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Togo/United States - Togo/Stati Uniti
Fauziya Kassindja

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

 

 

Mutilazioni Genitali Femminili e Reati contro gli Immigrati

"All'inizio non volevo che mi intervistasse. Se venticinque membri del Congresso non potevano tirarmi fuori di prigione, poteva un'intervista? Comunque alla fine ho accettato di parlare con il Times e, con nostra sorpresa, la mia storia è apparsa in prima pagina. Mi dicevano che i media avevano molto potere in questo paese. Più del Congresso?"

 

 

 

 


Biografia

Fauziya Kassindja ha scampato per poco la mutilazione dei genitali fuggendo durante la notte da un remoto villaggio nel Togo per raggiungere gli Stati Uniti, dove, nel dicembre 1994, ha ottenuto asilo politico. Invece di accogliere questa orfana di diciassette anni con umanità e comprensione, i funzionari statunitensi l'hanno fatta spogliare completamente, l'hanno incatenata.

Lo strenuo impegno di una studentessa di legge di un'università americana e la comparsa di un articolo sulla prima pagina del New York Times, hanno fatto sì che la Kassindja fosse la prima persona a ottenere asilo politico negli Stati Uniti avendo come motivazione la minaccia della mutilazione dei genitali. In tutto il mondo almeno 130 milioni di donne, la maggior parte delle quali concentrate in ventisei nazioni africane, hanno già subito la mutilazione dei genitali.

La prassi prevede la recisione del clitoride. Senza anestesia. Spesso vengono recise anche altre parti dei genitali esterni, mentre di solito viene cucita quasi completamente l'apertura della vagina. Gli effetti collaterali più frequenti sono le infezioni, le cicatrici, la sterilità, il dolore atroce durante i rapporti sessuali, la difficoltà nel parto e in generale una sofferenza pressoché insostenibile. Molte donne addirittura muoiono in seguito a questa procedura.

Nonostante l'esperienza traumatica, la Kassindjia ha avuto parte attiva nel denunciare questa pratica, e ha inoltre parlato apertamente delle difficoltà che ha dovuto affrontare a causa del sistema d'immigrazione statunitense.

Equality Now

Intervista

Ho quattro sorelle e due fratelli; ero la sesta figlia, l'ultima femmina. Ero una birichina, molto legata a mio padre - era il mio migliore amico. Mio padre incoraggiava tutte noi sorelle a fare ciò che volevamo nella vita. I nostri genitori non decidevano al posto nostro. Dicevano sempre: “La decisione è tua. Se è positiva ti aiutiamo a realizzarla. Se è negativa, ti consigliamo di non agire così, ma se poi pensi che è proprio quello che vuoi, fai pure. Dopo puoi dare la colpa soltanto a te stessa. Non potrai dire che i tuoi ti hanno costretta”. Mio padre ci ha mandate tutte a scuola, così imparavamo l'inglese e potevamo aiutarlo negli affari. Questo, per le ragazze del Togo, era fuori dal comune.

Avevo diciassette anni quando è morto mio padre ed è cambiato tutto. Mia zia e mio zio, fratelli di mio padre, avevano sempre odiato mia mamma, perché la mamma era del Benin e secondo loro non c'entrava con loro - non era della loro stessa tribù. Avevano anche cercato di convincere mio padre a divorziare, ma lui non li ascoltava. Dicevano anche che era colpa di mia madre se noi andavamo a scuola. Che aveva avvelenato la mente di mio padre.

Dopo la morte di papà, la zia si è trasferita a casa nostra. Ci ha detto che mia madre aveva deciso di andare a vivere dai suoi nel Benin e non era vero. Mia zia e mio zio l'avevano mandata via, e la zia era diventata la mia nuova tutrice. Mi hanno permesso di andare a scuola fino alla fine di quell'anno. Quando ho compiuto diciassette anni, lei ha detto che non sarei tornata a scuola perché non c'era bisogno di sprecare tempo e denaro e che d'altronde le mie sorelle, che avevano studiato, avevano poi finito con lo sposarsi comunque. Avevo perso mio padre, avevo perso la mia mamma, e adesso la scuola. Mi sono detta: “Oddio, cosa deve succedere ancora?”

Poco tempo dopo, un gentiluomo ha cominciato a venire a casa nostra. Ho pensato che magari la zia volesse risposarsi, perciò, quando lui se ne andava, dicevo: “Ah, che tipo in gamba.” E lei continuava a lodarlo, a dire quant'era ricco, e quant'era importante, e gentile. Pensavo che fosse innamorata. Non sapevo che parlava così per suscitare il mio interesse. Non mi ha detto che voleva che io lo sposassi finché una volta ha accennato: “Gli ho detto che non vai più a scuola.” Ero sorpresa. “Perché dovevi dirgli che non ci vado più?” E lì lei ha risposto: “Ti ricordi che dici sempre che è una persona carina? Vuole sposarti.”

