Sudafrica
Desmond Tutu

Foto di Eddie Adams
Riconciliazione
"Abbiamo un Dio che non dice: ‘Oh… poverino!’ No, Dio dice, ‘Alzati’. E Dio ci toglie la polvere di dosso e poi dice: ‘Prova di nuovo’."
Biografia
Il lavoro dell’Arcivescovo Desmond Tutu nell’affrontare il bigottismo e la violenza dell’apartheid in Sud Africa gli ha fatto ottenere il Premio Nobel per la Pace nel 1984. Nato nel 1931 a Klerksdorf, si è laureato all’Università del Sud Africa nel 1954 ed stato ordinato sacerdote nel 1960. Ha studiato e insegnato in Inghilterra e in Sud Africa, e nel 1975 è stato nominato diacono della Cattedrale di St. Mary a Johannesburg, il primo nero sudafricano a ricoprire quella carica. Nel 1978 è diventato il primo segretario generale di colore del Concilio delle Chiese Sudafricane. Poiché si esprimeva apertamente contro i mali dell’apartheid ha ricevuto numerose calunnie dai nemici, ma anche dagli amici, dalla stampa e dai politici, eppure, grazie al suo straordinario patriottismo e al suo impegno verso l’umanità, alla sua visione, e fondamentalmente alla sua fede, ha perseverato. Nel 1994, dopo le prime elezioni democratiche e non razziali in Sud Africa, che hanno messo fine a ottant’anni di dominio della minoranza bianca, il nuovo parlamento ha creato la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, designando Tutu come leader, per affrontare fermamente anche se con dolore le brutalità del passato. La sua fede nell’Onnipotente è credere nel Verbo che si fa carne; è credere che la battaglia per il bene si possa vincere o anche perdere, ma che per sconfiggere il male che ci circonda non bastino le sole preghiere, si debba agire concretamente.
The Desmond Tutu Peace Centre
Intervista
C’è un alto tasso di disoccupazione in Sud Africa che contribuisce pesantemente ad aumentare il crimine. Ciò crea un circolo vizioso perché il crimine tende a scoraggiare gli investitori stranieri, e allo stesso tempo non ci sono abbastanza investitori stranieri per dare una svolta significativa all’economia affinché si possano davvero abbattere gli orrendi strascichi dell’apartheid – la mancanza di alloggi, la carenza di istruzione, una sanità disastrata.
A voler essere pittoreschi, si può dire che prima dell’aprile 1994 c’erano un uomo e una donna che vivevano in un tugurio. E adesso, a quattro anni dalla svolta, lo stesso uomo e la stessa donna continuano a vivere in un tugurio. Si potrebbe concludere che la democrazia non abbia cambiato nulla nella vita materiale, ma sarebbe un approccio superficiale.
I cambiamenti ci sono. Per il governo sono cambiate molte cose, nonostante le risorse limitate. Il miracolo del 1994 continua a esistere nonostante le numerose restrizioni che contribuiscono all’instabilità. Ora vengono fornite cure mediche gratuite ai bambini fino a sei anni di età e alle madri in gravidanza. È garantita l’istruzione elementare e nelle scuole i pasti sono gratuiti. Ma il cambiamento più importante è qualcosa che chi non ha mai vissuto la repressione non può capire fino in fondo – cosa vuol dire essere liberi. Io sono libero. Come posso descriverlo a voi che siete sempre stati liberi? Adesso posso camminare dritto con le spalle aperte e sentirmi fiero, perché nessuno può calpestare la mia dignità. Ho un presidente che amo e che tutto il mondo ammira. Ora vivo in un paese i cui rappresentanti non devono nascondersi di fronte alla comunità internazionale. E la nostra nazione viene accettata all’estero in ogni campo, anche nello sport e così via. Alcune cose sono cambiate in modo significativo, altre no.
Quando sono diventato arcivescovo, nel 1986, era uno scandalo che io andassi a Bishopscourt, la residenza ufficiale dell’arcivescovo anglicano di Cape Town. Adesso viviamo in un villaggio che prima era esclusivamente dei bianchi, e nessuno storce il naso. È come se fosse sempre stato così. Prima le scuole erano rigidamente divise secondo le razze. Ora sono miste. Sì, i bianchi spesso si possono permettere scuole private. Ma le scuole statali, che prima erano separate, ora non lo sono più. Adesso si vede una popolazione scolastica che riflette la demografia del paese.
