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Hungary - Ungheria
Gabor Gombos

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

 

 

Diritti dei Disabili Mentali

"Abbiamo visto un uomo abbastanza giovane, ritardato mentale grave, chiuso in una cella. Abbiamo chiesto al personale addetto quante ore passava rinchiuso in quella cella e ci hanno risposto, tutto il giorno, a parte la mezz'ora di terapia. E allora ho chiesto 'E perché lo tenete in cella?'"

 

 

 

 


Biografia

In tutto il mondo, coloro che soffrono di un handicap mentale, gli anziani affetti da demenza senile, e le persone di tutte le età che hanno disturbi psicologici, che vanno dalla depressione alla schizofrenia, vengono discriminati e abbandonati a loro stessi. Rinchiusi in manicomi dove regnano inattività, sporcizia e dove sono spesso legati o rinchiusi in una cella. Non godono di nessun tipo di privacy, non hanno accesso a cure mediche o dentarie, non hanno cibo, acqua, abiti, coperte e riscaldamento; le terapie di riabilitazione o di reinserimento sono rare, l’uso dei farmaci è spesso eccessivo o scorretto e manca totalmente un consenso informato ai trattamenti e alla sperimentazione. Gabor Gombos conosce tutto questo anche troppo bene. Tra il 1977 e 1990 è stato rinchiuso quattro volte nei reparti psichiatrici degli ospedali ungheresi. Ne è uscito determinato a riformare l’approccio psichiatrico in primo luogo nel suo paese e in secondo luogo in tutta l’Europa. A questo scopo nel 1993 ha fondato, assieme ad altri, la prima organizzazione non governativa ungherese impegnata sul fronte della salute mentale, ’Associazione Nazionale delle Famiglie con Malati Mentali (National Family Association of the Mentally Ill - EGISZ,). L’anno successivo, ha fondato Voce dell’Anima (Voice of Soul), la prima organizzazione non governativa del paese per gli ex utenti e i sopravvissuti alle infrastrutture psichiatriche ungheresi, di cui è tutt’oggi direttore del consiglio.
Gombos è anche membro del consiglio dei dirigenti di Utenti, ex Utenti e Sopravvissuti del Sistema Psichiatrico (Users, Ex-users and Survivors of the Psychiatry Movement) in Europa e del Network Europeo della Limitazione e della Collaborazione in Psichiatria (European Network on Constraint and Collaboration in Psychiatry), e fa parte del comitato editoriale di Out Loud. È inoltre co-fondatore del “Forum Ungherese per la Salute Mentale” (Hungarian Mental Health Interest Forum). L’infaticabile lavoro di Gombos è riuscito ad aiutare le persone con problemi mentali, ad impedire ulteriori danni e denigrazioni, nonché a sensibilizzare l’opinione pubblica facendo luce sul problema.
Gabor Gombos è stato nominato membro del Comitato dell'ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità nel Settembre 2010.

