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Kenya
Koigi Wa Wamwere

 

 

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

Diritti Politici

"Sono stato messo nelle celle del seminterrato della polizia e mi sono svegliato in un mare d’acqua. Ero nudo e sono restato seduto lì tutta la notte. Sono rimasto nell’acqua per circa un mese."

 

 

 

Biografia

Koigi wa Wamwere è uno dei più noti prigionieri politici del Kenya. Autore di numerosi libri, commedie e poesie, Koigi wa Wamwere nasce in una famiglia povera appartenente a una comunità che vive nella zona della foresta; a scuola va bene, tanto che gli viene assegnata una borsa di studio per la Cornell University, dove si laurea nel 1973. Rientra in Kenya dove intende adoperarsi per le riforme democratiche, e infatti nel 1974 è in lizza per la carica di deputato in parlamento, ma nel 1975 le critiche al presidente keniota gli costano l'arresto. È stato trattenuto senza accuse a carico, non ha visto un giudice o una giuria per ben tre anni. Rilasciato nel dicembre del 1978, nel 1979 lo vediamo ancora una volta in corsa per il parlamento e questa volta vince. Nei tre anni successivi si occupa di un distretto rurale molto povero. Dall'agosto del 1982 al dicembre del 1984, wa Wamwere viene imprigionato di nuovo, e anche questa volta senza nessuna imputazione.
Nel giugno del 1986 chiede asilo politico alla Norvegia. Durante una sua visita in Uganda, nel 1990, le forze di sicurezza keniote attraversano il confine internazionale per rapire wa Wamwere e lo imprigionano fino al 1993. Ancora una volta fugge in esilio. E ancora ritorna in Kenya dove, questa volta, viene arrestato con false accuse che tra l'altro, prevedevano la pena di morte. Koigi wa Wamwere viene rilasciato il 13 dicembre del 1996 - a seguito di pressioni sul governo sia interne, sia internazionali - per potersi sottoporre alle cure mediche necessarie per i suoi problemi di cuore. Questa volta gli concedono un processo, per la verità si è trattato di una farsa che si è conclusa con una condanna a quattro anni di carcere e sei frustate. Ha pagato con la tortura e trascorso buona parte della sua giovane vita in prigione per il suo incessante attivismo a favore della democrazia e per il suo approccio non violento. È risorto da queste esperienze con una saggezza e un senso di pace quasi inimmaginabili.
Dal 2007 è membro del Parlamento keniota.

Intervista

Lavorare per i diritti umani è, in realtà, una lotta continua che mira a preservare la vita e nella quale sono stato coinvolto per molto tempo. Il mio coinvolgimento nella lotta per i diritti umani in quanto lotta per i diritti democratici è consapevole, fin dall'inizio ho guardato ai diritti umani come alla pietra angolare delle libertà democratiche.

Quando ero studente alla Cornell University, nel 1971, ho iniziato a chiedermi perché il Kenia non poteva contare sulle libertà fondamentali. Ho visto la vita in America, era molto più aperta, la gente poteva criticare il suo presidente e manifestare apertamene. Mi sono imbattuto negli scritti e nei discorsi di Martin Luther King, di Robert Kennedy e di suo fratello John F. Kennedy, e in quelli di Malcolm X. Mi hanno dato l'ispirazione per lottare; hanno completamente trasformato la mia vita - completamente. Ero andato alla Cornell per seguire gli studi di gestione alberghiera, invece ho imparato a combattere per i diritti umani. Una volta che questo sogno mi è entrato in testa non ho potuto fare altro se non preparare le valigie e rientrare a casa per iniziare quella che si sarebbe rivelata una lunga lotta.