Ero a favore delle sanzioni internazionali e di conseguenza la comunità bianca mi considerava l’uomo che più preferiva odiare. Dicevano: “Le sanzioni nuoceranno ai neri”. Eppure il Sud Africa prosperava per la maggior parte sul lavoro sottopagato, usando l’iniquo sistema del lavoro migratorio, per il quale i neri vivevano in ostelli per soli uomini undici mesi all’anno. Persino i miei sostenitori erano ambivalenti sul mio conto. E così vedevi scritte sui muri tipo: “Ero un anglicano finché non ho messo Tu e Tu insieme”. Oppure questa, molto divertente: “Dio ama Tutu” e continuava: “Dio dev’essere pazzo”. Se gli sguardi uccidessero, io sarei morto parecchie volte. Quando salivo su un aereo a Johannesburg, o su un treno a Cape Town, le occhiate che ricevevo avrebbero fatto inacidire il latte.
Ho ricevuto minacce di morte, ma questo me l’aspettavo. Se si sceglie la lotta, si sa di diventare un bersaglio. In battaglia si prevedono anche delle perdite. Ma fanno parte del gioco.
Solo quando hanno messo di mezzo i miei figli mi hanno fatto infuriare veramente. Finché minacciavano me, poteva andare. Ma non hanno avuto un minimo di decenza. Sapevano che non avevo risposto io al telefono, né mia moglie, che parlavano con un bambino. Avrebbero potuto riattaccare, oppure dire: “Mi passi tuo padre, o tua madre?” Ma non l’hanno fatto.
Una delle minacce è arrivata da un gruppo chiamato “White Commando”. Hanno detto che se non avessi lasciato il paese entro una certa data, si sarebbero visti costretti a fare a meno di me. Siamo andati alla polizia, che ha mostrato un certo senso dell’umorismo. Uno ha detto: “Arcivescovo, ci faccia un favore, perché quel giorno non se ne rimane a letto?”
La mia famiglia deve aver pensato che sarebbe stato sleale chiedermi di cambiare. Una volta ho chiesto a Leah, mia moglie: “Vuoi che me ne stia tranquillo?” Non mi sono mai sentito più appoggiato di quando lei mi ha risposto: “Preferiremmo essere infelici con te a RobbenIsland (l’isola sudafricana dove c’era la prigione per i detenuti politici), piuttosto che saperti infelice del pensare di essere libero (nel senso che mi sentirei sleale verso ciò che considero la mia chiamato da Dio)”. Qualunque altra cosa avrebbe avuto il sapore della cenere. Sarebbe stato vivere una menzogna. Non c’è motivo per vivere così. Presumo che avrei potuto prendere parte alla lotta anche da una posizione meno preminente. Ma Diomi ha preso, come si dice “per la collottola”, come Geremia, che trovo un personaggio molto interessante perché diceva, lamentandosi: “Dio, mi hai ingannato. Avevi detto che sarei stato un profeta. E tutto quello che mi fai fare è dire parole di sciagura e di giudizio e di critica contro la gente che amo tanto. Eppure se cerco di non dire le parole che tu vuoi che dica, esse diventano fuoco nel mio petto e non riesco a tenermele dentro”.
Adesso non si può quasi credere che sia lo stesso paese. I benefici dell’uniformazione sono molto, molto grandi. Adesso è quasi il contrario di prima. Intendo per strada, la gente si ferma per darti la mano e parlare. Quando abbiamo scoperto che avevo il cancro, ho ricevuto biglietti d’auguri di pronta guarigione dai quartieri più disparati. Una volta una donna bianca ha voluto portarmi le borse e qualcuno della sua famiglia si è alzato per lasciarmi il posto. È un cambiamento, sì, sembra quasi di essere in un altro paese.
La nostra nazione sapeva che c’era molto da scegliere. Non potevamo prendere la strada del processo di Norimberga perché non avevamo una netta distinzione tra vincitori e vinti. Potevamo però optare per un’amnistia generale e dire mettiamoci una pietra sopra. Non abbiamo scelto neanche questo. E non abbiamo neanche scelto la strada della vendetta, ma quella dell’amnistia individuale, offrendo libertà in cambio di verità. Le persone coinvolte dovevano chiedere perdono pubblicamente durante delle sessioni apposite, in modo che sia i diretti interessati che il mondo intero venissero a conoscenza di quando era realmente accaduto. Il processo di transizione è molto instabile, fragile, dovevamo tenerne conto. Continuavamo a ripetere che cercavamo la stabilità, ma che doveva essere fondata sulla verità, per concludere questa fase il più velocemente possibile.
