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Il Dalai Lama

 

 

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

Libertà Religiosa

"Se la comunità mondiale non affronta la questione tibetana, le violazioni dei diritti umani continueranno."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Biografia

Nato nel 1937, nono figlio di una famiglia di contadini della regione di Amdo sul confine cinese, all’età di due anni Lhamo Thondup fu riconosciuto dai monaci tibetani come la quattordicesima reincarnazione del Dalai Lama, considerato una manifestazione di Bodhisattva della Compassione. Con il nuovo nome di Tenzin Gyatzo, fu portato a Lhasa, dove per sedici anni studiò i testi metafisici e religiosi che l’avrebbero preparato al ruolo di guida spirituale.
Nel 1949 la Cina invase il Tibet. La feroce repressione che ne seguì, vide migliaia di Tibetani giustiziati in carcere o costretti a morire di fame nei campi di prigionia, e centinaia di monasteri, templi e altri edifici storici (e culturali) saccheggiati e demoliti. Nel tentativo di sradicare la cultura e l’identità tibetana, i Cinesi forzarono i Tibetani a indossare abiti cinesi, a professare l’ateismo, a bruciare i libri e a condannare, umiliare e uccidere i loro anziani e i loro maestri. Il Dalai Lama era in pericolo, e fuggì in esilio nel nord dell’India insieme ad altri ottomila Tibetani nel 1959. Non è mai tornato in Tibet. L’oppressione è continuata, con nuove ondate negli anni sessanta e ottanta, e non ha ancora avuto fine. Fino ad oggi, il governo cinese ha assassinato, massacrato, torturato e fatto morire di fame oltre un milione di Tibetani, un quinto della popolazione. Di fronte a un simile sopruso, dove trovano i Tibetani la forza di proseguire la lotta? Sua Santità li esorta a non abbandonare le proprie convinzioni e ad aggrapparsi ai propri sogni. Egli chiede a tutti noi di pensare a coloro che hanno rubato la sua terra e massacrato la sua gente, non come a ladri e assassini, ma come a esseri umani che meritano perdono e compassione.
Il Dalai Lama ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 1989.

Internation Compaign for Tibet

Intervista

Sulla Compassione

Quando mi sono recato in visita ai campi di sterminio di Auschwitz, mi ha colto alla sprovvista la profonda repulsione che ho provato guardando i forni dove sono stati cremati centinaia di migliaia di esseri umani. Mi sentivo sopraffatto al pensiero che qualcuno avesse potuto tollerare un tale orrore con il distacco di chi agisce per mero calcolo. Ho pensato, questo succede quando le società perdono il contatto con il sentimento. Certo, le leggi e le convenzioni internazionali sono fondamentali, eppure sembra che non bastino a prevenire tali atrocità. Che dire di Stalin e dei suoi pogrom? E di Pol Pot, l’architetto dei campi di sterminio? E Mao, uomo che conoscevo e una volta stimavo, con la sua barbara follia della Rivoluzione Culturale? Tutti e tre avevano una visione, uno scopo e una qualche finalità sociale, ma niente che potesse giustificare la sofferenza che hanno causato. Perciò, vedete, parte tutto dall’individuo, che deve chiedersi quali saranno le conseguenze delle sue azioni. Un atto etico è un atto che non nuoce. Dobbiamo accrescere la nostra sensibilità, poiché meno tolleriamo la vista del dolore altrui, più ci adoperiamo per essere ben certi di non commettere azioni che causino del male. In tibetano questo si chiama nying je, comunemente tradotto come compassione.

Sulla Sofferenza

Ogni essere umano desidera la felicità, e la vera felicità è caratterizzata dalla pace. Un essere senziente sperimenta anche la sofferenza. Ed è questa esperienza che ci mette in relazione con gli altri ed è la base della nostra capacità di empatia. Molti di noi in Tibet hanno vissuto il dolore della privazione di ogni cosa. Da profughi, abbiamo perduto la nostra patria, e siamo stato costretti a separarci dai nostri cari. Quando mi giungono brutte notizie dal Tibet la mia reazione spontanea è di profonda tristezza. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta c’è stato un grande afflusso di Tibetani in India. Molti venivano da me e mi raccontavano di come i loro padri o i loro genitori o le sorelle o i fratelli sono stati uccisi, e di come loro stessi avevano subito torture o avevano sofferto. Spesso piangevo. Ora che di questi racconti ne ho sentiti veramente tanti, i miei occhi sono asciutti. È come il soldato che trasale quando sente il primo sparo, ma dopo tanti spari, si abitua al suono.

