RFK EUROPE - Defending Human Rights In This World
  • en
  • it

Dianna Ortiz

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

 

 

Tortura

"Ancora oggi, sento quel tanfo di cadaveri in decomposizione, buttati in una fossa. Sento le urla lancinanti degli altri che venivano torturati. E vedo il sangue sgorgare dal corpo martoriato di quella donna."

 

 

 

 




Biografia

Dianna Ortiz è una suora dell’ordine delle Orsoline del Nuovo Messico che si è recata in Guatemala nei primi anni Ottanta come missionaria e insegnante per i bambini Maya che vivono sugli altopiani. Dopo mesi di minacce, la Ortiz  è stata rapita da un gruppo di uomini armati e poi brutalmente stuprata, nel novembre 1989. Uno degli uomini che supervisionavano la tortura sembrava essere americano. La Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani ha concluso che: “Sorella Ortiz fu messa sotto sorveglianza e minacciata, in seguito rapita e torturata, e alcuni agenti del governo guatemalteco erano responsabili di questi crimini… compresa la violazione dei diritti di Dianna Ortiz quali ‘trattamento umano, libertà personale, processo equo, privacy, libertà di coscienza e di religione, libertà di associazione e tutela giuridica’.” Le traversie della Ortiz non hanno avuto fine nemmeno quando è riuscita a fuggire. Anzi, il suo tormento è proseguito quando, per un’irrefrenabile ricerca di giustizia, ha chiesto risposte al governo statunitense circa l’identità dei suoi aguzzini. La cruda onestà della Ortiz e la sua capacità di descrivere l’agonia che ha sofferto ha costretto gli Stati Uniti a rendere di dominio pubblico documenti riguardanti il Guatemala rimasti a lungo segreti, facendo luce su uno dei momenti più oscuri della storia guatemalteca e della politica estera statunitense.

TASSC - Torture Abolition And Survivors Support Coalition International

Intervista

Voglio liberarmi di questi ricordi. Voglio essere fiduciosa e sicura di me, avventurosa e spensierata com’ero nel 1987, quando sono andata negli altopiani orientali del Guatemala a insegnare ai giovani indigeni a leggere e a scrivere sia in spagnolo che nella loro lingua nativa, e a comprendere la Bibbia pur mantenendo la loro cultura. Ma il 2 novembre 1989  la Dianna che ho appena descritto ha smesso di esistere. Ti racconto questa storia solo perché riflette la sofferenza di centinaia di migliaia di persone in Guatemala, un paese devastato da una guerra civile che è cominciata nel 1960 ed è durata trentasei anni. La maggior parte delle vittime, come me, erano civili presi di mira dalle forze di sicurezza del governo.

Stavo leggendo, seduta nel giardino del convento dove mi ero ritirata per riflettere sulle mie possibilità dopo aver .ricevuto minacce di morte sempre più violente. Ho sentito la voce profonda di un uomo dietro di me: “Ciao, amore mio”, ha detto in spagnolo. “Abbiamo qualcosa da discutere”. Mi sono voltata e ho visto la luce del mattino che luccicava sulla pistola che quest’uomo teneva in mano, lo stesso uomo che già una volta mi aveva minacciata per strada. Lui e il suo compagno mi hanno costretta a salire su un autobus, e poi su una macchina della polizia dove mi hanno bendata. Siamo arrivati a un edificio dove mi hanno fatto scendere alcuni gradini. Mi hanno lasciata in una cella buia, da dove sentivo le grida di un uomo e di una donna che venivano torturati. Quando l’uomo è tornato, hanno cominciato a interrogarmi, accusandomi di essere una guerrigliera. Ad ogni risposta che davo, mi bruciavano la schiena o il petto con le sigarette. Dopo, mi hanno violentata, in gruppo e ripetutamente.

Mi hanno trasferita in un’altra stanza, lasciandomi con un’altra prigioniera. Ci siamo dette come ci chiamavamo, e abbiamo pianto insieme, abbracciate. “Dianna”, mi dice in spagnolo, “cercheranno di spezzarti. Sii forte”. E l’uomo torna, portando con sé una videocamera e una macchina fotografica. Il poliziotto mi mette in mano un machete. Pensavo volessero usarlo contro di me, e a quel punto della tortura desideravo soltanto morire, e non ho opposto resistenza. Ma il poliziotto mette le mani sul manico del machete, sopra le mie, e mi costringe a colpire la donna, e a colpirla ancora.  Ricordo il sangue che sgorgava – zampillava come una fontana – e gocce di sangue che si spargevano ovunque – e le mie urla che si perdevano nelle sue.

