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Mexico - Messico
Digna Ochoa

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

 

 

Diritti Umani

"Per me l’ira è energia, è una forza. Se dentro di me un’ingiustizia non suscita rabbia, mi sembra quasi indifferenza, passività. È l’ingiustizia che ci spinge a fare qualcosa, ad assumerci dei rischi, consapevoli che, se non lo facciamo, le cose resteranno quelle di sempre."

 

 

Biografia

Digna Ochoa, oltre ad essere uno tra i più eminenti avvocati per i diritti umani messicani, era anche una suora. In qualità di avvocato difensore presso il Centro de Derechos Humanos Miguel Agustin Pro Juárez (conosciuto come Centro Pro o "il Pro") ha assunto alcuni tra i casi politicamente più gravosi del Messico, compresa la difesa di presunti membri della rivolta Zapatista in Chiapas. Ha ottenuto l'assoluzione per numerosi casi che per altro hanno avuto grande eco. Molti degli assistiti di Digna Ochoa avevano vissuto lo tortura nonché innumerevoli abusi processuali. La stessa Ochoa ha ripetutamente subito minacce di morte e di sequestro, ed è stata pesantemente molestata. Poche settimane dopo questa intervista due uomini l'hanno assalita nel suo appartamento. L'hanno bendata, legata e interrogata minacciandola e costringendola a sottoscrivere uno dichiarazione. Le hanno tagliato i fìli del telefono e hanno aperto il gas. È sopravvissuta miracolosamente. Pochi mesi prima, durante un'altra aggressione i suoi assalitori hanno rubato alcuni dossier e il giorno successivo lo staff del Centro de Derechos Humanos Miguel AgustinPro Juárez (PRODH) ha trovato gli uffici sottosopra. Ciononostante Digna Ochoa è tornato al proprio lavoro in quegli stessi uffici. Lo Corte Inter-Americana per i Diritti Umani, in seguito alle persecuzioni ai danni dell'organizzazione, ha ordinato al governo messicano di prendere le misure necessarie per garantire l'incolumità allo staff del PRODH. Ma, il 19 ottobre del 2001 un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nell'ufficio di Digna Ochoa uccidendola barbaramente. La sua morte è stata condannata a livello internazionale dalle organizzazioni per i diritti umani. Ad oggi, i suoi assassini sono impuniti.

Centro de Derechos Humanos “Miguel Agustín Pro Juárez”

Intervista

Sono una suora che inizialmente ha intrapreso il proprio cammino come avvocato. Sono entrata in una comunità religiosa impegnata socialmente, in particolare per quanto riguarda la tutela dei diritti umani. Mi hanno consentito di operare con un'organizzazione che lotta per i diritti umani, chiamata Centro Pro, e mi hanno dato sostegno economico, morale e spirituale. Così è cominciata la costruzione del mio progetto di vita - partire da un impegno sociale per giungere ad un impegno spirituale, con un taglio mistico.

Mio padre era un leader sindacale a Veracruz, in Messico. Nello zuccherificio in cui lavorava, era impegnato nella lotta per l'acqua potabile, le strade e l'ottenimento di attestati di proprietà della terra. Ho intrapreso gli studi di giurisprudenza perché sentivo sempre mio padre e i suoi amici dire che c'era bisogno di più avvocati. E gli avvocati erano così cari! Mio padre è stato in carcere ingiustamente per un anno e quindici giorni. Lo avevano sequestrato e torturato - contro di lui avevano montato delle accuse assolutamente infondate. Questo mi ha persuaso a fare qualcosa per tutti coloro che subivano ingiustizie, perché l'avevo vissuto in prima persona, con mio padre.

Quando ho iniziato a studiare giurisprudenza, avevo intenzione di svolgere il praticantato presso l'ufficio del procuratore generale, quindi diventare giudice e infine magistrato. Ritenevo che una persona in quella posizione potesse aiutare la gente. Dopo essermi laureata sono diventata procuratore. Di quel periodo ricordo un vero e proprio atto d'ingiustizia. Il mio superiore, che era responsabile di tutti i procedimenti giudiziari nell'ambito della procura generale, voleva che incriminassi una persona che sapevo essere innocente. Non c'erano prove a suo carico, ciononostante il mio superiore premeva perché procedessi contro questa persona. Mi sono rifiutata e allora lui si è occupato del caso personalmente.

