United States - Stati Uniti
Helen Prejean
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Foto di Eddie Adams
Pena di Morte
"La pena di morte non è una questione marginale su cosa fare di qualche delinquente che ha commesso crimini terribili. Piuttosto riassume le tre ferite più profonde nella nostra società, ferite che dobbiamo curare e guarire. La prima ferita è il razzismo. La seconda ferita è la prassi di infierire sui poveri. La terza ferita è la nostra inclinazione a risolvere i problemi sociali con la violenza."
Biografia
Louisiana, 1977. I fratelli Patrick ed Eddie Sonnier ammisero di aver aggredito David LeBlanc, diciassette anni, e Loretta Bourque, diciotto, in una notte d’autunno. Ma ognuno accusava l’altro dell’uccisione dei due e lo stupro della Bourque. Eddie fu condannato all’ergastolo, Patrick alla sedia elettrica. Nell’estate del 1982, Sorella Helen Prejean si era appena trasferita al St.Thomas Housing Project, uno dei quartieri più violenti di New Orleans, quando un amico le chiese di diventare “amica di penna” di Pat Sonnier. Considerando la proposta come un’estensione della sua missione per i poveri, la Prejean accettò, trovandosi a dover aprire gli occhi sul mondo sotterraneo che è l'esistenza nel braccio della morte. Accompagnò Sonnier nei suoi ultimi due anni di vita, fino al giorno in cui "lo Stato" gli rasò la testa per gli elettrodi, lo legò sulla sedia e lo giustiziò. Ebbe così inizio per la Prejean l'impegno di una vita in favore dell'abolizione della pena di morte. Le sue esperienze sono raccolte nel toccante best-seller “Dead Man Walking” che, insieme alla versione cinematografica assai acclamata dal pubblico (che nel 1995 valse un Oscar a Susan Sarandon, per l'interpretazione di Sorella Helen) contribuì a lanciare in tutto il mondo la campagna della Prejean contro la pena capitale. Gli Stati Uniti sono l'unico paese occidentale in cui vige ancora la pena di morte: circa quattrocento persone sono attualmente in attesa di esecuzione. Parallelamente, rendendosi anche conto delle necessità delle famiglie delle vittime di crimini violenti, Prejean creò SURVIVE, un gruppo di sostegno con il quale continua a collaborare strettamente.
Sister Helen Prejean
Intervista
La pena di morte legalizza la tortura e l'uccisione di nostri concittadini, ed emula la loro stessa violenza, rendendola una sorta di deterrente a scopo punitivo. Sono giunta a questa conclusione solo dopo aver assistito per la prima volta ad una esecuzione. Quando sono uscita dalla stanza dell'esecuzione con Patrick, avevo tutto assolutamente chiaro. Un’esperienza simile può sia annichilirti che illuminarti. Dove per “illuminare” intendo percepire profondamente il principio della risurrezione della vita che ha il sopravvento sulla morte, e resiste al male. Sapete, come diceva Gandhi, bisogna svelare il male e bisogna tenacemente resistergli. Quel giorno, è nata la mia missione. Patrick era morto e io non avevo scelta. La gente doveva sapere. Io dovevo renderla partecipe raccontando ciò che avevo visto accadere proprio davanti a me. E lavoro da quindici anni nel tentativo di porre fine alla pena di morte. La pena di morte non è una questione marginale su cosa fare di qualche delinquente che ha commesso crimini terribili. Piuttosto riassume le tre ferite più profonde nella nostra società, ferite che dobbiamo curare e guarire.
La prima ferita è il razzismo, perché il sistema giudiziario penale ne è permeato: chi è la vittima, e a chi importa delle vittima? Se viene ucciso un bianco, in questo paese si tende a considerarlo ancora il peggior delitto. Infatti l’85 per cento delle persone condannate a morte sono lì perché hanno ucciso dei bianchi. Recenti studi condotti in Pennsylvania dimostrano che il razzismo si evince anche dalla punizione sproporzionata inflitta alla gente di colore che commette lo stesso crimine di un bianco.
