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Guatemala/United Kingdom - Guatemala/Regno Unito
Bruce Harris

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

 

 

Diritti dell’Infanzia

"Perché i bambini soffrono la fame? Perché subiscono
abusi e vengono assassinati?"

 

 

 

 

 

Biografia

In tutta l’America Latina, i bambini senzatetto vengono picchiati, torturati, violentati e assassinati pressoché impunemente. Bruce Harris è stato il miglior avvocato del Centro America per i “bambini di strada”. Dal 1989, Harris è stato il direttore di Casa Alianza, a Città del Guatemala, che fornisce cibo, riparo, cure mediche, riabilitazione dalla droga, consulenza, capacità professionale, assistenza legale, e altri servizi a quarantaquattro mila bambini senzatetto, che altrimenti sarebbero abbandonati a sé stessi. Le sue indagini hanno condotto a 392 processi per crimini dei quali le vittime erano bambini, ed è stata la prima persona nella storia del Guatemala a far causa alla polizia per l’assassinio di un bambino di strada e a vincere.
Su richiesta del procuratore generale, Harris ha svolto indagini fino a scoprire un traffico di bambini, le cui madri venivano convinte con l’inganno a darli in adozione. In realtà, gli intermediari senza scrupoli li vendevano negli Stati Uniti, per ben ventimila dollari l’uno. Una delle persone denunciate (moglie del presidente della Corte Suprema del Guatemala) ha accusato Harris di diffamazione. In Guatemala, la verità non ha valore di difesa in un processo per diffamazione, e la diffamazione è considerata un vero e proprio crimine.
Nonostante il pericolo di finire in carcere (alcune tra le quindici persone che facevano parte dello staff legale sono state arrestate), Harris ha continuato a lavorare imperterrito fino alla sua scomparsa nel 2010.

