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United States - Stati Uniti
Bobby Muller

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

 

 

La Messa al Bando delle Mine Antiuomo

"Di questioni mirali ce ne sono tante, ovunque, per non parlare delle ingiustizie, ed esiste almeno un’organizzazione per ogni argomento possibile in questo senso. Ma la differenza sta nell’avere agganci politici. E noi abbiamo avuto un senatore che ha dato di matto."

 

 

 

 


Biografia

Nel 1969 il tenente Bobby Muller ha condotto un attacco su una collina in Vietnam, quando una pallottola lo ha colpito alla schiena e gli ha leso lo spina dorsale. Muller è miracolosamente sopravvissuto. Ma la vera tragedia è cominciata nel momento in cui Muller è tornato negli Stati Uniti ed è stato confinato in un decrepito ospedale per veterani. Durante il  suo primo anno di degenza, si sono suicidate otto persone solo nel suo reparto. L'esperienza che ha vissuto in questo posto  lo ha spinto a diventare leader nella difesa dei diritti dei veterani. Anni dopo, a capo della Fondazione dei Veterani Americani in Vietnam, Muller è andato in Cambogia dove ha potuto constatare l'impatto devastante delle mine antiuomo sulla popolazione locale. Allora si è dedicato a questa nuova causa con particolare energia e determinazione, tanto che nel 1977 il suo impegno, insieme a quello degli altri fondatori della Campagna per la Messa al Bando delle Mine Antiuomo, gli è valso il Premio Nobel per la Pace. Nonostante questo successo, Muller è il primo a far notare che il compito più inquietante e tuttora da portare a termine è quello di rimuovere le mine già piazzate. Le mine antiuomo uccidono o feriscono ventisei mila donne, uomini e bambini ogni anno, anche dopo che il conflitto è terminato da anni e i soldati sono tornati a casa. Oggi, Muller continua a richiamare l'attenzione mondiale sul grave problema degli effetti della guerra sui civili.

National Veterans Legal Services Program

Intervista

Abbiamo una straordinaria capacità di negarci la realtà. Ognuno di noi sa che morirà. Ma probabilmente sarebbe troppo tremendo per la maggior parte di noi vivere ogni giorno con la costante consapevolezza che potrebbe essere proprio oggi, quel giorno. E così lo neghiamo. Quando avevo ventitré anni mi hanno sparato e sono rimasto cosciente abbastanza a lungo da rendermi conto di cos'era accaduto, da sentire la vita che mi abbandonava. Mentre perdevo conoscenza pensavo: "Non ci posso credere, sto morendo. In questo posto di merda, io sto morendo”. Quando mi sono svegliato, ero su una nave ospedale, in terapia intensiva. Avevo così tanti tubi che mi uscivano da tutte le parti che mi sembrava strano di non essere morto davvero. Avevano scritto sulla cartella medica che solo un minuto dopo non ci sarebbe stato più niente da fare - la pallottola mi aveva fracassato entrambi i polmoni. Sono stato fortunato - la nave che passava davanti alla costa era la prima che si fosse spinta così a nord, e stava tornando indietro, a sud, verso Danang. lnsomma, mi era capitato un altro miracolo. Quando devi veramente guardare in faccia il fatto di essere mortale, qualcosa cambia. La mia reazione è stata di gioia per aver avuto una seconda possibilità. E non dimenticherò mai quando il dottore è venuto a dirmi: "Ci sono buone e cattive notizie. Siamo abbastanza sicuri che vivrai - ma resterai paralizzato”. Mi ricordo perfettamente di aver detto: "Non fa niente. Va bene così. Sono qui. Sono qui”.

Sono stato un ufficiale dei marines, in fanteria. Ero un Dio: decidevo chi stava di guardia, chi usciva per primo e questo e quello e quell’altro. E da essere un Dio a essere un qualsiasi pezzo di merda - ero, diciamo, stordito. La prima volta che ho pianto in assoluto è stato entrando all'ospedale dei veterani. Era una struttura fatiscente - sovraffollata, puzzolente e con scarso personale - alla fine dell’ottocento era un orfanotrofio.

In queste situazioni si arriva a un bivio. O si dice no e si scaccia il problema oppure si viene travolti e distrutti. Ognuno reagisce in modo diverso. Molti veterani avevano riportato ferite che non pregiudicavano la vita in sé. Ma il problema era la perdita. Nel mio reparto si sono suicidati in otto. Se hai diciott'anni e hai sempre pensato di fare un lavoro manuale, essere improvvisamente disabile ti nega quella prospettiva. Allora ti arrendi oppure ti incazzi e ti metti a lottare. Quando passi questa linea, e diventi un attivista, non ti intimorisci facilmente. Se ti respingono, continui a marciare a testa bassa senza fermarti.

Mi stupisco ancora se penso a quando ho cominciato. Stavo lì ad aspettare che qualcuno facesse qualcosa per i veterani del Vietnam, ma nessuno ci pensava minimamente. Allora, nel 1978, nove anni dopo il mio ritorno dal Vietnam, ho detto: "Adesso la storia la racconto io”. Credevo che bastasse tirare fuori la storia e mettere in evidenza l'ingiustizia perché il governo rimediasse. Ero ancora così ingenuo da pensare che, se racconti i fatti, la società attenta e fondata su solidi principi ti dà delle risposte. E lì ho capito che le cose non succedono solo perché ti metti a parlare di argomenti come l'equità e la giustizia. Ci vuole molto più di questo. Ti serve il coinvolgimento politico. È stata una lezione importante. Ma ho anche capito che in questa nostra democrazia le opportunità ci sono, così come ci sono i mezzi. È come per la campagna contro le mine antiuomo. Quando mi sono reso conto di cosa fossero veramente questi ordigni, ho anche capito le conseguenze devastanti che avevano, non soltanto per le vittime, ma anche per le nazioni in cui erano state usate, perché andavano ad aggravare ulteriormente situazioni estremamente precarie. Non ho avuto dubbi sul fatto che potevamo ottenere che la comunità internazionale le vietasse, insieme al gas venefico, alle pallottole dum-dum, e agli armamenti cui l'intero mondo dice di no.
Ma far dire di no agli Stati Uniti è stato un arduo cammino.