Il poliziotto mi chiede se ora sono pronta a parlare, e uno degli altri aguzzini, quello che mi aveva minacciato per strada, dice che mi hanno filmato e fotografato mentre colpivo la donna. Se mi rifiutavo di collaborare, il loro capo, Alejandro, non avrebbe avuto altra scelta se non mandare alla stampa la cassetta e le foto, e così tutti avrebbero saputo del delitto che avevo commesso. Questa è stata la prima volta che ho sento nominare Alejandro, il capo dei torturatori. Ma presto l’avrei incontrato.

Mi hanno portata in un cortile e interrogata di nuovo. Il poliziotto voleva che ammettessi di essere Veronica Ortiz Hernandez. Prima mi aveva mostrato una fotografia di una donna indigena, con i capelli lunghi. “Sei tu”, aveva detto. “Tu sei Veronica Ortiz Hernandez”. Non mi somigliava affatto. Lui continuava a insistere, e mi chiedeva il nome di un uomo in un’altra fotografia che mi aveva mostrato. E poi mi ha violentata di nuovo. Dopo questo, mi hanno calata in una buca piena di corpi – corpi di bambini, uomini, donne, alcuni decapitati, tutti incrostati di sangue. Qualcuno era ancora vivo. Ne sentivo i lamenti. Qualcuno piangeva. Non sapevo più se ero io o qualcun altro. dalla buca veniva un forte tanfo di decomposizione. Il mucchio di cadaveri brulicava di topi che mi finivano addosso perché io ero appesa sopra la fossa legata per i polsi. Sono svenuta e quando mi sono ripresa giacevo in terra accanto alla buca. Ero coperta di topi.

L’incubo che ho vissuto io, in realtà era ordinaria amministrazione. In Guatemala, nel 1989, sotto il primo presidente non militare dopo anni, sono state sequestrate quasi duecento persone. Diversamente da me, loro sono “spariti, andati per sempre”. L’unico elemento straordinario della mia tragedia è stato che sono sopravvissuta, probabilmente perché sono cittadina statunitense, ed erano arrivate parecchie telefonate al Congresso quando si era saputo della mia scomparsa. Come cittadina degli Stati Uniti, avevo un altro vantaggio: in seguito avrei potuto, con relativa sicurezza, rivelare i dettagli di quanto mi era successo in quelle ventiquattro ore. Ecco uno dei dettagli: c’era un americano tra i miei aguzzini.

Ricordo il momento in cui mi ha tolto la benda dagli occhi. Gli ho chiesto: “Sei americano?” In uno spagnolo stentato  e con un forte accento americano, mi ha risposto con una domanda: “Perché vuoi saperlo?” Alcuni istanti prima, mente i torturatori mi bendavano e si preparavano a violentarmi ancora, lo avevano chiamato ad alta voce in spagnolo: “Hey, Alejandro, vieni a divertirti!”

E una voce aveva risposto: “Shit!” in un perfetto inglese americano senza traccia di un altro accento. Era la voce dell’uomo alto e di pelle chiara che ora stava accanto a me. Dopo l’imprecazione, era passato a uno spagnolo zoppicante. “Imbecilli!” aveva detto. “Questa è una suora nord americana”. E aveva aggiunto che la mia sparizione era stata resa pubblica, e li aveva fatti uscire in fretta dalla stanza.

Ora mi stava aiutando a rivestirmi. “Vamos”, aveva detto, e mi aveva portato fuori dall’edificio. Mi ripeteva che era dispiaciuto. Che gli aguzzini avevano commesso un errore. Eravamo davanti a un parcheggio, dove mi aveva messo in una jeep Suzuki, dicendo che mi avrebbe portato da un suo amico all’ambasciata degli Stati Uniti che poteva aiutarmi a lasciare il paese.