Al mio rientro a Nairobi nel febbraio del 1973, Jomo Kenyatta era ancora presidente, e richiedere la sua rimozione equivaleva a un suicidio. Tuttavia ho iniziato a dire apertamente che nel mio paese le cose non andavano nella giusta direzione. A casa, per i miei familiari, è stato uno shock sentirmi parlare criticamente, e per di più apertamente, di quanto stava succedendo. Però ero felice di avere l’appoggio di mio fratello e ben presto abbiamo messo su un team con cinque giovani che condividevano i nostri sogni in fatto di diritti umani e di uguaglianza, e tutti desideravamo anche porre fine alla corruzione. Non sapevamo come portare avanti la lotta, da che parte cominciare. E ho pensato che il mezzo migliore per esporre questi problemi sarebbe stato la stampa. Quindi ho deciso di diventare giornalista indipendente. Ogni settimana preparavo un servizio speciale e ogni volta che pubblicavo arrivava la polizia e mi portava alla centrale per interrogarmi. La gente pensava che quello che facevo fosse pura follia. Che la polizia mi avrebbe portato al comando, interrogato, incriminato e poi portato in tribunale. La maggior parte delle volte venivo buttato fuori. Finivano col chiedermi di andarmene a casa. Mi chiedo cosa mi desse la forza di andare avanti; suppongo che fosse il sogno che mi animava a darmi l'energia per continuare.
Uno degli articoli che avevo scritto, e che aveva attirato molta attenzione, trattava dei lavoratori della foresta e delle loro condizioni di lavoro. Sono nato e cresciuto nella foresta e i miei genitori ci lavoravano, quindi sapevo bene di cosa stavo parlando. L'articolo paragonava il trattamento dei lavoratori della foresta del Kenya a quelli della Tanzania. Quando l'Inghilterra aveva ancora il controllo sulla zona, tutti i lavoratori tra il Kenya e la Tanzania avevano più o meno lo stesso trattamento, per via della stessa amministrazione. Ma dopo l'indipendenza, i tanzaniani sono stati in grado di progredire mentre i kenioti sono rimasti al palo. Oltre a scrivere, andavo a fotografare gli alloggi. La denuncia delle condizioni di queste persone ha mandato il governo su tutte le furie. Un noto funzionario del governo, il Segretario Shamala, ha detto che avrei dovuto fare i bagagli e trasferirmi in Tanzania. (Anni dopo, comunque, mi ha difeso dall'accusa di tradimento).

In un altro pezzo che aveva attirato l'attenzione, trattavo del tribalismo in quanto parte dell'ideologia di sfruttamento. Ancora una volta ho fatto infuriare qualcuno. Trovavo sbagliato il modo in cui il governo discriminava alcune tribù, mentre consentiva ad altre di comportarsi come se il governo fosse di loro proprietà, ma questo punto di vista mi ha fruttato l'accusa di essere un traditore. Poi ho scritto della corruzione nelle aziende controllate dal governo, una questione di particolare rilievo. Alcune persone raccoglievano denaro presso i contadini promettendo che avrebbero comprato della terra per loro e, in un caso emblematico, avevano effettivamente comprato una grande fattoria, ma solo per buttare fuori la gente subito dopo e tenersi la fattoria. E allora ne ho fatto un articolo.

A volte, rischiavo la vita per scrivere queste cose, ma in realtà non mi accorgevo del rischio, non ci pensavo. Dopo un certo periodo, tuttavia, le cose hanno preso una brutta piega. A un dato momento ho dovuto scegliere l’esilio, perché le minacce si erano fatte pesanti. E, mentre ero in esilio in Norvegia, sono arrivati al punto di inviare dei sicari a uccidermi.

La prima volta hanno inviato due sicari, uno era italiano e l'altro era il figlio di un diplomatico del Mali a Nairobi. Appena il treno ha oltrepassato il confine con la Svezia i due sono stati perquisiti. Durante la perquisizione hanno trovato l'arma dell'italiano e perciò lo hanno trattenuto. Il secondo sicario è riuscito ad arrivare alla stazione di Oslo. Gli era stato fornita l'indicazione di un contatto somalo-keniota, ma ai suoi occhi tutti i somali avevano gli stessi tratti, così ha preso il primo somalo che passava e gli ha detto: "Prendi la roba". Il somalo pensava che nel pacco ci fossero delle foglie che noi mastichiamo per restare svegli. Ma quando l'ha aperto, ha visto che dentro c'era un fucile G-3 con 400 munizioni. Gli è venuto un colpo. Ed ha chiamato la polizia. Poi quell'uomo è stato arrestato e alla fine ha confessato di essere stato inviato per uccidere me.