Fino a quel momento ero stata brava. Esercitavo in una zona dove si produceva caffè, gli abitanti erano ricchi, di conseguenza il mio era considerato un buon posto di lavoro. Ma mi ero resa conto che stavo facendo esattamente quello che facevano tutti gli altri, servivo un sistema che io stessa criticavo e contro il quale volevo combattere. Ho deciso di dare le dimissioni e con numerosi altri avvocati ho aperto uno studio. Non avevo assolutamente esperienza processuale. Ma mi entusiasmava l'idea di aver lasciato la procura generale e anche il fatto di trovarmi dall'altra parte, dalla parte della difesa.

Il mio primo caso riguardava un ufficiale della polizia giudiziaria coinvolto in carcerazioni illegali e in torture ai danni di numerosi contadini. Non vedevamo l'ora di sentirci dei veri avvocati e allora ci siamo buttati a capofitto in questo caso. E abbiamo commesso l'errore di assumere il caso senza alcun sostegno istituzionale. Ero riuscita a raccogliere prove sufficienti contro la polizia, che ha iniziato a perseguitarmi, e alla fine mi ha messo in carcere. Dapprima si sono limitati a telefonarmi, dicendomi di lasciar cadere il caso. In seguito mi hanno minacciata per posta dicendomi che se non avessi rinunciato al caso sarei morta o avrebbero ucciso qualcuno della mia famiglia. Ho continuato a lavorare e addirittura abbiamo reso pubblico quello che stava succedendo. Le intimidazioni mi facevano infuriare al punto da spingermi a lavorare con maggiore tenacia. Ero anche spaventata, ma sentivo che non avrei dovuto darlo a vedere. Avevo sempre dovuto apparire - almeno esteriormente - sicura di me stessa, senza paura. Se avessero visto che avevo paura, avrebbero preso il sopravvento. La mia, era una forma di difesa.

In seguito la polizia mi ha prelevata e messa in isolamento per otto giorni. Volevano che consegnassi tutte le prove che avevo raccolto contro di loro. Avevo nascosto molto bene il dossier del caso, non nel mio ufficio, non a casa mia, e non dove vivevano le vittime, perché temevo che la polizia le avrebbe trovate e fatte sparire. Ora sentivo sulla mia pelle quello che aveva provato mio padre, quello che avevano patito tante altre persone. La polizia mi ha detto che avevano preso alcuni membri della mia famiglia, e ha anche fatto i loro nomi. Il momento peggiore è stato quando mi hanno detto che avevano preso mio padre. Sapevo quanto aveva sofferto e non volevo che dovesse riviverlo. La tortura peggiore è quella psicologica. Né le scosse elettriche né l'acqua su per il naso potevano competere con torture psicologiche.

Mi hanno torturata per un mese. Sono riuscita a fuggire dal luogo in cui mi tenevano segregata. Dopo la fuga sono rimasta nascosta per un altro mese, senza poter comunicare con la mia famiglia. È stato un mese di angoscia e tormento, non sapevo cosa fare. Avevo paura di tutto.

Alla fine mi sono messa in contatto con la mia famiglia. All'università, alcuni studenti con i quali ero sempre andata molto d'accordo, si erano mobilitati in mio favore. Quando, con l'aiuto della mia famiglia e dei gruppi per la tutela dei diritti umani, sono 'apparsa' a Jalapa, Veracruz, ho anche ottenuto il sostegno di alcuni avvocati, la maggior parte dei quali erano donne.

Il fatto che mi trovassi a Veracruz angustiava la mia famiglia. Inizialmente volevo restare perché sapevo che avremmo potuto identificare i poliziotti che mi avevano incarcerata. Avevamo depositato una denuncia penale. Avevamo fatto richiesta per ottenere i numeri di matricola della polizia. Avrei potuto identificare senza ombra di dubbio alcuni degli ufficiali. Ma mi premeva capire cosa fare: portare avanti il caso o abbandonarlo? Ero in pericolo, ed era a rischio anche la mia famiglia. Dopo un mese di tormento, la mia famiglia, specialmente le mie sorelle, mi hanno chiesto di lasciare Jalapa per un po' di tempo. Per me, ma anche per i miei genitori.

