1995: Doan Viet Hoat

"Volevo mandare un messaggio a colore che lottavano per la libertà dicendo loro che i dittatori non potevano vincere mettendoci in prigione."
Biografia
Doan Viet Hoat è noto come il Sakharov del Vietnam per il suo livello intellettuale e per il suo esplicito ruolo di leader del movimento democratico, anche dalla cella di una prigione. Hoat si è opposto alla soppressione dei buddisti da parte del governo vietnamita negli anni Sessanta, quand'era ancora uno studente, e per questo è stato costretto a lasciare il paese.
In quel periodo si è laureato negli Stati Uniti. È tornato nel 1976, quando il Vietnam del Nord ha preso il potere sul Vietnam del Sud. Ma le nuove autorità hanno arrestato quasi tutti gli intellettuali, e Hoat ha dovuto passare i dodici anni successivi in una cella angusta, insieme ad altre quaranta persone. Appena è stato rilasciato, Hoat ha dato il via alla pubblicazione di una rivista clandestina dal titolo Freedom Forum. Mesi dopo è stato di nuovo messo in prigione per due anni senza processo, finché nel marzo 1993 è stato condannato a vent'anni di carcere per "tentata sovversione del governo popolare”. Anche dal carcere, Hoat ha continuato a scrivere le proprie affermazioni sulla democrazia, le sue critiche verso il regime, che venivano portate fuori dal carcere clandestinamente. Il governo vietnamita lo ha trasferito da una prigione all’altra, nel tentativo di metterlo a tacere, ma dovunque Hoat andasse, il suo temperamento carismatico conquistava gli altri detenuti e anche le guardie, che apprezzavano le sue idee e portavano fuori le sue lettere. Alla fine Hoat è stato mandato nel carcere più sperduto del paese, dove tra l'altro avevano anche svuotato le celle accanto alla sua. Ha passato cinque anni e mezzo confinato e solo, finché, nel settembre 1998, dietro la forte insistenza internazionale, Doan Viet Hoat è stato rilasciato, e poi esiliato. Ora vive negli Stati Uniti.
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Intervista
Ho passato vent'anni nelle prigioni vietnamite, e sono stato in isolamento per quattro anni. Mi era proibito avere carta, penna e libri. Per tenermi su praticavo lo yoga e la meditazione Zen. Camminavo molto. Potevo andare in un piccolo cortile dalle sei del mattino alle quattro del pomeriggio, e facevo un po' di giardinaggio - più che altro coltivavo dei piccoli cavoli. Cantavo, parlavo da solo. Le guardie pensavano che fossi matto, ma io rispondevo che sarei diventato matto se non avessi parlato da solo. Ho cercato di prenderla bene, e così ho vissuto la mia cella come se fosse una casa, come se avessi fatto parte di un ordine religioso, come un monaco. La mia famiglia era buddista e avevo molti amici monaci. Avevo imparato lo yoga quand'ero studente. In isolamento, non avendo libri, dovevo usare la mente. La meditazione Zen giovava - serve a guardarsi dentro. Bisogna stare calmi, calmare la mente, pensare che questo è un modo di vivere normale. È stato difficile per i primi uno o due anni, poi mi sono abituato. I giorni passavano, uno uguale all’altro. Scrivevo poesie e ne recitavo molte che sapevo a memoria. Era un modo per tenere sveglia la mente, e mi aiutava a chiarire i pensieri.
Appena mi hanno rilasciato, la prima cosa che ho fatto in America è stato scrivere le poesie che avevo composto nella mia testa in carcere - adesso ne hanno pubblicato il secondo volume.