Poco tempo dopo hanno incaricato qualcuno di dirottare un volo da Londra alla Tanzania su cui stavo per imbarcarmi. L'uomo ha chiesto: "Che garanzie mi date? Cosa succede dopo il dirottamento?" Loro non potevano garantirgli proprio nulla. Strano, perché quando lui, per la prima volta, mi ha raccontato questa storia non gli ho dato peso e l'ho liquidato. Ma in seguito ho capito che stava dicendo la verità è ho avvertito la polizia norvegese. Hanno piazzato delle microspie nel mio salotto e in seguito l'ho invitato da me per riparlarne e per essere fotografato da quelli della TV. Gli ho detto: "lo dico che menti" e lui: "Come faccio a provarti il contrario?" E io: "Andiamo alla polizia e denunciamo l'accaduto" e lui: "Andiamo alla polizia". Ci siamo andati e lui ha riferito l'accaduto concludendo: "Sentite, se non mi credete faccio una telefonata alla sede del governo keniota". Ha composto il numero e dall' altra parte il centralinista l'ha riconosciuto subito e l'ha messo immediatamente in linea. Sapevano benissimo chi fosse, altrimenti non lo avrebbero mai messo in linea. Si è trasformato in un grosso incidente diplomatico.

In un'altra occasione hanno inviato qualcuno che sosteneva di essere un vescovo. Diceva di essere l'ex presidente del Consiglio Cristiano Nazionale (National Christian Council) in esilio ed era perfettamente abbigliato per sostenere quella parte. Mi ha davvero ingannato. A casa non mangiavamo senza prima ringraziare il Signore per il pasto. Pregava sempre, la qual cosa mi ha davvero sconcertato quando ho scoperto che era un impostore. Una volta gli avevo chiesto di parlare con la BBC della situazione in Kenya e dopo che l'intervista era andata in onda, la BBC mi ha chiamato per dirmi: "Quell'uomo non è il Vescovo X; abbiamo ricevuto le rimostranze di quello vero!" Ha finito col confessare, ammettendo di essere stato inviato dal governo keniota e dandoci anche i numeri di telefono del suo contatto nel governo. Erano numeri che mettevano in diretto collegamento con il presidente. È saltato fuori che gli erano stati promessi tre milioni di scellini se fosse riuscito a uccidermi o a rapirmi.

Un'altra volta ancora, mentre mi recavo in visita in Uganda, avevo provato a prendere contatto con qualcuno, a casa. Quel giorno, mentre uscivo dall'albergo, in una cittadina che si trovava a ridesse del confine tra Uganda e Kenya, ho visto degli agenti della sicurezza che stavano facendo la spola proprio lì davanti. Probabilmente, la persona con cui mi trovavo in quel momento mi aveva tradito.

Ricordo il giorno in cui mi hanno arrestato, era nel luglio del 1990. Avevo notato alcune persone sedute a un tavolo, in particolare una donna che, certamente, aveva fattezze keniote e continuava a guardare nella mia direzione. (Ugandesi orientali e kenioti orientali hanno una carnagione leggermente differente, gli ugandesi sono più scuri). Ad ogni modo, quella donna non era ugandese. Ho chiesto all’albergatore se erano arrivati dei kenioti, e lui ha annuito, allora ho deciso di tornare nella mia camera. Più tardi, nella notte, circa cinque persone, tutte mascherate, hanno fatto irruzione nella mia stanza e mi hanno arrestato. Non ho mai saputo chi fossero. Mi hanno rapito e portato in Kenya. Prima mi hanno gettato in galera e poi hanno iniziato ad arrestare i miei amici. Anche mio fratello è stato arrestato e siamo stati accusati tutti di tradimento. Una cosa che non ho mai capito è perché non mi hanno ucciso. Sono stato messo nelle celle del seminterrato della stazione di polizia e mi sono svegliato in un mare d'acqua. Ero nudo e sono restato seduto lì tutta la notte. Sono rimasto nell'acqua per circa un mese. Nel seminterrato c'erano circa trenta centimetri d'acqua. Potevano raffreddarla, gelarla al punto che da farmi battere i denti, e dopo scaldarla fino ad asfissiarmi. Il continuo cambiamento di temperatura era molto doloroso. Naturalmente non mi davano da mangiare. Mi davano soltanto un po' da bere quando ero sotto interrogatorio. Sono rimasto in isolamento per un mese e di giorno mi interrogavano minacciandomi di scaraventarmi giù dal tetto. Ero terrorizzato.