Siamo andati a cercare le alte cariche militari in congedo, Shwartzkopf, il generale Jones, ex presidente dei Capi di Stato Maggiore, e il generale Galvin, e abbiamo ottenuto che scrivessero una lettera aperta al presidente - un'intera pagina sul New York Times. Non bisogna avere per forza le radici come gli alberi per muovere le montagne. Ho imparato anche questo fin da principio. E quando siamo tornati nel '92 ci siamo detti che avremmo fatto qualcosa anche per le mine antiuomo. Siamo andati dal più potente membro del Congresso che conoscevamo, il senatore Patrick Leahy del Vermont. Era il responsabile degli stanziamenti per le operazioni all'estero, e lui personalmente ci ha assicurato che gli Stati Uniti avrebbero dichiarato fuori legge il traffico delle mine antiuomo. Leahy ha anche usato la propria influenza con il presidente, tanto che Clinton si è rivolto all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite dicendo: "Dobbiamo vietare questi ordigni”.

Questo dimostra il peso che hanno gli agganci politici. Possiamo anche parlare di una questione morale, ma sai, di questioni morali ce ne sono tante, ovunque,  per non parlare delle ingiustizie, ed esiste almeno un'organizzazione per ogni argomento possibile in questo senso. Ma la differenza sta nell'avere agganci politici. E noi abbiamo avuto un senatore che ha dato di matto. Un sacco di gente che conosco al Senato mi ha detto: "Senti, Bobby, ho firmato quell'accidente di un disegno di legge solo per togliermi di torno Leahy; che non mi lasciava in pace." A questi signori non gliene frega un cazzo delle mine antiuomo - è stata solo l'insistenza di Leahy che li ha costretti a dire: "E va bene, dai, ti firmo il disegno di legge”.

Una delle cose che mi ha fatto incazzare veramente quando ci hanno dato il Premio Nobel per la Pace è stata che i media hanno reso tutto così romantico, perché la gente si sentisse bene-ispirata. Stronzate. Era come se fossimo la principessa Diana, c'era un trattato internazionale, ci davano il premio Nobel ed era fatta, fine della questione. Ma aspetta un attimo - non abbiamo ancora reso universale questo trattato.

E comunque le mine antiuomo sono totalmente passate di mente a chiunque. Ma abbiamo ancora bisogno che gli Stati Uniti firmino questo trattato perché ci sono altri paesi che devono aderire e non aderiranno prima degli Stati Uniti: la Cina, la Russia, l'India, il Pakistan.

Per me il coraggio è nuotare contro corrente. Affrontare le avversità. Avere la volontà di esporsi alla derisione o anche al fallimento. Bisogna essere consci di correre dei rischi e che si potrebbe anche perdere - allora andare avanti è un atto coraggioso. Agire alla cieca non è coraggio. La perdita non riguarda solo la reputazione o il denaro, piuttosto si tratta di mettere a repentaglio la propria incolumità, o addirittura la propria vita. Allora, se comunque ti butti in mezzo e affronti i pericoli e le minacce, c'è qualcosa di grande. Non è che lo fai perché poi ti applaudono per la strada o ti danno un premio, ma lo fai perché è giusto.

Il mio sogno per il futuro è di dare un contributo autentico nell'arginare i conflitti. Non sono un pacifista. Ho ucciso delle persone e lo rifarei se fosse necessario. Ma c'è differenza tra un combattimento tra soldati e un massacro di civili. Le guerre sono cambiate profondamente. Adesso l'obiettivo della violenza sono gli indifesi, gli innocenti e non i militari. Questo non è assolutamente accettabile. Se non riusciamo ad ottenere che la gente si senta indignata per le stragi di innocenti che ancora continuano, allora è ancor più remota la possibilità di far capire cosa sia veramente un conflitto. Perché tanti pensano ancora che la guerra sia quella di Salvate Il Soldato Ryan. Fa schifo anche quella, però almeno è soldato contro soldato. Questo è il cinquantesimo anniversario della Convenzione di Ginevra, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma quelle non sono leggi di guerra - sono suggerimenti. Una legge richiede una punizione per chi la infrange. Bisogna poterci contare. Le mine antiuomo, dal momento che l'ottanta percento delle loro vittime sono vittime innocenti, illustrano fin troppo bene cosa sono diventati i conflitti - una violenza che non distingue tra militari e civili.

Sai, noi viviamo piuttosto isolati dalla profonda disperazione, dal dolore e dall’angoscia e da chissà cos'altro succede fuori dal nostro nucleo. Per questo ci tengo così tanto a cercare di far cambiare le leggi e di renderle efficaci - è perché credo che non si debba permettere che genocidi come quello della Cambogia, o del Ruanda, si possano ripetere. Lasciare che degli innocenti vengano massacrati ai livelli che vediamo ancora oggi è molto al di sotto del livello di condotta umana che dovremmo tenere. E l'intera comunità mondiale dovrebbe semplicemente dire che questa non è una condotta tollerabile. Perché se la tolleriamo diventa un terreno fertile per i semi della distruzione. E un giorno quella follia potrebbe girare l'angolo e arrivare proprio accanto a casa tua.

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