Per tutto il viaggio, gli ho parlato in inglese, che lui capiva perfettamente. Alejandro mi spiegava che ci teneva al popolo guatemalteco e così si dava da fare per liberarli dal comunismo. E poi mi ha chiesto di dimenticare le torture perché i avevano confusa con Veronica Ortiz Hernandez. Insomma, onestamente era stato un errore.

Gli ho chiesto come avevano potuto scambiarmi per una donna che non mi somigliava per niente. E perché le lettere minacciose che avevo ricevuto erano indirizzate a Madre Dianna e non a Veronica Ortiz Hernandez. Lui non ha risposto, ma ha insinuato che era colpa mia se ero stata torturata perché non avevo dato retta a quegli avvertimenti. Gli ho chiesto cosa sarebbe successo alle altre persone che avevo sentito gridare e avevo visto torturare davanti ai miei occhi. E lui ha detto di non preoccuparmi per loro e dimenticare tutto.

Di nuovo in inglese, ha detto a chiare lettere che se non “dimenticavo” le mie torture, ne avrei subito le conseguenze. “Abbiamo le videocassette e le foto”. Poi la jeep si blocca nel traffico. Eravamo nei pressi di un incrocio e c’era il semaforo rosso. Colgo al volo l’occasione, salto fuori dalla macchina e mi metto a correre.

Credevo che quella fosse la fine della mia tortura. Era solo l’inizio. Perché non ho “dimenticato” le altre persone torturate, perché ho denunciato le forze di polizia guatemalteche invece di perdonare i miei aguzzini, e perché ho rivelato che erano capeggiati da un nordamericano. Ne ho subito le conseguenze. Il presidente guatemalteco ha dichiarato che non aveva avuto luogo alcun rapimento, affermando contemporaneamente che comunque era stato perpetrato da elementi non governativi e perciò non si trattava di violazione dei diritti umani. Solo una settimana dopo il mio rapimento, prima che si svolgesse qualsiasi vera indagine, l’ambasciatore degli Stati Uniti ha insinuato che io fossi una stratega politica e avevo inscenato il mio rapimento per assicurare il taglio degli aiuti militari statunitensi in Guatemala.

Due mesi più tardi, dopo che un medico statunitense ha contato le 111 bruciature di sigaretta che avevo sulla schiena, la storia è cambiata. Nel gennaio del 1990, il ministro della difesa guatemalteco ha annunciato pubblicamente che io ero lesbica e avevo inscenato il rapimento per coprire una tresca. Il ministro degli interni gli ha fatto eco dicendo inoltre che lo aveva già saputo dall’ambasciata degli Stati Uniti. Secondo un assistente al Congresso, il funzionario degli affari esteri dell’ambasciata statunitense, Lew Anselem, stava anzi divulgando questa stessa diceria.

In presenza dell’Ambasciatore Thomas Stroock, questa stessa persona ha detto a una delegazione di religiosi e religiose preoccupato dal mio caso che lui era “stanco di queste suore lesbiche che vanno giù in Guatemala”. La faccenda avrebbe poi avuto altre versioni. Secondo la stampa guatemalteca, l’ambasciatore avrebbe detto al ministro della difesa del Guatemala che io non ero stata rapita e torturata, ma semplicemente “avevo avuto problemi di nervi”.

In quel periodo, gli Stati Uniti lavoravano gomito a gomito con l’esercito guatemalteco per raggiungere un obiettivo di politica estera segreto – sconfiggere i guerriglieri. E il mio caso era una cattiva pubblicità per l’esercito. Siccome avevo nominato il capo aguzzino americano, era cattiva pubblicità anche per il governo statunitense, i cui obiettivi politici in Guatemala, o almeno quelli manifesti, erano la democrazia, la stabilità e il rispetto dei diritti umani. Per dirla con le parole dell’ambasciatore, il mio caso poteva “danneggiare gli interessi degli Stati Uniti”. In una lettera in cui esortava i funzionari del Dipartimento di Stato a non incontrarmi per ascoltare la mia testimonianza, l’ambasciatore si è espresso così: “Se il Dipartimento la incontra… vi saranno pressioni da parte di persone e gruppi di ogni genere per far sì che il Dipartimento agisca sulla scorta delle informazioni che lei fornisce… insomma qui ci fanno arrosto”.