Anche quando i Cinesi sono andati in collera con me, e se la sono presa con Panchen Lama, è stato molto triste, e io mi prendo qualche responsabilità per quello che è successo. Eppure, cosa potevo fare? Quando accadono queste cose, non serve scoraggiarsi e rattristarsi. I sentimenti di rabbia impotente non fanno altro che avvelenare la mente, amareggiare il cuore e indebolire la volontà. Trovo conforto nelle parole dell’antico maestro indiano Shantideva, che consiglia: “Se c’è un modo per vincere la sofferenza, allora non c’è da preoccuparsi. Se non c’è un modo per vincere la sofferenza, non serve preoccuparsi.” Dobbiamo applicare questo nella nostra situazione e ricordarci che la naturale predisposizione umana verso la libertà, la verità e la giustizia alla fine prevarranno. Vale anche la pena di rammentare che il periodo di  maggiore difficoltà è anche il periodi di maggior guadagno in saggezza e forza. Un grande studioso tibetano che passò vent’anni in carcere sopportando un trattamento orribile, compresa la tortura, durante la prigionia scriveva lettere e farle uscire clandestinamente – e queste lettere venivano acclamate da tanta gente perché sembra che contenessero i più profondi insegnamenti sull’amore e sulla compassione che si siano mai uditi.

Sull’Etica e sull’Ambiente

Non è un’esagerazione dire che il Tibet in cui sono cresciuto era un paradiso della natura. La caccia era assai rara. Enormi branchi di kiang (asini selvatici) e drong (yak selvatici) correvano per gli altopiani insieme alle vivaci gowa (gazzelle), alle wa (volpi), e alla tsoe (antilopi). Le aquile reali si libravano sopra i monasteri e di notte si udiva il canto del wookpa (gufo). Ora, per via della degradazione dell’ambiente e della caccia, la fauna del mio paese è scomparsa. I Cinesi hanno raso al suolo le foreste del Tibet e Pechino ammette che questo è stato causa, almeno parzialmente, della catastrofica inondazione dell’ovest della Cina. La sensibilità verso l’ambiente deve essere parte della consapevolezza della portata universale delle nostre azione, e avere un certo riguardo in questo, come in tutto, è importante.

Sulla Non Violenza

Il Presidente Mao una volta ha detto che il potere politico passa dalla canna di una pistola. Ma io credo che con la violenza si possano raggiungere soltanto obiettivi a breve termine, ma non si possano invece ottenere risultati duraturi. Io credo fermamente che la violenza generi violenza. Qualcuno può dire che la mia devozione alla no violenza è lodevole, ma non molto pratica. Sono convinto che la gente si esprima così perché si spaventa all’idea di non usare la violenza, si sente vulnerabile e si scoraggia facilmente. Ma se una volta si parlava di pace riferendosi soltanto alla propria terra, ora è in gioco la pace del mondo intero – l’interdipendenza umana è ormai assai evidente. E dobbiamo riconoscere che la non violenza è stata la principale caratteristica delle rivoluzioni  politiche che sono dilagate nel mondo degli anni Ottanta. Io ho proposto che il Tibert, tra gli altri, diventi una Zona di Pace. Paesi come l’India e la Cina, che sono stati in guerra per molto tempo, trarrebbero enormi benefici da questa smilitarizzazione, e risparmierebbero cifre considerevoli, che ora invece sprecano per mantenere le truppe lungo i confini.

A livello personale, la violenza può minare le più grandi motivazioni. Per esempio, io ritengo che gli scioperi della fame come mezzo di protesta siano problematici. La prima volta che ho incontrato i Tibetani che facevano lo sciopero della fame (il 2 aprile 1988, a Nuova Delhi), non mangiavano da due settimane, perciò non erano ancora in gravi condizioni fisiche. Mi avevano subito chiesto di non tentare di fermarli. Dal momento che scioperavano per la causa tibetana, che era anche la mia responsabilità, per farli smettere dovevo mostrare loro un’alternativa. Triste a dirsi, ma non c’era nessuna alternativa. Alla fine, era intervenuta la polizia indiana e aveva portato in ospedale gli scioperanti, e io mi ero sentito immensamente sollevato. Certo, gli scioperanti hanno agito con coraggio e determinazione, il che è notevole, e fortunatamente non sono morti, e non perché abbiano cambiato idea, ma perché sono stati costretti a vivere dal governo indiano. Gli scioperanti non consideravano il sacrificio di se stessi come una forma di violenza, ma io sì. Sebbene si rendessero conto che la nostra causa era giusta, non avrebbero dovuto pensare che la morte per mano di qualcuno che sentivano nemico potesse essere una conseguenza ragionevole delle loro azioni. Questa è una distinzione ed è importante.