Sono venuta a Città del Messico. L'idea era quella di seguire un corso di tre mesi sui diritti umani per il quale avevo ottenuto una borsa di studio. AI corso ho incontrato una persona che lavorava al Centro Pro, uno dei gruppi per i diritti umani impegnati in mio favore, che un giorno mi ha detto "Senti, stiamo mettendo in piedi un centro e ci serve un avvocato. Vieni a lavorare con noi". Vivere a Città del Messico non era esattamente il mio sogno. Ma ho accettato perché comunque non potevo rientrare a Jalapa. Nel frattempo, a Jalapa, due avvocatesse molto in gamba e che potevano contare su un notevole supporto organizzativo, hanno assunto il caso a cui stavo lavorando. Ero più tranquilla, perché sapevo che il caso non sarebbe caduto nel nulla - avevo capito l'importanza di poter contare su un supporto organizzativo. Così, nel dicembre del 1988, ho iniziato a lavorare con il Centro Pro.
Da allora mi sono occupata di numerosi casi come quello di mio padre e come il mio. Di fronte a certe cose, ancora oggi, provo un'immensa rabbia, ma è una rabbia che si trasforma in quella forza che ti spinge a fare qualcosa di concreto. Sul lavoro, appaio seria e risoluta, anche quando sento che sto tremando. A volte mi viene da piangere, ma non posso, perché diventerei immediatamente vulnerabile e disarmata.

In quel periodo, a causa di quello che mi era successo, avevo bisogno di uno psicanalista, ma non ero pronta ad accettarlo. In questo mi ha aiutata il direttore del Centro Pro. Era un gesuita e anche uno psicologo. Per ben sei mesi non avevo nemmeno sospettato che fosse anche un terapista. Quando l'ho scoperto, gli ho chiesto perché non me l'aveva mai detto e lui mi ha risposto: "Non me lo hai mai chiesto". Siamo diventati amici. Oltre ad essere un amico, era il mio confessore, il mio superiore e infine il mio psicologo, sebbene nel frattempo avessi comunque trovato un mio psicanalista. L'idea di avere un confessore si è fatta strada lentamente dentro di me. A Jalapa avevo avuto l'appoggio di alcuni sacerdoti. Quando ero 'apparsa', il primo posto dove mi avevano portata era una chiesa. Lì mi sentivo al sicuro, sebbene da bambina non avessi mai avuto molto a che fare con i preti, se non per quello che riguarda le normali tradizioni di un paese cattolico. I sacerdoti, secondo me, erano persone che ricevevano donazioni, distribuivano sacramenti e in qualche modo erano asservite al potere. Mi ha fatto una certa impressione vedere dei preti impegnati in organizzazioni sociali, a sostegno della gente.
di loro.

