniane che non vogliono coprirsi il volto. Mentre i leader dimenticano molto rapidamente le loro responsabilità, e con la stessa rapidità dimenticano le vittime.
Essere coraggiosi significa essere onesti con se stessi ed essere in grado di andare oltre le tue paure. C’era un giudice siciliano, Giovanni Falcone, che per me era la personificazione dell’indipendenza.
È stato ucciso nel 1992 per la sua dedizione alla giustizia.
È stato allora che il governo italiano ha capito di dover lottare contro la mafia. Quando vedi persone cosi straordinariamente coraggiose comprendi quanto sia importante lo stato di diritto. Devi dare alla società qualcosa in cambio di quello che lei stessa ti dà.
Questa è una filosofia di vita. Ed è anche molto duro, difficile.
Nonostante tutto, questo è quello che devi fare. A volte è difficile da sopportare.

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