Non bisogna aver paura trovandosi di fronte le persone che hanno commesso degli errori nei nostri confronti. Perdonare non significa diventare uno zerbino su cui la gente può pulirsi le scarpe. Nostro Signora ha perdonato tanto. Ma ha anche affrontato quelli che si ritenevano virtuosi, ma si comportavano in maniera orrenda, e li ha chiamati “generazione di vipere”.
Il perdono non è fingere che le cose non siamo quelle che sono. Il perdono è riconoscere che effettivamente sono successe cose tremende. Il perdono non è cercare di camuffare le crepe, che poi è quello che fa la gente quando dice: “mettiamoci una pietra sopra”. Perché loro non lo faranno. Loro hanno l’incredibile capacità di tornare sempre a tormentarti. Il perdono significa che chi ha subito e chi è colpevole devono essere consapevoli che è accaduto qualcosa. E per questo è necessario che si affrontino. C’è chi dice che non si dovrebbe essere così rudi. Ma certe volte bisogna esserlo, altrimenti ci sono persone che nemmeno si rendono conto di aver sbagliato. Allora, una volta che il colpevole ha detto: “Mi dispiace”, chi ha subito il torto ha l’obbligo, maggiormente se lui o lei sono cristiani, di perdonare. E perdonare vuol dire offrire davvero l’opportunità di un nuovo inizio.
E come se qualcuno stesse seduto dentro una stanza umida e piena di muffa. Le finestre chiuse. Le tende tirate. Ma fuori splende il sole. L’aria è fresca. Perdonare è aprire le tende, aprire le finestre, lasciar entrare la luce e l’aria nella vita di quella vita di quella persona che era come una stanza umida, e darle la possibilità di un nuovo inizio. Tu e io come cristiani abbiamo una fede meravigliosa, perché è la fede dei “sempre nuovi inizi”. Abbiamo un Dio che non dice: “Oh… poverino!” No, Dio dice: “Alzati”. E Dio ci toglie la polvere di dosso e poi Dio dice: “Prova di nuovo”.
Una volta, tenevo un sermone in una chiesa lussuosa dell’élite della comunità sudafricana bianca, una chiesa olandese calvinista, e forse ero la prima persona di colore che l’avesse mai fatto. Parlavo di alcune cose che avevamo scoperto con la Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Per esempio, il governo precedente aveva messo a punto un programma di guerra chimica e biologica che non era solo a scopo difensivo, e avevano condotto ricerche su germi che avrebbero colpito solo i neri. E volevano avvelenare Nelson Mandela in modo che non potesse sopravvivere a lungo dopo essere uscito di prigione. Uno dei ministri di quella chiesa mi ha raggiunto sul pulpito, e si è sciolto in lacrime, dicendo di essere stato cappellano militare per trent’anni e di non aver mai saputo queste cose. Ha chiesto il mio perdono e io l’ho abbracciato. Altre persone sono state meno esplicite, ma in generale le sentivi dire: “Mi dispiace”. La maggior parte dei nostri è pronta a perdonare.
C’è anche chi non è pronto a perdonare, come la famiglia di Steve Biko. Il che dimostra che abbiamo a che fare con una faccenda difficile. Non è a buon mercato. Non è semplice. Riconciliarsi non è semplice. E ce ne hanno fatto rendere conto molto bene.
È straordinario vedere come molti di coloro che hanno sofferto più aspramente sono stati in grado di perdonare – persone che si poteva pensare si sarebbero consumate nell’amarezza, nell’ansia di vendetta. C’era stato un massacro durante il quale i militari avevano aperto il fuoco sui dimostranti dell’ANC (African National Congress), ed erano morte circa venti persone, mentre molte altre erano rimaste ferite. Abbiamo avuto un’udienza gremita di gente, molti avevano perduto i loro cari, oppure erano stati feriti. Si sono presentati quattro ufficiali, un bianco e tre neri. Il bianco ha detto: “abbiamo dato noi l’ordine ai soldati di aprire il fuoco” – in aula c’era una tale tensione che l’aria si tagliava col coltello. Poi si è voltato verso la gente e ha detto: “Vi prego, perdonateci. E vi prego, accogliete questi miei colleghi, di nuovo nella comunità”. E quella gente che prima era così inferocita ha cominciato ad applaudire fragorosamente. È stato un momento incredibile. Ho detto: “Calma, siamo in presenza di qualcosa di santo”.