MDAC - Mental Disability Advocacy Center

Intervista

In Ungheria ci sono cinquantacinque strutture sociali per coloro i quali hanno disturbi psichici (contrapposti ai nosocomi psichiatrici e ai reparti psichiatrici, destinati sostanzialmente ai malati in fase acuta, dove il ricovero non dura più di due o tre mesi).
La maggior parte di queste strutture sono state create nel 1953 dal Partito Comunista, che sosteneva che le malattie mentali fossero una caratteristica del capitalismo che il comunismo avrebbe eliminato. Solo pochi anni dopo si sono resi conto che le malattie mentali persistevano. Come risolvere il problema? Realizzando delle strutture lontane dalle città e dai grossi centri, per celare i malati di mente agli occhi della società. Se non li vedi, non esistono.
Persino le più recenti infrastrutture, sorte dopo il 1994, riflettono l’atteggiamento della Società, che con il pregiudizio e la discriminazione ancora stigmatizza la malattia mentale. Gli edifici sono moderni, ma il trattamento è quello di sempre: non esistono stanze per l’ergoterapia né refettori comuni, e vigono ancora le celle per i pazienti in fase acuta.
Manca completamente una rete di servizi sociali che sia facilmente accessibile agli utenti con disturbi mentali e adatta alle loro necessità: un luogo sicuro dove vivere, dove trovare un pasto caldo, dei vestiti, eccetera. I pazienti esterni non hanno niente di tutto questo. Basterebbe una mezz’ora al giorno e queste persone non solo si sentirebbero uguali agli altri, ma potrebbero addirittura riuscire a guadagnarsi da vivere.
Invece, come ripeto, questi servizi non esistono, e alle famiglie dei malati di mente non rimane che confinarli nelle case di cura. E non è la mancanza di risorse a rendere il governo incapace di fare qualcosa per questo, anzi, si spendono somme considerevoli per strutture e servizi inefficaci che addirittura violano i diritti umani fondamentali. Ad esempio, durante un’ispezione presso un istituto, abbiamo visto un uomo abbastanza giovane, ritardato mentale grave, chiuso in una cella. Abbiamo chiesto al personale addetto quante ore passava rinchiuso in quella cella e ci hanno risposto, tutto il giorno, a parte la mezz’ora di terapia. E perché lo tenete in cella? Ci hanno risposto che era per proteggerlo da se stesso.
L’ultima volta che sono stato in un ospedale psichiatrico era il 1991. In quel periodo ero molto, molto depresso, e mi sono fatto ricoverare spontaneamente. Ma quando ho chiesto di andarmene me l’hanno impedito. Dal momento che non abbiamo una vera legislazione in merito, il medico ha semplicemente apportato una modifica sulla mia documentazione, trasformandomi in un incapace di intendere e volere, perché aveva deciso che ero troppo agitato o confuso - non lo so. Il tribunale non ha avuto niente a che fare con questo.
Facevano spesso delle ispezioni nei reparti. Parlavano con alcuni pazienti, ben selezionati dal personale nonché precedentemente imbottiti di farmaci o, peggio ancora, molti di loro avevano appena subito l’elettroshock. Dopo un elettroshock non hai la mente lucida più di tanto. E i funzionari dicevano: “Sì, sì, va tutto bene”.
Ho avuto a che fare con la psichiatria per la prima volta quando avevo tre anni. Mio zio si era suicidato. Pochi mesi dopo mia madre ha cominciato a soffrire di una forte depressione e di manie. Era spesso in ospedale, quand’ero bambino, e per il resto lavorava fuori casa per provvedere a me e a mia nonna. Appena io ho più o meno raggiunto una certa autonomia, mia madre è morta. La sua morte aveva un alone di mistero, perché era una paziente esterna dell’ospedale psichiatrico, dove era il soggetto inconsapevole di un esperimento farmacologico a doppio cieco [si prendono due gruppi di pazienti: al primo vengono somministrati dei veri farmaci e al secondo dei placebo, dopodiché si valutano le reazioni di entrambi i gruppi].
Quando ho scoperto la vera causa del suo decesso, sono impazzito veramente, ero assolutamente psicotico con manie di persecuzione. Non mangiavo. Non uscivo di casa. Se oggi sono qui è perché un mio amico è venuto a trovarmi all’improvviso, e si è accorto che ero evidentemente psicotico. Ma era un vecchio amico, e ha pensato che la risposta al mio problema non fosse certo l’ospedale. Capiva bene la mia situazione. Insomma, si è trasferito a casa mia per settimane, stava sempre con me, faceva in modo che mi sforzassi a mangiare qualcosa. Per settimane, non capivo nemmeno quello che mi diceva. Se n’èreso conto e ha smesso di parlarmi; mi stava semplicemente vicino. Ed era davvero ciò di cui avevo bisogno. Dopo tre settimane, mi sono accorto che la fase acuta era passata. Senza istituti psichiatrici, ma con l’autentico aiuto di un amico, sono riuscito a superare un periodo estremamente critico.
È stato l’inizio di una nuova vita. Ho cominciato a mettere in discussione parecchie cose in cui avevo creduto fino a quel momento. Questo mi ha portato ad altre crisi. Ma adesso avevo più fiducia in me stesso, sapendo che, con l’adeguato appoggio delle persone che mi stavano vicino, potevo farcela.
In questo momento sono molto impegnato con un movimento che si chiama Users, Ex-users and Survivors of the Psychiatry Movement in Europe (Utenti, Ex-utenti e Sopravvissuti al Sistema Psichiatrico in Europa). Ci riteniamo fortunati di essere sopravvissuti ad un meccanismo estremamente disumano che non uccide il paziente a livello biologico, ma che molto spesso lo rende socialmente morto mentre continua a vivere in una casa di cura per malati di mente. La scelta che mi si presentava era molto semplice: volevo assumere questo incarico e avere la possibilità di trovare me stesso, o volevo rinunciare e di conseguenza perdere quella possibilità? Nel mondo dell’impegno per i diritti umani degli individui con disturbi mentali, ho trovato persone che hanno vissuto la mia stessa esperienza, che mi hanno dato tutto il loro sostegno, la loro competenza e la loro conoscenza. E ho cercato di ripagarli con la stessa moneta.
Sapete, la “solidarietà”. Era la prima volta nella vita che capivo cosa volesse dire la solidarietà.
Riesco a capire anche coloro che non condividono questa visione della cura delle malattie mentali. Non penso che siano persone di scarso valore. Credo però che, comprendendoci, possiamo influenzarci a vicenda, almeno a livello personale. E credo anche che il cambiamento, il cambiamento sociale, possa avvenire solo attraverso un interscambio tra i vari strati della società. Se chi ha potere decisionale si pone come essere umano di fronte a chi soffre di disturbi mentali e comincia a relazionarsi con lui, e anche con chi soffre di altri disturbi, allora si avrà quell’autentica comprensione e quel cambiamento che altrimenti non saranno possibili.

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