Sono stato portato di fronte a questo 'consesso' e a un certo punto un uomo si è alzato e mi ha detto: "Ora lo sai che ti abbiamo in pugno", e ho risposto soltanto: "Sì". Lui ha continuato: "Accetti il fatto che noi siamo più forti di te?" E io ho risposto: "Solo perché voi avete la polizia, l'esercito. Ma le mie idee sono più forti delle vostre. Ciò per cui sto lottando è più grande di quello che voi cercate di proteggere, quindi non vi riconosco come miei signori e padroni". E lui ha risposto: "Senti, ti propongo un affare. Ora allungo la mano; se tu la stringi ti lascio andare. Se non li puoi battere, unisciti a loro. Ecco quello che ti offriamo. Stringimi la mano e ti lascio andare, con tutti i tuoi amici", ha allungato la mano e io ho risposto: "No" e lui: "In questo caso devi morire". Così mi hanno bendato, ammanettato e ricondotto in cella. Lui ha aggiunto: "Tra pochi giorni ti porteremo in tribunale dove sarai accusato di tradimento".

Perché non gli ho stretto la mano? Perché sono convinto che se avessi fatto la pace con quelle persone sarebbe stato come fare la pace con il diavolo. La vita è una continua lotta tra il bene e il male. In questa lotta non c'è spazio per la neutralità. Non riesco proprio a vedermi passare dalla loro parte. Non mi sentirei mai in pace con me stesso. Preferirei morire.

Mia madre ha attraversato il paese intero in cerca di un avvocato disposto a difendermi e solo Shamala ha accettato. È stato molto, molto coraggioso da parte sua accettare; e alla fine siamo stati liberati.

Nel 1975 ci hanno preso tutti e incarcerati senza un processo. Io sono rimasto in prigione fino al dicembre del 1978. Poi sono uscito e mi sono messo in lizza per il parlamento quale rappresentante di un collegio elettorale che aveva bisogno di qualcuno che, appunto, rappresentasse i poveri. Il presidente Moi, in quell'occasione, mi ha invitato a colazione. All'inizio parlava bene di me e, siccome sembrava una persona decisa a rompere con il passato, l' avevo preso in seria considerazione. Non sapevo che sarebbe durato fino a quando, di ritorno da un comizio mi sono ricordato delle persone ai bordi delle strade che gridavano "Giosuè, Giosuè, Giosuè!". Due giorni dopo il presidente ha di nuovo invitato me e mia moglie Jane a colazione. Ha esordito dicendomi che non voleva che parlassi a favore dei diseredati e che dovevo smetterla di parlare di ridistribuzione della terra e dell'annullamento delle pene di detenzione. Mi ha detto: "Non svegli il can che dorme, potrebbe costarle caro". Gli ho risposto che avevo afferrato la velata minaccia. Lui ha poi aggiunto che se non avessi fatto tesoro del suo consiglio, non sarei andato molto lontano.

Poi gli ho chiesto se ricordava quella volta in cui la gente gli aveva gridato "Giosuè" assiepata ai lati delle strade. Ha fatto finta di non sapere cosa intendessero. Gli ho spiegato che i kenioti avevano in Jomo Kenyatta il loro Mosé, che li ha guidati fuori dall'Egitto, ma invece di condurli alla Terra Promessa, alla sua morte si sono ritrovati nel bel mezzo del deserto". E ho detto ancora: "Ora i kenioti guardano a lei come alloro Giosuè, che li condurrà alla Terra Promessa. Ma lei non li può portare nella terra del latte e del miele se non dà loro la libertà, se non dà loro migliori stipendi, se non dà loro la terra". Ho aggiunto che era assolutamente necessario porre fine alla corruzione e ho concluso dicendogli che lui aveva spinto la gente a credere in lui, a credere che fosse il loro Giosuè, e ora non poteva deluderli.