Da quando sono al Centro Pro, ci è capitato di vivere momenti difficili, come quei due anni di minacce che abbiamo ricevuto a partire dal 1995. E in particolare minacciavano me. La prima volta, mi si è gelato il sangue. Sono andata in cucina con in mano il fax di minacce e ho detto a una sorella
della congregazione: "Luz, abbiamo ricevuto una minaccia, ed è rivolta anche a me". E Luz mi ha risposto: "Digna, questa non è una minaccia di morte. È una minaccia di resurrezione". Questo mi ha dato un grande conforto. Più tardi, nel corso della giornata, un' altra collega, Pilar, mi chiesto come intendessi tutelarmi. Pilar era – giustamente - preoccupata. Le ho detto quello che mi aveva detto Luz e mi ha risposto "Digna, la differenza è che tu sei una persona religiosa". E ho capito che avere la fede e far parte di una comunità, che fare della fede il proprio centro, è una risorsa che non hanno tutti.
C'è chi dice che ho reagito con grande coraggio. Ma, sai, ho sempre provato rabbia per la sofferenza del prossimo. Per me l'ira è energia, è una forza. Noi canalizziamo energia sia positiva che negativa. Siccome siamo colpiti dalle ingiustizie e dobbiamo far fronte a situazioni difficili tutti i giorni, dobbiamo necessariamente reagire con rabbia, perché è proprio questo che ci dà energia. Se dentro di me un'ingiustizia non suscita rabbia, mi sembra quasi indifferenza, passività. É l'ingiustizia che ci spinge a fare qualcosa, ad assumerei dei rischi, consapevoli che, se non lo facciamo, le cose resteranno quelle di sempre. L'ira ci ha dato la forza di affrontare la polizia e i militari. Mi sono resa conto che la polizia e i soldati sono abituati alle urla dei loro superiori, sono abituati ad essere maltrattati. Quando si trovano davanti una donna, oltretutto per loro assolutamente insignificante, che avanza delle pretese e alza la voce con fare autoritario, si sentono spiazzati. E noi otteniamo quello che vogliamo. Mi considero una persona aggressiva, e per me è sempre stato difficile gestire questo aspetto nel contesto della mia educazione religiosa. Ma essere aggressivi verso le autorità è disarmante. Di solito mi vesto in un modo che i miei amici definiscono monacale. Va bene così. Coglie la gente alla sprovvista. Trasmetto un'immagine mite, mansueta, ma questo mi consente di avanzare delle pretese e di impormi con maggiore efficacia.

Per esempio, una volta era scomparso un ragazzo da venti giorni. Sapevamo che si trovava nell'ospedale militare e allora abbiamo presentato in tribunale un'istanza di habeas corpus (una petizione per la libertà personale). Ma le autorità semplicemente negavano di averi o in.custodia. Una notte, qualcuno ci ha fatto sapere che era stato trasferito in un ospedale civile. Ci siamo andati il giorno successivo. Ci hanno impedito di entrare e io ho passato un giorno intero a studiare l'andirivieni davanti all’ospedale per cercare di capire come fare a entrare. AI cambio di turno mi sono infilata di soppiatto tra le guardie. Quando ho raggiunto la stanza in cui si trovava il ragazzo, l'infermiera sulla porta mi ha bloccata. "Non possiamo entrare neanche noi", ha detto. Le ho risposto che sarei stata attenta, e le ho anche chiesto di prendere nota di quello che stavo per fare e che, se mi fosse successo qualcosa, avrebbe dovuto chiamare un certo numero di telefono. Le ho dato il mio biglietto da visita. Ho respirato profondamente. Ho spalancato la porta, scagliandomi sugli agenti della polizia giudiziaria federale che si trovavano nella stanza, dicendo che dovevano uscire immediatamente perché ero l'avvocato del giovane e dovevo parlare con lui in privato. Non sapevano come reagire e hanno lasciato la stanza. Avevo due minuti, ma erano sufficienti per spiegargli chi ero, per dirgli che ero in contatto con sua moglie e per fargli firmare un documento che avrebbe provato che si trovava in ospedale. Ha firmato. In quel momento i poliziotti sono rientrati, con quel tipico atteggiamento arrogante. Hanno cercato di afferrarmi. Non si aspettavano che avrei assunto una posizione d'attacco - l'unica posizione di karate che conoscevo, l'avevo vista al cinema, credo. Naturalmente, io non so niente di karate, ma di sicuro hanno pensato che stessi per aggredirli. Tremando dentro, ho detto con fermezza che se solo avessero provato a toccarmi avrebbero fatto i conti con me. Indietreggiando hanno detto "È una rnnaccia?". E io ho risposto "Fate un po' voi".

Dopo una breve discussione sono uscita circondata da quindici ufficiali di polizia. Nel frattempo ero riuscita a registrare alcune interessanti conversazioni. Parlavano del "ragazzo in isolamento", un'espressione molto importante. Ho portato fuori la cassetta e l'ho nascosta come meglio potevo. La polizia ha chiamato il servizio di sicurezza obiettando che non era permesso portare dei registratori all'interno dell'ospedale. Ho consegnato il registratore. Allora mi hanno lasciata andare. Temevo che mi avrebbero rapita fuori dall'ospedale. Ero sola. Ho preso diversi taxi, cambiando in continuazione perché avevo paura che mi seguissero. Quando sono arrivata al Centro Pro, ho tirato un sospiro di sollievo. Ho potuto finalmente raccontare dello spavento che mi ero presa. Se i poliziotti avessero saputo che morivo di paura mentre mi circondavano, sarebbero stati capaci di farmi qualsiasi cosa.