Sui Diritti Umani

Le violazioni dei diritti umani sono sintomi di una più vasta questione tibetana, e se la comunità mondiale affronta la questione tibetana, le violazioni dei diritti umani continueranno. Nel frattempo, i Tibetani soffrono, i Cinesi sono in imbarazzo, e il risentimento generale cresce. Le autorità cinesi cercano l’unità e la stabilità, ma il modo in cui trattano il Tibet crea instabilità e disgregazione. È una contraddizione che non funziona.

Sul Valore della Vita

Mi rendo conto che essere il Dalai Lama ha uno scopo. Se la vita di qualcuno diventa utile e benefica per gli altri, allora egli ha realizzato il suo scopo. Ho una responsabilità immensa e un compito impossibile. Ma finché vado avanti sinceramente motivato, io sono quasi immune a tutte queste difficoltà. Tutto ciò che posso fare, lo faccio; anche se va oltre la mia capacità. Certo, sento che sarei più utile se stessi al di fuori della amministrazione governativa. Queste cose dovrebbero farle persone più giovani, istruite, mentre invece il tempo e le energie che mi rimangono dovrei concentrarli sulla divulgazione del valore umano. Alla fine, è la cosa più importante. Quando il valore umano non viene rispettato da quelli che amministrano i governi o che si occupano di economia, i problemi di ogni sorta, come il crimine e la corruzione. L’ideologia comunista non fa progredire il valore umano, e di conseguenza la corruzione è enorme. La cultura buddista può aiutare ad aumentare l’auto disciplina, e questo ridurrebbe automaticamente la corruzione. Non appena potremo tornare in Tibet con un certo grado di libertà, io lascerò tutta la mia autorità temporale. Poi, per il resto della mia vita, mi concentrerò sulla divulgazione dei valori umani e sulla promozione dell’armonia tra le differenti tradizioni religiose. E continuerò a insegnare il buddismo al mondo buddista.

Sugli Scopi e sulla Transitorietà

Non ci sono contraddizioni intrinseche tra essere un leader politico e un leader morale, finché si portano avanti le attività politiche o gli obbiettivi con motivazione sincera e scopi corretti. Scopi corretti significa non lavorare per il proprio nome, per la propria fama, o per il proprio potere, ma per il bene degli altri.

Tra quindici anni io, Tenzin Gyatzo, non sarò altro che un ricordo. Il tempo passa inesorabile. Le autorità cinesi e il popolo tibetano vogliono tanto che io continui il mio lavoro, ma ora ho più di sessantaquattro anni. Questo vuol dire che fra dieci anni ne avrò settantaquattro e fra venti ne avrò ottantaquattro. Perciò resta poco tempo per il lavoro attivo. I miei medici dicono che l’arco della mia vita, come rivelano le mie pulsazioni, è di centotre anni. In questo tempo, fino all’ultimo giorno, io voglio, per il bene di tutti, mantenere strette relazioni con quelli che sono diventati amici del Tibet durante il nostro periodo più buio. Non l’hanno fatto per denaro, certo non per il potere (perché essere nostri amici poteva creare loro dei problemi nel trattare con la Cina), ma per sentimento umano, per umana partecipazione. Considero molto preziose queste amicizie. Ecco una breve preghiera che mi ha dato grande ispirazione nella mia ricerca di fare del bene agli altri:


Che io possa essere in ogni momento ora e sempre
Uno che protegge chi non ha protezione
Una guida per chi ha perso la strada
Una nave per chi ha oceani da attraversare
Un ponte per chi ha fiumi da attraversare
Un santuario per chi non ha luce
Un luogo coperto per chi non ha riparo
E un servitore di tutti i bisognosi.

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