Credevo che scherzasse. Mi aveva detto che lui aveva quarantacinque anni. E io: “Quarantacinque!!!” E lei: “Non ti preoccupare. Ha già tre mogli e loro si prenderanno cura di te.” Allora ho detto: “Ma io non voglio.” E da lì in avanti in quella casa non abbiamo fatto altro che litigare. Poi un giorno mi dice: “Lo so che non lo ami, ma dopo la kakiya [mutilazione dei genitali] vedrai che imparerai ad amarlo.”
Mi ero appena svegliata. Mi ha chiamata nella sua stanza, dove ho visto questi bellissimi abiti sul letto - abiti e gioielli e scarpe - e mi ha detto: “È tutto da parte di tuo marito. Ti vuole oggi. Allora domani è il giorno della kakiya.” E io: “Cosa?! Mi sposo oggi?” Non sapevo proprio cosa fare. C'è stato il matrimonio e dopo mi hanno dato da firmare la licenza di matrimonio, ma mi sono rifiutata. Sono venuti i miei fratelli e le mie sorelle più grandi e ne abbiamo parlato. Si sono scusati per non aver impedito che le cose si spingessero fino a questo punto. Mia sorella maggiore era sconvolta. Mi diceva di non piangere, che sarebbe andato tutto bene. Avrebbe fatto in modo che nessuno mi facesse la kakiya. Ma io non le credevo perché in realtà non c'era niente che lei potesse fare. Ormai ero la moglie di qualcun altro. E lei mi dice: “Non ti preoccupare. Io e Amaray ti nascondiamo.”
La mamma la chiamavamo Amaray; vuol dire “luminosa”.

Mi diceva di non firmare la licenza di matrimonio, di non preoccuparmi.

Che sarebbe andato tutto bene. È tornata nel cuore della notte e siamo andate via di casa, passando poi il confine con il Ghana.

Il primo aereo disponibile andava in Germania. Mia sorella mi ha dato trecento dollari, tutto quello che aveva. Ho preso un aereo dalla Germania agli Stati Uniti, comprandomi un passaporto.

Quando l'ufficiale dell'immigrazione all'aeroporto di Newark ha detto: “Hai dei soldi?” Le ho mostrato quel poco che mi era rimasto e poi le ho detto che volevo chiedere asilo. Lei ha detto siediti lì e che sarebbe tornata subito. Ho aspettato seduta che controllasse tutti e poi è venuta da me. Ha detto: “Okay, dimmi cosa vuoi dagli Stati Uniti.” Ho detto che volevo asilo. E lei ha detto che le dovevo dire che problema avevo. E le ho raccontato tutto. Insomma, non proprio tutto, era imbarazzante. Come poteva capire? Non sapevo nemmeno le parole per dirglielo in inglese. Non sapevo come si diceva.

Le ho detto che mio padre era morto e che mia madre era sparita, e che mia zia voleva che sposassi un uomo che non volevo e che invece io volevo tornare a scuola. Questo più o meno riassumeva tutto, non ho parlato della kakiya perché sapevo che probabilmente non avrebbe capito e anzi avrebbe pensato che ero pazza. Se mi davano asilo dipendeva dal giudice, mi ha detto, e perciò sarei andata prima in prigione, poi avrei incontrato il funzionario consolare del mio paese, e poi sarei potuto tornare a casa con la mia famiglia.

Mi sono messa a piangere e a urlare, dicendole che avevo solo diciassette anni, che non avevo fatto niente di male, che non volevo andare in prigione. E hanno chiamato i poliziotti nella sala d'aspetto dove ero io. Il suo superiore ha detto che se non volevo rimanere sarei dovuta tornare in Togo oppure in Germania. In Germania non conoscevo nessuno e il Togo era l'ultimo posto al mondo in cui volevo tornare. Mi hanno preso le impronte e tutto il resto. Una donna in uniforme mi ha fatto entrare in una stanza, e mi ha chiesto di togliermi i vestiti. Le ho detto: “Per favore, ho le mestruazioni, posso tenere le mutandine?" E lei me le ha fatte togliere. È stato il momento più umiliante della mia vita. Me le sono tolte e intanto speravo di scomparire dentro il muro. Mi ha ridato i pantaloni e il maglione e poi mi ha messo le manette. Mi sentivo come quei delinquenti dei film. Piangevo.