La seconda ferita è la prassi di infierire sui poveri. Non è un caso che le tremilaseicento persone designate per la pena capitale negli Stati Uniti siano tutte povere. Non si possono permettere la difesa di uno studio legale come quello di Johnny Cochran. Arrivano in tribunale e hanno già perso in partenza. Supponiamo di avere un’accusa e una difesa: la giuria ascolterà gli argomenti delle due parti e prenderà una decisione. Ma se è solo l’accusa ad avere dei mezzi a propria disposizione, difficilmente la difesa potrà prevalere. Ma si tende a considerare questo come un'inadeguatezza intrinseca dei poveri, che sta alla base della loro povertà. In Europa hanno molto più senso sociale. Se il crimine dilaga, si domandano, “Cosa facciamo di sbagliato per la nostra società?” guardano alla struttura. Guardano alla base. In America pensiamo “C’è una mela marcia, prendiamone un'altra cassetta, e bruciamo questa.”
La terza ferita è la nostra inclinazione a risolvere i problemi sociali con la violenza. Lo facciamo da sempre. Gli Stati Uniti sono stati fondati sulla violenza: violenza contro gli schiavi, violenza contro i Nativi Americani, e il tipo di violenza che deriva dal non permettere ad ognuno di avere voce; come le donne che, per lungo tempo, non potevano votare. Ecco perché non considero la pena di morte una questione marginale; la considero un punto centrale per il tessuto sociale di un paese, e un atto di profonda disperazione. Non sappiamo cos’altro fare, quindi imitiamo il comportamento del peggiore dei criminali. Uccidiamo gente che uccide altra gente perché diciamo: “Non meriti di vivere. Non sei umano come noi, dunque sei eliminabile.” È un atteggiamento molto pericoloso, nocivo. E in un certo senso uccide i nostri concittadini anche sotto altri punti di vista. Vedete, la pena di morte è assolutamente categorica. Portiamo delle persone, ancora vive, attraverso un cammino che è una tortura e poi le uccidiamo.
La Corte Suprema statunitense ha affermato che l’esecuzione non lede la dignità di un essere umano. Amnesty International definisce la tortura un'aggressione estrema, che sia psicologica o fisica, nei confronti di una persona totalmente indifesa. Immaginiamo una situazione in cui un criminale ha rinchiuso le sue vittime in una casa e dice loro: “Vi giustizieremo, vi spareremo in testa martedì alle 21.00”, poi quando arrivano le 19.00 tira fuori una vittima e le dice: “Non stasera, un'altra sera.” La rinchiude nuovamente e aspetta, poi la riporta fuori, le punta addosso una pistola e dice: “Non stasera”. Aggiungiamoci il fatto che le loro famiglie sono lì a guardare mentre succede tutto questo. È così che si tortura; e questa è la pena di morte.
Il coraggio, per quanto mi riguarda, è molto vicino all'integrità. Il coraggio sta nella risolutezza a perseverare; anche se ciò significa subire minacce. Quando abbiamo fatto le prime marce in Louisiana e abbiamo ricevuto telefonate minatorie del tipo: “Voi, liberali dal cuore tenero, amanti degli assassini”, oppure “ Vi farò una donazione in moneta, così magari potete fonderla e farne pallottole”. E le macchine si fermavano e la gente ti mandava a quel paese urlandoti improperi. Perché la violenza provoca veramente altra violenza. L'intera faccenda della pena di morte si potrebbe riassumere con: “Ammazzalo, ammazzalo!”.
Il mio sogno è che i diritti umani siano ciò che ci porta nel nuovo millennio, che il nostro senso comunitario continui a crescere, così come il nostro rispetto per gli altri, per la dignità delle persone, cosicché possiamo comprendere meglio come si costruisce una società. Mi viene in mente la bontà: la bontà ispira, dà energia. Come quando Gesù è stato messo in croce e ha detto: “Padre perdonali, perché essi non sanno quello che fanno”. Io penso veramente che siano la mancanza di coscienza e di consapevolezza a farci essere così insensibili verso altri, a farci comportare così male gli uni con gli altri. Se riusciamo a far tornare la gente alla propria coscienza e ai propri sentimenti migliori, riusciremo anche a sensibilizzarli.
E quindi è proprio questo ciò che dobbiamo fare.