E ancora una volta mi sono ritrovato in prigione, era il 1982, ci sono rimasto fino al dicembre del 1984. Ho lasciato il paese nel 1986 e sono restato in Norvegia fino al 1990 soltanto per essere arrestato di nuovo in Uganda e per rimanere in prigione fino al 1993. Sono tornato in Norvegia e quindi sono rientrato in Kenya nel settembre di quell'anno e sono stato immediatamente arrestato. Era il periodo degli scontri etnici e avevamo fondato la National Democratic and Human Rights Organization (NDEHURIO )per lottare per i diritti umani, indagare sulle violazioni dei diritti umani e denunciare il ruolo del governo nel promuovere gli scontri etnici.

A questo punto le cose si sono fatte più difficili. Stavo facendo colazione con l'avvocato e amico, Gibson Kamau Kuria a casa sua, a Nairobi, quando al notiziario abbiamo sentito che c'era stata una scorreria in una stazione di polizia in una città a poche ore da Nairobi. Gibson ha detto "Se fossi stato a Rift Valley, avresti potuto essere facilmente accusato di essere coinvolto nel raid". E un amico mi ha detto che lo avrebbero potuto fare comunque. Gibson si è infuriato perché era convinto che questo andasse ben oltre a quello che sarebbero stati capaci di fare. Ma quel venerdì hanno puntualmente fatto quello che temevamo: mi hanno arrestato per rapina alla stazione di polizia, una montatura perfetta.

Quando, sul banco dei testimoni, i poliziotti hanno esposto le prove contro di me, sorridevano imbarazzati e tenevano basso lo sguardo. Alcuni addirittura hanno ammesso che le montatura era ridicola e meschina. Una signora dell'Ambasciata Danese voleva testimoniare che la notte dei fatti l'aveva trascorsa con me a casa di Gibson, ma il ministero degli esteri danese le ha ordinato di non esporsi. Ci sono state numerose pressioni provenienti dalla comunità internazionale, dal Centro per i Diritti Umani Robert F. Kennedy a Amnesty International.

Ma al quel punto ero già in carcere e ci sono rimasto per due anni mezzo con l'accusa di tradimento. questa volta detenuto con un'accusa. Certo, ma ancora una volta senza un regolare processo. Mi trovano nel braccio della morte ed era ormai chiaro che mi avrebbero dichiarato colpevole. Era un classico caso di processo nullo per vizio di sostanza. Al processo noi non abbiamo potuto portare alcuna prova. Non abbiamo potuto sottoporre nessuno a un contro interrogatorio. Ai nostri legali non era nemmeno concesso di fare un riepilogo dei fatti. Quel magistrato si stava comportando come un pazzo - sebbene, devo dire, ho avuto della comprensione per lui perché ha mostrato molta tristezza, come se fosse costretto a fare qualcosa che non avrebbe voluto fare. I suoi figli, sua moglie e perfino suo fratello mi hanno fatto visita in carcere. Era molto strano. Alla fine però ha deciso di emettere la sentenza di morte. Ma proprio allora, al dittatore Mai deve essere venuta un po' di paura. Sapete, ho sempre avuto la sensazione che, dal modo in cui si tenevano aggrappati al potere e dal loro comune disprezzo per l'opinione che il mondo aveva di loro, tra Moi e il dittatore nigeriano Abacha ci fosse una sorta di coordinamento. Ma, dei due, il leader era sempre stato Abacha e quando le pressioni internazionali su di lui a seguito dell'esecuzione del famoso scrittore nigeriano Ken Sera Wiwa si sono fatte pesanti - fino a giungere alle sanzioni e alla sospensione dal Commonwealth - Moi, il più debole dei due, non ha più avuto il coraggio procedere all’esecuzione. Così, invece di emettere una sentenza di morte, ci hanno condannato ali' ergastolo. Così, in un certo qual modo, come per Cristo,la condanna a morte di molti nigeriani ha portato alla nostra redenzione.

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