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Egypt - Egitto
Hafez Abu Seada

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

 

 

Diritti Politici

"Il governo non ha accettato il nostro rapporto in merito agli abusi, e se l’è presa con la nostra organizzazione. Ma ciò che ho scritto è vero. Sono state arrestate centinaia di persone. Centinaia sono state torturate nei comandi di polizia."

 

 

Biografia

Fondata nel 1985, sotto la guida di Hafez Abu Seada, l’Organizzazione Egiziana per i Diritti Umani indaga, controlla e riferisce di violazioni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Seada difende le vittime. Si batte per creare il consenso popolare sulla difesa dei diritti umani e lavora  per cambiare le leggi e le pratiche governative che violano i trattai internazionali. Ha promosso numerose campagne contro violazioni specifiche, come la tortura, le mutilazioni genitali femminili, le condizioni disumane nelle carceri, e le persecuzioni religiose. In Egitto il processo equo è ostacolato da decreti d’emergenza, nei tribunali militari e per la sicurezza dello stato i diritti processuali dovuti sono sospesi, il potere giudiziario è controllato dal potere esecutivo, gli agenti dei servizi di sicurezza usano di routine la tortura, e vi sono profonde e ambigue divisioni tra le tante minoranze etniche e religiose nel paese. Anche se ci sono molte fonti di informazione, è frequente l’auto-censura della stampa, poiché è pericoloso dissentire dalla linea del partito ufficiale. La discriminazione sessuale impera, e le donne sono in grave svantaggio per quanto riguarda il diritto di famiglia e anche per l’accesso alla regolare alfabetizzazione. Da giovane studente attivista, Seada è stato in prigione. I maltrattamenti che ha subito -  tra cui la defenestrazione – lo hanno trasformato da universitario attivista a uomo che ha dedicato la vita all’impegno per proteggere i diritti umani. Oggi la OEDU è la più importante organizzazione per i diritti umani in Egitto.

The Egyptian Organization for Human Rights

Intervista

La polizia mi ha arrestato la prima volta nel 1979, all’università, perché avevo partecipato a una manifestazione contro il governo per sostenere il diritto degli studenti alla libera associazione e di lavorare su temi di carattere politico. Mi hanno picchiato, fatto l’elettroshock, e torturato per un mese. Continuavano a chiedermi di rivelare chi mi appoggiava, quale paese o quale leader mi spalleggiava. Le cicatrici che ho sul viso sono di quando mi hanno spinto fuori da una finestra. Ero ferito gravemente, perciò hanno dovuto portarmi all’ospedale dove sono rimasto  per diciannove giorni dopo essere stato operato. Hanno smesso di torturarmi, ma mi hanno tenuto prigioniero per altri quattro mesi.

Una decina d’anni dopo, ormai ero un avvocato, ho deciso di occuparmi di diritti umani. Sono entrato a far parte della Organizzazione Egiziana per i Diritti Umani, lavorando senza retribuzione, dal 1990 al 1993, documentando casi di abusi in tutto l’Egitto e prendendo parte al consolidamento dell’organizzazione. Nel 1997 il comitato mi ha dato l’incarico di direttore generale. Il mio paese ha sofferto da quando è stata dichiarata la Legge d’Emergenza nel 1981. La Legge d’Emergenza annulla i diritti costituzionali – qualunque diritto – e quelli che discendono da tutte le convenzioni internazionali. La stampa viene vincolata, i giornali e le televisioni indipendenti vengono banditi, e tutti gli altri quotidiani sono controllati dal governo. La polizia, la sicurezza, e i servizi segreti tengono sotto controllo qualunque trasgressione impiegando regolarmente ogni genere di tortura. Avevamo ben poco spazio in cui operare. Non si poteva parlare di corruzione, non si poteva parlare di transizione democratica o di brogli elettorali: non in un posto dove il governo sceglie non solo i candidati per il partito di stato, ma anche quelli dell’opposizione!

Oggi ci sono ventimila detenuti in carcere. Non hanno avuto un processo, e non hanno nemmeno accuse a carico. Si fa molto spesso ricorso alla detenzione periodica. La Legge d’Emergenza conferisce alle autorità (con l’approvazione del ministro dell’interno) il diritto di trattenere in carcere qualcuno senza accuse a carico e senza processo per trenta giorni. Che, facilmente, diventano sei mesi o più, perché le autorità hanno il diritto di respingere il ricorso in appello della persona detenuta, per due volte. Poi, quando è scaduto il periodo, si ottiene un altro ordine ministeriale, e le autorità trattengo il detenuto per tutto il tempo che vogliono. Può diventare una prigionia senza fine.