Mi aiutava la consapevolezza che essere confinato e solo avrebbe potuto essere anche peggio di così. Sapevo che altri erano sopravvissuti a trattamenti più rigidi, e la loro capacità di recupero era stata una fonte di coraggio. Se avevano potuto resistere loro, potevo anch'io. Ecco un esempio ironico. Il primo giorno che sono arrivato, mi hanno chiesto se volevo comprare delle cose che mi servivano e mi hanno dato un foglio su cui scrivere una lista. Ho elencato molte cose, tra cui un ventilatore. Avevo in mente un ventilatore piccolo, fatto a mano. Ma hanno pensato che ne volessi uno elettrico, mai visto in un carcere, Perciò si sono arrabbiati parecchio. Non capivo perché si fossero arrabbiati tanto, avevo chiesto solo un ventilatore. Alla fine, è arrivato un comunicato dal ministro, o da qualcuno del ministero, che mi dava il permesso di avere un ventilatore elettrico. È venuto da me un ufficiale e mi ha detto: "Il ventilatore - fatto in Cina o in Giappone?" Insomma, ero molto sorpreso, ma capivo da quel piccolo incidente come mi avrebbero trattato - non male, in fondo. Dopo una settimana però, è stato tutto chiaro. Un giorno faceva molto caldo. Ho cercato di accendere il ventilatore ma non funzionava. Ho chiesto all'ufficiale e mi ha risposto che da ora in poi, per risparmiare, avrebbero tolto la corrente durante il giorno. Ho notato che c'era ancora la corrente in tutto il campo, tranne dov'ero io. E comunque tutti gli anni, una volta o due all'anno, venivano nella mia cella a filmarmi con la videocamera, seduto lì che leggevo il giornale del mese prima, e sempre con il ventilatore elettrico acceso alle mie spalle.
I detenuti comuni ascoltavano di nascosto i programmi proibiti dall'estero, della BBC o della RFI (Radio France International) dove parlavano di me e della mia battaglia per i diritti umani. Le condizioni in carcere erano insostenibili. Li picchiavano quasi tutti i giorni. Così hanno chiesto il mio aiuto. Ho scritto in segreto un rapporto sulla situazione al campo, e gli altri detenuti lo hanno fatto arrivare alla mia famiglia a Saigon. Gli ufficiali lo hanno scoperto, perché un mio amico mi ha fatto avere una lettera dentro un pezzo di carne di maiale e gli ufficiali (che controllano tutto attentamente) l'hanno trovata. A quel punto sapevano che io avevo scritto del campo, e si sono affrettati a mandare la lettera al ministro degli interni, il quale ha a sua volta inviato al campo degli ispettori - e finalmente la vita è migliorata. Hanno smesso di picchiare i prigionieri, hanno mandato via gli agenti cui piaceva picchiare i prigionieri, hanno migliorato i pasti, e adesso ci sono persino dei gruppi musicali che cantano ogni giorno per rendere il campo più vivace!! Mi sono reso conto che la nostra voce era arrivata alla comunità internazionale. E mi sono sentito più motivato.
Ho scritto altri saggi di critica al regime, e i detenuti di ogni carcere in cui sono stato hanno fatto in modo di farli arrivare fuori per me. Quando ho scritto quei rapporti, gli ufficiali hanno fatto di tutto per riuscire ad isolarmi. Hanno tolto i prigionieri dalle celle vicino alla mia. Hanno bloccato la mia finestra così nessuno poteva entrare in contatto con me. Il caldo era insopportabile, non circolava più l'aria. Mi si è anche alzata la pressione. Hanno cambiato la porta in modo che non potessi guardare fuori, gli ultimi due anni sono stati tremendi.
Eppure, sentivo che se fossi rimasto in silenzio in carcere, i dittatori avrebbero vinto. E volevo mandare un messaggio a coloro che lottavano per la libertà dicendo loro che i dittatori non potevano vincere mettendoci in prigione. Volevo dimostrare che non si può mettere a tacere con la forza chi non è d'accordo con te. È per questo che i detenuti, sia quelli politici sia quelli comuni, cercavano di far circolare i miei scritti. Senza di loro non avrei potuto far uscire i miei messaggi. Ci siamo uniti per continuare la lotta per la libertà e la democrazia, anche dall'interno delle mura di un carcere.
Il mio sogno è un sogno sul Vietnam. Il nostro paese ha una lunga storia di persone che hanno combattuto contro le aggressioni e l'ingiustizia. La nostra vocazione più alta è l'amore per la patria, come molti patrioti vietnamiti hanno dimostrato in passato. Anch'io sono stato spinto dall’amore per il mio paese e anche dalla grandezza del futuro del mio paese e del futuro del mondo intero. Io credo in un futuro molto luminoso per il Vietnam e per tutto il sud est asiatico. Il tempo è passato troppo lentamente per il mio paese e per il mio popolo, e ci ha lasciato una lunga storia di sofferenza. Questi pensieri mi impediscono di tacere - la mia conoscenza, la mia visione e l'amore per il mio paese mi costringono a parlare. E credo sempre che la verità, la giustizia e la compassione prevarranno, non importa quanto forti siano i dittatori, non importa quanto terribile sia la situazione.