Nel 1997, l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), dopo aver completato un’indagine durata quattro anni sul mio caso, ha stabilito che ero stata davvero rapita e torturata da agenti del governo guatemalteco, che i particolari della mia testimonianza erano credibili e che il governo guatemalteco aveva “perpetrato numerosi e infondati attacchi al mio onore e alla mia reputazione”.

Il sistema giudiziario guatemalteco non è stato altrettanto disponibile. Mi sono recata in Guatemala tre volte per testimoniare contro il governo, cosa che nessun sopravvissuto alla tortura sarebbe mai riuscito a fare. Di nuovo, il mio passaporto mi ha dato un’opportunità che un guatemalteco non avrebbe mai avuto. Reclamare un processo significherebbe morte sicura per un guatemalteco che sia scampato alla tortura. Ho identificato il luogo dove mi avevano tenuta prigioniera e torturata, e ho partecipato a una ricostruzione del mio rapimento.

Tornata negli Stati Uniti, ho ricevuto telefonate intimidatorie e pacchetti anonimi. Uno conteneva un topo morto avvolto nella bandiera del Guatemala. Sospetto che dietro questi tentativi di impaurirmi ci fossero i servizi segreti militari guatemaltechi o i membri di qualche servizio segreto statunitense.

L’intimadazione non si è limitata alle minacce anonime, ma è proseguita in tribunale. Poiché volevo giustizia, sono stata trattata come una criminale, come quasi tutte le donne che chiedono un processo perché sono state violentate e vengono presunte colpevoli finchè non provano la propria innocenza.  Gli avvocati accusavano me, e mi interrogavano senza alcuna pietà , facendomi rivivere quei momenti terribili. E comunque il mio caso ha finito con l’affondare nel sistema giudiziario guatemalteco. Non hanno mai identificato nessuna delle persone sospette.

Nel 1996, ho fatto lo sciopero della fame per cinque settimane davanti alla Casa Bianca, chiedendo che venissero resi pubblici tutti i documenti del governo americano relativi alle violazioni dei diritti umani in Guatemala fin dal 1954, compresi quelli che riguardavano il mio caso. Dopo pochi giorni mi hanno concesso un incontro con la First Lady Hillary Clinton. La Signora Clinton è stata l’unica ad ammettere ciò che nessun altro funzionario del governo statunitense aveva osato ammettere durante i miei sette anni di ricerca della verità sul mio rapimento e la mia tortura in Guatemala: ha detto che era possibile che l’americano a capo dei miei aguzzini guatemaltechi fosse un “incaricato di un organismo governativo statunitense, operativo in quel periodo o forse tuttora attivo”.

Ho interrotto lo sciopero della fame quando il Dipartimento di Stato ha reso pubblici migliaia di documenti. Ma nei documenti non c’era alcuna informazione sul capo americano, e non fornivano l’identità dei miei torturatori. Contenevano però diversi punti interessanti. Per esempio, gli americani che lavoravano per i vari organismi governativi, di fatto lavoravano all’interno delle forze di sicurezza nel periodo del mio rapimento; e già allora l’ambasciatore statunitense aveva ammesso che l’ambasciata era in contatto con alcuni membri di uno squadrone della morte.

Dai documenti emergeva anche che il ministro della difesa guatemalteco in carica all’epoca della mia tortura, aveva studiato le tattiche contro-insurrezionali presso una scuola militare in Georgia. I manuali del corso incoraggiavano la tortura e l’esecuzione di civili (“terroristi che operano all’interno del sistema democratico”) le cui “attività politiche, sociali ed economiche” potevano causare “scontento”. I manuali incitavano i servizi segreti a “ottenere informazioni circa i contenuti di [questi] attacchi non violenti”. Non sorprende che l’esercito mi abbia presa di mira, visto che tutti i civili che cercavano di aiutare i poveri erano considerati potenzialmente sovversivi.

