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Côte d'Ivoire - Costa d'Avorio
Freedom Neruda

 

 

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

Libera Espressione

"Dopo che i militari hanno picchiato e ucciso gli studenti universitari, cinquantamila persone sono scese in piazza per chiedere delle indagini. I leader dei diritti umani sono stati arrestati e rinchiusi in una cella per mesi. Non sopportavo le menzogne ufficiali. Ho deciso di denunciare la farse dell’aula giudiziaria."

Biografia

Il giornalismo è diventata una delle professioni più pericolose del mondo, con decine di morti e centinaia di persone imprigionate perché hanno fatto uso della loro libertà di espressione. Freedom Neruda è un esempio dello straordinario coraggio di questi giornalisti impegnati che riportano le notizie nonostante le rigide restrizioni imposte dallo stato. Nato a Teiti Roch D'Assomption in Costa d'Avorio nel 1956, ha scelto il nome di Freedom Neruda quale simbolo dei propri ideali. Neruda si è laureato all'Università di Abidjan nel 1988 e ha iniziato a lavorare come redattore all'lvoir Soir. Di lì a due anni è diventato giornalista investigativo per Ivoir Soir, La Chronique du Soir e La Vaie. Nella veste di capo redattore ha seguito prima il governo repressivo del presidente Henri Konan Bédié e successivamente, dopo la sua caduta, il 24 dicembre 1999, del generale Robert Guei. Nonostante gli implacabili attacchi del governo, Neruda e il suo staff - sottoposti ad ammende arbitrarie, a condanne per ''oltraggio alla dignità del capo dello stato", ad aggressioni, arresti, minacce e vessazioni - hanno continuato a denunciare quello che succedeva nel paese. Nel 1995 l'ufficio di Neruda è stato attaccato con bombe incendiarie. Nel dicembre dello stesso anno, dopo che Neruda ha pubblicato un articolo di taglio satirico che riportava la sconfitta della squadra nazionale di calcio, una sconfitta imputabile alla "sfortuna" visto che all'incontro era presente anche il presidente Bédié (riferendosi a un poster elettorale in cui si sosteneva che il presidente avrebbe portato "fortuna" al paese), i colleghi di Neruda dell'Ivoir Soir sono stati arrestati, e lui ha dovuto darsi alla macchia. Nel 1996 Neruda è stato arrestato e condannato a due anni di prigione per "oltraggio al capo di stato". Tutti e tre i giornalisti hanno rifiutato di accettare la grazia (equivalente a un'ammissione di colpa) accordata da Bédié; invece si sono avvalsi della loro esperienza per condurre un 'indagine, mentre si trovavano dietro le sbarre, sulle condizioni nelle carceri. Neruda è stato rilasciato nel 1997 e continua a denunciare, a dire e a gridare con tutta lo sua voce la verità contro il potere.

Intervista

Quando in Costa d’Avorio le pressioni politiche sono diminuite, il popolo ha avuto modo di creare dei partiti politici. Gli operai hanno  potuto costruire dei sindacati. E si è creata l’opportunità per dar vita a numerosi nuovi quotidiani. Con due colleghi, ho fondato La Chronique du Soir. È stata dura perché non avevamo molti fondi e, visto che il nostro era il primo quotidiano indipendente, il governo non gradiva la nostra esistenza. Avevamo dei problemi: uno di questi era legato alla distribuzione. Il giornale arrivava all’ufficio distribuzione alle nove, ma non appariva mai sul mercato prima delle tre.

Dopo che i militari hanno picchiato e ucciso degli studenti universitari, cinquantamila persone sono scese in piazza per chiedere delle indagini. Era il 12 febbraio del 1992. I leader dei diritti umani sono stati arrestati e rinchiusi in una cella per mesi. Le cronache dei media sui processi erano unilaterali. Ero stato alle manifestazioni e avevo visto con i miei occhi cos’era successo. Così quando più tardi ho visto la televisione,  non sono riuscito a sopportare le menzogne ufficiali. Ho deciso di denunciare la farsa dell’aula giudiziaria. Grazie ai nostri sforzi, molti mesi più tardi i manifestanti sono stati liberati. Ecco perché ho deciso di lavorare nel nostro paese per la democrazia, per la libertà di stampa, per la libertà di espressione e per la libertà di parola.

Questi eventi hanno segnato un punto di non ritorno per il nostro paese. Nel 1960 la Costa d’Avorio ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia, e per i successivi trent’anni siamo stati governati dal partito unico. Nel 1991 il governo ha varato una legge che vietava pressoché ogni cosa. Con questa legge i giornalisti della Costa d’Avorio si ritrovano con molti obblighi e doveri – e pressoché nessun diritto. E se leggi questa norma e vuoi diventare giornalista, capisci subito che sarebbe meglio mettersi a macinare noccioline.