Anche quando il processo si tiene, i civili vengono spesso deferiti a un tribunale militare (e potete immaginare un tribunale militare). Di recente, c’è stato un caso che riguardava oltre cento persone di nazionalità albanese: la difesa aveva quattromila pagine di incartamenti da analizzare e una sola settimana di tempo per potersi preparare all’udienza. Molto spesso l’esito del processo è predeterminato. I tribunali militari continuano ad essere fonte di seria preoccupazione per l’Organizzazione Egiziana per i  Diritti Umani a causa dell’assenza di qualsiasi garanzia costituzionale o internazionale per un equo e giusto processo. E ciò dimostra la mancanza di indipendenza del sistema giudiziario egiziano. C’è un altro argomento che rappresenta una sfida enorme: il rispetto dei diritti delle donne. Meno del 2 percento dei parlamentari sono donne, e queste sono direttamente designate dallo stato. Il nostro gruppo collabora con la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, che condanna gli abusi in Egitto. Avere il loro sostegno è fondamentale, ma sappiamo che, comunque, questa battaglia ci  costerà cara. Guardate, ad esempio, cosa mi è successo: sono finito in prigione per aver scritto sulle torture a danno dei Copti. Il governo non ha accettato il nostro rapporto in merito agli abusi, e se l’è presa con la nostra organizzazione. Ma ciò che ho scritto è vero. Sono state arrestate centinaia di persone. Centinaia sono state torturate nei comandi di polizia. Non potevamo restare in silenzio e proclamarci difensori dei diritti umani. Perciò abbiamo pubblicato il rapporto e il governo mi ha accusato di spionaggio per un paese straniero, la Gran Bretagna. Mi hanno accusato di aver ricevuto denaro dall’Ambasciata Britannica per stendere il rapporto. Il mio caso è ancora pendente – sono fuori su cauzione, cinquecento dollari.

Quant’ero sotto inchiesta, mi hanno chiesto se ero io il responsabile di tutto qui all’Organizzazione per i Diritti Umani. Ho risposto di sì. Gli investigatori non mi hanno creduto, e dicevano: “No, il presidente divide le responsabilità con te”. Ho detto loro che la pubblicazione del rapporto era stata una mia idea. Che ero responsabile io di tutto. Avevo scritto il rapporto, l’avevo riletto, l’avevo corretto, e avevo deciso di farlo pubblicare su un quotidiano – a sostegno dei diritti umani. Io personalmente l’avevo inviato a tutte le agenzia di stampa. Certo, se avessi detto agli investigatori che non ero responsabile, magari non mi avrebbero arrestato. Ma questo non fa parte del mio codice morale. Sentivo di dovermi far carico della mia responsabilità e sopportarne le conseguenze.

Forse non si arriverà  mai a un processo, ma mi hanno fatto capire chiaramente che se scrivo altri rapporti, ricominciano con le indagini e con le accuse. Ma questo è il nostro lavoro di sostenitori dei diritti umani, puntare il dito sugli errori del governo. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Si tratta anche dei nostri diritti; e dobbiamo combattere per farceli riconoscere. Nessun governo riconosce i diritti senza una lotta. Pensate alla Guerra Civile in America e all’agonia per raggiungere la democrazia in Europa. Anche noi dobbiamo pretendere il rispetto dei nostri diritti. La conquista della democrazia comporterà senz’altro tanti sacrifici, anche se non siamo ancora dovuti arrivare agli estremi. Ma siamo consapevoli che a un certo punto o paghiamo a caro prezzo o saremo costretti ad accettare questo regime corrotto. Se non abbiamo la volontà di sacrificarci, dopo non possiamo lamentarci quando ci sbattono in prigione senza motivo, senza un’accusa, e senza un processo. Non possiamo aspettarci niente di meglio. Perché il fatto è che il governo non rispetta le Convenzioni sui Diritti Umani delle Nazioni Unite. Non rispettano il sistema democratico. Vogliono solo continuare a tenersi il loro esclusivo potere politico.

Non ho paura. Penso al futuro, a mio figlio. Affronto questa sfida per lui, per tutti i nostri figli, per il loro futuro. Se non cominciamo adesso a cambiare le cose, la prossima generazione erediterà soltanto il nostro fallimento.

Mio padre e mia madre dicevano sempre: “Guarda i fatti e poi fai le cose giuste”. Quando mio padre è venuto a trovarmi in carcere mi ha detto: “Buono o cattivo, il tuo destino è nelle mani di Dio. Dio ha deciso se starai in carcere o se tornerai da noi. Questo non lo cambia nessuno”. E questo mi incoraggi a fronteggiare sempre ciò che ritengo sbagliato.

So che il futuro vedrà un Egitto più democratico, con più rispetto per i diritti umani. Ma questo è il futuro solo se la gente combatte e pretende i propri diritti sin da ora. Con la comunicazione di massa, i satelliti e Internet, non si può più tenere la gente all’oscuro di tutto. E con Pinochet processato in Spagna e Milosevich davanti al Tribunale Penale Internazionale in Serbia, quelli che sono al potere sanno che, un giorno, potrebbero dover rendere conto dei loro misfatti. Le cose stanno cambiando – non ci si può più voltare indietro.

Il mio paese ha un magnifico potenziale. È ricco di risorse. Abbiamo le infrastrutture dell’industrializzazione e una schiera di egiziani che lavora all’estero nel ramo tecnologico. Se i miei connazionali riescono a convincersi che ora l’Egitto rispetta i diritti umani e la corruzione è limitata, investiranno. Se facciamo in modo di avere trasparenza, democrazia, responsabilità e tolleranza, questo proteggerà il nostro paese da qualunque minaccia, sia da parte del fondamentalismo che del terrorismo, sia nazionale che straniera. Io credo nel nostro futuro e so che sarà migliore.

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