Dopo essere sfuggita ai mie aguzzini, ero tornata a casa, nel Nuovo Messico, talmente traumatizzata da non riconoscere nessuno, nemmeno i miei genitori. Non  avevo praticamente alcun ricordo della mia vita prima del rapimento; l’unico brandello di identità che mi rimaneva era che ero una donna che era stata stuprata e costretta a torturare e assassinare un altro essere umano. Ancora adesso, la mia vita prima dei trentun anni, prima del rapimento, è una vaga memoria. La tortura, invece, è impressa nella mia mente. Vi sembrerà strano, ma anche in questo momento, percepisco la presenza dei miei torturatori. Ne sento l’odore. Mi sento addosso quelle mani mostruose. Sento che mi sibilano nell’orecchio che sono io che ho ammazzato la donna. Voglio liberarmi di questi ricordi. Voglio libertà per me stessa e per tutte le persone in Guatemala. La chiave di questo è la verità. Voglio sapere chi era Alejandro. Era un agente della CIA? Perché il governo statunitense lo protegge? Quanti altri Alejandro sono ancora lì a supervisionare le torture?

Anche i tentativi di ottenere informazioni tramite le indagini del governo statunitense non hanno portato da nessuna parte. Il Dipartimento di Giustizia statunitense mi ha interrogata per oltre quaranta ore, tempo durante il quale i procuratori mi accusavano di mentire. Hanno interrogato anche i miei amici e la mia famiglia, sempre comportandosi come se fossi stata io la colpevole, io quella sotto inchiesta, e non i funzionari di governo che non si sono comportati correttamente nei miei confronti. Durante l’interrogatorio, sono tornata in quella prigione militare clandestina e ho rivissuto la mia tortura in tutto il suo orrore. Dopo aver reso buona parte della mia testimonianza, ho sentito che dovevo ritirarmi dalla diretta partecipazione alle indagini del Dipartimento di Giustizia. Gli investigatori avevano gli identikit che avevo fatto con l’aiuto di un professionista forense, identikit che identificavano gli aguzzini, compreso Alejandro, e avevano anche la mia testimonianza, fin nei dettagli. La responsabilità di trovare le risposte stava a loro. Il Dipartimento di Giustizia escogita un rapporto di duecento pagine che non cita né le fonti né i metodi usati per acquisire le prove adducendo a pretesto la tutela della mia privacy.

Nel tentativo di far rendere pubblico il rapporto, ho dovuto io stessa violare la mia privacy. Temendo che gli investigatori del Dipartimento di Giustizia facessero trapelare le informazioni che avevo dato loro se io avessi insistito per rendere pubblico il rapporto, ho rivelato io stessa un’informazione segreta: sono rimasta incinta a causa dei ripetuti stupri di gruppo. Ma non riuscivo a portare dentro di me ciò che i miei torturatori avevano generato, il frutto di quella violenza che io vedevo come un mostro. E sono andata da qualcuno che mi ha aiutata a distruggere quella vita.

Se sono orgogliosa di quella decisione? No. Ma se tornassi indietro, credo che farei la stessa cosa. Sentivo di non avere scelta. Se avessi dovuto far crescere dentro di me ciò che avevano lasciato gli aguzzini, sarei morta. Nel 1998, dopo aver reso pubblica questa informazione, basandomi sulla norma che sancisce la libertà di informazione, ho presentato richiesta per ottenere il rapporto del Dipartimento di Giustizia. La richiesta è stata interamente respinta.

Ma ancora oggi, non riesco a dimenticare coloro che hanno sofferto con me e sono morti in quella prigione clandestina. Nonostante le umiliazioni che ha implicato la ricerca di risposte, io sto con il popolo guatemalteco. Esigo un futuro fondato sulla verità e sulla giustizia. I miei torturatori non sono mai stati messi di fronte alla giustizia. È persino possibile che nessuno di loro venga mai identificato né arrestato. Ma non posso rassegnarmi a questo e passare oltre. Ho la responsabilità, verso il popolo guatemalteco e verso il resto del mondo, di insistere nel cercare le spiegazioni fin dove è possibile. Io so cose che pochi cittadini americani sanno: cosa vuol dire essere un civile innocente, ed essere accusato, interrogato e torturato, e vedere il mio stesso governo evitare le mie pretese di giustizia e anzi darsi da fare per distruggermi psicologicamente solo perché il mio caso può causare problemi politici. So cosa vuol dire aspettare al buio che vengano a torturarti. So cosa vuol dire aspettare al buio la verità. E sto ancora aspettando.