Bédié è diventato presidente nel dicembre del 1993, e dal febbraio del 1994 noi abbiamo iniziato a riportare che era implicato in uno scandalo di corruzione che riguardava l’industria dello zucchero. Pochi mesi dopo, siamo stati condannati a un anno di carcere per diffamazione. Hanno detto che tutte le questioni di corruzione appartenevano al passato e che giacché Bédié era salito al potere, era inopportuno che noi pubblicassimo quella notizia. Da quando Bédié era diventato capo di stato, quattordici giornalisti erano stati arrestati. Ma riuscivamo comunque a pubblicare, nonostante ci minacciassero dicendo che avrebbero potuto sbatterci in prigione in qualsiasi momento. In Francia c’è un detto secondo il quale quando sei in prigione hai una spada sospesa sulla teta, che può cadere da un momento all’altro.

In quel periodo stavamo scrivendo della corruzione del presidente e le nostre notizie erano anche state raccolte dai media statunitensi. Ma i quotidiani governativi, la televisione e la radio hanno iniziato a dire che Bédié era una benedizione per il nostro paese, che ci avrebbe portato fortuna e che avrebbe lavorato per il bene di tutti noi. Questa propaganda era veramente eccessiva. Allora, la nostra squadra di calcio aveva disputato una partita pareggiando 2 a 2. Tutti, in Costa d’Avorio, erano convinti che una squadra come la nostra, con giocatori come quelli, avrebbe vinto la Coppa d’Africa. La partita successiva si sarebbe disputata il 16 di dicembre 1995, e Bédié l’avrebbe seguita allo stadio. Quando la nostra squadra è stata battuta 1-0, abbiamo pubblicato un articolo satirico in cui dicevamo “Bédié ha portato sfortuna alla nostra Nazionale”. Siamo stati condannati a due anni per diffamazione.

Siamo rimasti in galera un anno. Grazie alle pressioni di numerose organizzazioni – Committee do Protect Journalists (CPJ), Human Rights Watch, Amnesty International e Reporter Sans Frontieères – siamo stati rilasciati dopo dodici mesi.

La prigione di Naca è molto dura. È la più grande struttura carceraria della Costa d’Avorio. Quando ci hanno incarcerati, Nacaospitava circa seimila detenuti e duranti i primi quattro  mesi del 1996 ne erano morti più di cento. Eravamo estremamente poveri e non riuscivamo mai a ottenere cibo a sufficienza per sfamarci e il continuo vomitare ridiceva le persone in veri e propri scheletri. È così ancora oggi, a Naca. Nel nostro caso, i prigionieri sapevano che non avevamo né rubato né ucciso nessuno e per questo mostravano un grande rispetto nei nostri confronti. Siamo riusciti a resistere a quella prigione perché dal giornale ricevevamo ogni giorno del cibo. Ma molte altre persone stavano morendo di fame. Il sistema carcerario ci forniva una tazza di riso alle otto del mattino e poi nient’altro fino alla mattina successiva, oppure due patate e poi più nulla fino al mattino successivo.
È singolare che alla lega per i diritti umani ivoriana sia sempre stato negato l’accesso alle prigioni fino alle manifestazioni del 1992 quando uno dei suoi membri, un professore, è stato incarcerato per sette mesi. Diceva: “Vedete – ho sempre insistito per vedere le prigioni e alla fine mi hanno accontentato”.

IN carcere ci sono diverse categorie. Noi ci trovavamo nell’edificio dei funzionari governativi e degli Europei. Il nostro editore, altri due giornalisti e io condividevamo una cella da quattro persone. Gli altri detenuti ci rispettavano e gli agenti cercavano di essere disponibili. Dopo otto mesi il presidente voleva concederci la grazia, ma noi abbiamo rifiutato. Abbiamo detto: “No, noi ci stiamo battendo per la giustizia”. La liberazione sarebbe stata una buona cosa, ma non se poi non puoi più guardare il prossimo negli occhi. Così ci siamo rimasti per altri quattro mesi.

Ho tre figli – due femmine e un maschio che ha due anni e mezzo. Quando Atikaaveva otto mesi, sua madre l’ha portato in Camerun. Ma poi l’ha rimandato in Costa d’Avorio ed è arrivato lo stesso giorno del mio arresto. Le mie figlie erano in casa con i  miei fratelli al momento del mio arresto. La più grande ha quindici anni e l’altra otto. Dovevo trovare qualcuno che si prendesse cura del piccolo. Ci sono voluti quattro o cinque giorni. Non volevo che la gente pensasse che  mi sottraevo al processo, sarebbe stata una vergogna. Il giudice ha sentenziato che avrei dovuto scontare la pena a Naca, ma mi ha concesso una settimana per sistemare le mie cose.

In Africa, molti paesi sono come la Costa d’Avorio. Hai due possibilità: lottare per  i diritti umani e preparare un buon futuro per i tuoi figli, o scegliere di piegarti e fare quello che decide il governo. Così ti occupi della tua famiglia, vai al lavoro e fai quello che devi. Ma quando ti arrestano, potresti morire. Allora è meglio lottare affinché i tuoi figli abbiano un futuro migliore.

Ai miei figli ho detto che potrei morire in qualsiasi  momento. È bene che lo sappiano. E sanno che potrebbe arrestarmi in ogni momento. Vorrei che il mio lavoro non avesse un impatto negativo sui miei bambini. Ma so che se voglio un buon futuro per loro, dobbiamo lottare, tutti noi, a modo nostro.

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