Casa Alianza

Intervista

Non sono del tutto sicuro di quale sia la mia ragion d’essere, ma ha molto a che fare col proteggere i bambini che  non hanno nessun altro al mondo. Noi siamo una somma di ciò che riceviamo dalle persone con cui veniamo a contatto nella vita. E ognuno ha un suo eroe. Il mio è Nahaman.
Subito dopo essere entrato a far parte di Casa Alianza, sono diventato amico di Nahaman, un ragazzo di tredici anni. Un giorno, il migliore amico di Nahaman, Francisco, è venuto alla casa di accoglienza a chiamarlo, gridando dal cancello. Verso mezzanotte c’erano sette o otto bambini con la faccia infilata in buste di plastica piene di colla, a due isolati dalla centrale di polizia. Al cambio di turno, si sono presentati cinque poliziotti. Uno punta la pistola verso i bambini intimando loro di non muoversi. I bambini si mettono a correre e i poliziotti ne prendono alcuni, afferrano le buste piene di colla e gliela rovesciano in testa e negli occhi. Perché? Perché così i bambini devono rasarsi i capelli per togliere la colla e avere la testa rasata è segno che sei un delinquente.
Nahaman allontana le mani dei poliziotti, e questi lo prendono come affronto. Lo afferrano, lo buttano a terra e lo prendono a calci fino a fargli sputare l’anima – un ragazzino di tredici anni contro quattro uomini adulti. Lui si piega, urlando, e loro continuano a dargli calci finché non sviene. Perde il controllo della vescica. Ha sei costole rotte. Lividi su tutto il corpo. Il fegato spappolato.
Intanto, Francisco rimane nascosto sotto una macchina e guarda, e quando i poliziotti se ne vanno, chiama un’ambulanza. Che non arriva – non credono ai bambini. I ragazzini credono che Nahaman sia morto. E, per farti capire come parte della loro realtà sia accettare la morte come parte della vita di strada, [ti dico che] se ne vanno a dormire per qualche ora in un parco.
Quando si svegliano, fermano una macchina della polizia che chiama un’ambulanza. Questi pensano che il ragazzo sia solo intossicato e lo mettono in  osservazione. Per pura coincidenza, una dei nostri assistenti sociali si trova nell’ospedale quando Nahaman riprende conoscenza e si fa raccontare cos’è successo. Chiama il medico. Il ragazzo ha un litro di sangue nell’addome ed evidenti danni cerebrali. Poi gli vengono le convulsioni, soffre per dieci giorni e muore.
Ripensandoci ora, mi rendo conto che Casa Alianza aveva a che fare con le persone sbagliate. Avevamo cominciato semplicemente offrendo cibo e riparo – ma questo era un po’ ingenuo da parte nostra. Mi viene sempre in mente un prete in Brasile che diceva: “È un nobile intento dare da mangiare a chi ha fame (e onestamente sarebbe molto più comodo dar loro soltanto da mangiare!) ma come organizzazione abbiamo cominciato a chiedere perché i bambini hanno fame e perché subiscono abusi e vengono assassinati.
Quando Francisco ha detto che gli uomini che avevano ucciso Nahaman erano poliziotti, la nostra prima reazione è stata: bisogna fare qualcosa, ma poi il cervello comincia a razionalizzare tutte le ragione per cui non si dovrebbe: è pericoloso, il Guatemala è così, la gente viene uccisa, c’è un certo dilemma morale. Ma poi ti vedi davanti Nahaman steso per terra, e il cammino diventa chiaro. O no?
Ci siamo messi in contatto con altri dieci gruppi di sostegno all’infanzia e abbiamo deciso di chiedere un incontro con la polizia: ma si sono presentati soltanto due gruppi su dieci. Era evidente che sarebbe stato un lungo e solitario cammino. E anche se capisco le ragioni per cui la gente non vuole alzare la voce, sarebbe stato ben più facile se l’avessero fatto. Se sei l’unico che si fa sentire, sei molto vulnerabile. E sono cominciate le telefonate e le minacce di morte. Noi ci siamo accaniti ancor di più, e hanno preso di mira il centro d’accoglienza stesso.
Una mattina, una BMW senza targhe e con i vetri scuri arriva alla casa  d’accoglienza nel bel mezzo di Città del Guatemala. Tre uomini armati di mitragliatore vengo no al cancello, urlano il mio nome e dicono: “siamo qui per ucciderlo”. La guardia, terrorizzata, risponde che non ci sono. Tornano in macchina, sulla strada, e cominciano a sparare. Grazie a Dio non hanno colpito i bambini. In questi casi, di solito, si chiama la polizia – pensa un po’. La polizia viene e porta via le pallottole. Si porta via le prove. Questo dimostra che eravamo ingenui. Quando la Covenant House di New York (ossi ala sede originaria di Casa Alianza) è venuta a sapere dlel’incidente, mi ha spedito un giubbotto antiproiettile. Se per qualche motivo  non avesse funzionato, c’era la garanzia soddisfatti o rimborsati!
In un certo senso, i responsabili di questa violenza ci hanno fatto un favore, crivellando di colpi di mitra il nostro edificio, perché è stata una prova tangibile che noi stavamo facendo qualcosa che andava a intaccare qualche interesse. Noi ci prendevamo cura dei bambini, ma c’era qualcos’altro che saltava all’occhio. Sfidavamo lo status quo, il modo in cui il Guatemala aveva agito per anni e anni, e mettevamo i n dubbio una certezza assodata: che se un uomo portava una pistola e un’uniforme poteva passarla liscia – letteralmente.
I bambini di strada non sono semplici. Se vedi un bambino che è stato picchiato o ha un occhio nero oppure ha addosso buchi di pallottole, e non versa una lacrima, sa che ha un pesante danno emotivo. Se tu gli mostri i tuoi sentimenti, in un primo momento li prende per debolezza. Ma quando accetta il rischio di volerti bene, è qualcosa di  molto profondo.
Infatti, la cosa più difficile per i bambini che entrano a far parte del nostro programma è un abbraccio. Spesso per loro è la prima volta che ricevono un segno di affetto – senza che si chieda loro nulla in cambio. Cerchiamo di far riavere a questi bambini la loro infanzia – se non è troppo tardi.

Io sogno un mondo dove i bambini non debbano soffrire. Non si ottiene dall’oggi al domani, ma intanto ci saranno meno bambini per la strada.

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