Ho detto: “Per favore, non mi porti in prigione.” Mi ignorava, e intanto mi faceva passare la catena intorno alla vita. Non riuscivo a camminare velocemente con le catene, ma lei continuava a spingermi dicendo. “Andiamo. Andiamo.” E così mi hanno portato in un riformatorio a Elizabeth, nel New Jersey.

Lì è cominciato l'incubo. Mi hanno fatta spogliare di nuovo, mi hanno lasciata in uno stanzone freddo e poi è arrivato un uomo. Mi fissava, io ero in piedi davanti a lui, nuda. Dopo mi hanno portata alla prigione di Hackensack, dove ho avuto molestie sessuali da una detenuta. Credo
fosse una drogata. Mi avevano messa nella zona di massima sicurezza, con una compagna di cella detenuta perché aveva fatto non so cosa. Lei fumava e io avevo un'asma terribile. Ho detto al dottore che non potevo starci in quella cella e lui mi ha risposto: “Mi dispiace, signora, non posso aiutarla”. Tossivo e sputavo sangue. Ma non mi davano le medicine per via del mio status con l'immigrazione.

Poi sono dovuta andare alla Lehigh County Prison in Pennsylvania.

Ero ammanettata insieme a una ragazza della Tanzania. Durante tutti i trasferimenti da una prigione all'altra eravamo sempre in catene, come i criminali. Per prima cosa ci hanno fatto la visita medica, e pensavano che avessi la tubercolosi. Di conseguenza mi hanno messa in isolamento. Sono rimasta in quella stanza per diciotto giorni e ho perso tredici chili. Prima di parlare con chiunque dovevo mettermi una mascherina, come quelle che usano i dottori per operare.

Quando mi serviva qualcosa, dovevo mettermi in fondo alla stanza dal lato opposto alla porta, voltata verso il muro, e dovevo urlare per chiamare la guardia. C'era una finestrella sulla porta da dove mi passavano il cibo. Ma non potevo avvicinarmi alla porta. Mi trattavano come una bestia. Mi serviva il sapone. Mi serviva uno spazzolino da denti. Chiamavo e chiamavo - quasi sempre non veniva nessuno.

Alla prima udienza il giudice era così sgarbato, così cattivo, sia con me che con Layli. Layli Miller Bashir era una studentessa di giurisprudenza dell'American University Law Clinic che aveva assunto il mio caso. Layli mi faceva una domanda e prima che potessi rispondere il giudice diceva: “Non è necessario, la corte non vuole sapere questo.”

E poi mi faceva lui una domanda e prima che io rispondessi, rispondeva per me. In tribunale non potevo parlare affatto. Lui non credeva che mia madre non avesse potuto proteggermi dalla mutilazione dei genitali.

E non credeva che mio padre avesse protetto le mie quattro sorelle e non me. Mi faceva tanta paura. Urlava tantissimo e sbagliava a dire il mio nome e quello del mio paese, e quando l'ho corretto si è arrabbiato.

E poi ha detto qualcosa e io ho alzato la voce: “No, non è quello che ho detto.” E lui ha gridato: “Questa è l'ultima volta che interrompi la corte.” Da come andava l'udienza, capivo che lui non mi avrebbe fatto avere asilo. Anche prima di entrare in tribunale, aveva già deciso. Layli mi ha detto che non dovevo preoccuparmi, che qualunque cosa succedesse lei avrebbe fatto in modo di farmi avere giustizia. Mi pregava di non tornare a casa.

Ero in prigione quando ho conosciuto il giornalista del New York Times. All'inizio non volevo che mi intervistasse. Mi avevano già intervistato in tanti, ma non era servito a farmi uscire. E allora ho detto: “A cosa serve? Sto solo esponendo la mia famiglia. E chissà, se poi mi rimandano a casa sarebbe ancora peggio per me.” Mi avevano anche mandato una lista di membri del Congresso che avevano firmato una petizione perché il procuratore distrettuale mi concedesse la libertà sulla parola - ed era stata respinta. Se venticinque membri del Congresso non potevano tirarmi fuori di prigione, poteva un'intervista? Comunque alla fine ho accettato di parlare con il Times e con nostra sorpresa la mia storia è apparsa in prima pagina. Era l'undici e sono uscita il ventiquattro.

Mi dicevano che i media avevano molto potere in questo paese. Più del Congresso? Era pazzesco, non lo capivo.

Tutto ha uno scopo e qualunque cosa succede ha un fine. Perciò io sono uscita perché Dio l'ha reso possibile. Quando pativo tutte quelle sofferenze non la pensavo così. Pensavo: “Perché a me, perché non capita a qualcun altro?” Ma adesso, quando mi guardo indietro, capisco che se io non avessi passato tutto questo, la questione non avrebbe toccato tanta gente, come invece è successo. È questo il lavoro di Dio. Ed è davvero incredibile.

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