A volte si crea, del tutto spontaneamente, una sorta di gruppo terapeutico tra i colleghi del Pro. Esprimiamo le nostre sensazioni, i nostri timori. Ci mettiamo a piangere. Tra noi ci sono persone che hanno sofferto tanto, anche fisicamente. La mia comunità religiosa mi ha aiutato a gestire la paura. In momenti di grande pericolo, la preghiera di gruppo, e la lettura della Bibbia o di altri testi religiosi, sono per me un enorme sostegno. La preghiera è fondamentale. La fede in Dio. È un'inesauribile fonte di energia. E non sono più sola. Come cristiana, come religiosa, mi definisco seguace di Cristo che morì sulla croce per condannare le ingiustizie del suo tempo. E se Egli ha dovuto patire quel che ha patito, noi cosa possiamo aspettare!

Per anni, dopo quello che aveva subito mio padre, ho desiderato la vendetta. Poi, quando sono stata vittima a mia volta, in verità l'ultima cosa che volevo era vendicarmi, perché mi rendevo conto che sarebbe stata un vendetta senza fine. Sarebbe diventata una catena. Tre anni dopo essere arrivata a Città del Messico, ricordo che una persona è venuta a dirmi che avevano trovato due degli ufficiali della polizia giudiziaria che mi avevamo torturata. Mi ha chiesto se volevo che li prelevasse per dar loro quello che si meritavano. Il mio primo pensiero è stato 'sì'. Ma poi ci ho riflettuto e ho capito che così avrei semplicemente fatto ciò che avevano fatto a me. Non avrei più avuto il diritto di parlare di loro come ne sto parlando ora. Sarei diventata esattamente come loro.

Raramente racconto le torture che ho subito. Ma ricordo di aver parlato con una vittima che era a dir poco furibonda, e per la quale il desiderio di vendetta era diventato decisamente distruttivo. Ho condiviso con lui la mia esperienza e questo gli ha fatto una certa impressione. Ma se non perdoniamo e non superiamo il desiderio di vendetta, diventiamo uguali a loro. Non è possibile dimenticare la tortura, ma bisogna imparare a comprenderla. Comprendere significa trovare il perdono. Ci vuole tempo, è un'impresa difficile, ma è assolutamente indispensabile.

Se non raccogli queste sfide cosa fai? Che significato ha la tua vita? Diventa mera sopravvivenza. Quando ho iniziato a lavorare, quando ho assunto il caso che mi ha costretto a lasciare Jalapa, mi sono impegnata a fare qualcosa contro l'ingiustizia. Ma ero motivata anche da qualcos'altro, devo ammetterlo, anche se me ne vergogno. Ciò che mi spronava tanto quanto l'impegno, era il desiderio di acquisire prestigio come avvocato. Grazie alle situazioni pesanti che ho vissuto, ho capito cosa c'era di sbagliato. Che peccato aver dovuto passare attraverso tutto ciò per scoprire il mio vero impegno, il significato della mia vita, la ragione per cui mi trovo qui. In questo senso, ho avuto qualcosa di positivo da un' esperienza estremamente dolorosa. Se non avessi sofferto, non sarei mai arrivata a capire l'ingiustizia così profondamente. Forse non avrei lavorato al Centro Pro. Forse non sarei entrata nella Congregazione. Forse non avrei compreso che il mondo è assai più grande del piccolo mondo che mi ero costruita io. Grazie alle difficoltà e all'immenso dolore, che sia io che la mia famiglia e i miei amici abbiamo conosciuto, i miei orizzonti si sono ampliati. A volte mi dico "Che strano modo ha Dio di farti vedere le cose". Ma a volte senza questo non siamo proprio in grado di vedere.

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