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El Salvador
Maria Teresa Tula

 

 

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

I Desaparecidos

"Abbiamo tenuto una conferenza stampa per far sapere al pubblico del nostro lavoro… A seguito di questo è apparsa sul giornale una minaccia di morte verso tutti i membri delle Co-Madres: se non obbedivano sarebbero stati sequestrati o decapitati uno per uno."

 

Biografia

Maria Teresa Tula è una dei capi delle Co-Madres (Madri dei Desaparecidos) di El Salvador, un gruppo di donne povere, per la maggior parte senza istruzione, i cui mariti o figli sono stati uccisi o rapiti dagli squadroni della morte e dalle forze di sicurezza governative durante la sanguinosa guerra civile in El Salvador. Il conflitto durante gli anni Ottanta ha visto contrapporsi guerriglieri provenienti da organizzazioni di sinistra coalizzati con i contadini contro un'alleanza di proprietari terrieri e militari, e ognuna delle parti aveva alle proprie spalle le potenze della Guerra Fredda. Nel 1992, quando è stato firmato l'accordo di pace tra il governo e il Fronte di Liberazione Farabundo Martì, ha finalmente avuto fine il regno del terrore che aveva imperversato in EI Salvador per decenni. Dopo essere stata minacciata, rapita e torturata, è tornata dalle Co-Madres e ha continuato il suo lavoro per la giustizia e per l'acquisizione di potere da parte delle donne.
Femminista, così si descrive, la Tula è poi fuggita negli Stati Uniti, attraversando il confine clandestinamente. Ha passato diversi anni successivi gestendo la sede delle Co-Madres a Washinghton, e lottando contro la propria deportazione oltre a quella di tutti i salvadoregni. Attualmente vive negli Stati Uniti, dove ha coronato il sogno di dare ai suoi figli un ambiente sicuro e una valida educazione.

Intervista

Sono nata il 23 aprile del 1951 in un villaggio chiamato Izalco, nel Dipartimento di Sonsonate in El Salvador. Mio padre dirigeva una stazione di autobus, e mia madre lavorava in una fabbrica vicina, a Santa Ana. Avevo otto fratelli e sorelle. Come la maggior parte del villaggio, eravamo poveri. Ho frequentato solamente le scuole elementari, dopodiché ho aiutato mia madre in casa finché non mi sono sposata. Mio marito, José Rafael Canales Guevarra, è stato assassinato dai militari salvadoregni nel giugno del 1980. Avevamo cinque figli. Ho anche un sesto figlio, Oscar Feliciano Tula, nato il 5 luglio 1986, mentre ero in carcere senza un'accusa.

Fino al 1978 non avevo mai preso parte alla politica in alcun modo. Mio marito lavorava in uno zuccherificio, Central Azucarero de Izalco, di proprietà di una delle famiglie più ricche di EISalvador - e io mi occupavo dei bambini, e lavavo e stiravo panni su commissione. L'azienda era in pessime condizioni. Non venivano rispettate le norme di sicurezza sul lavoro, le paghe erano basse e non c'era assistenza sanitaria. I mille e settecento operai hanno deciso di scioperare rifiutandosi di lasciare la piantagione. Alcuni di loro sono rimasti dentro lo stabilimento di lavorazione. Altri hanno picchettato i cancelli della hacienda per impedire ai camion di entrare.

Mio marito era molto attivo durante lo sciopero. Il secondo giorno sono andata a portargli delle medicine e qualcosa da mangiare alle dieci del mattino, proprio quando sono arrivate le forze di sicurezza e hanno arrestato tutti. Molti sono scappati nei campi di canna da zucchero. La polizia picchiava quelli che riusciva a prendere, poi li faceva mettere a terra a faccia in giù con le mani legate dietro la schiena. Noi familiari stavamo a guardare, aspettando di capire cosa avrebbero fatto ai nostri mariti e ai nostri figli. Hanno trattenuto ventidue persone e gli altri li hanno lasciati andare. Mio marito era fra quei ventidue. Lo hanno portato al quartier generale della Guardia Nazionale a San Salvador e lo hanno messo in isolamento per tre giorni. Il quarto giorno, un tribunale militare lo ha condannato a sei mesi di reclusione. Gli unici testimoni erano membri della Guardia. All'inizio non mi dicevano nemmeno dov'era, ma alla fine l'ho trovato e sono andata a trovarlo nel carcere di Santa Tecla. Mi ha raccontato di come lo avevano torturato - picchiato nei testicoli e poi appeso al soffitto e picchiato ovunque, una tortura chiamata "l'aeroplano".

Ho cominciato allora a lavorare con le Co-Madres - un'organizzazione di donne formata nel 1977 che si batte per la liberazione dei propri mariti e familiari tenuti in carcere, e per ottenere spiegazioni e notizie su quelli spariti nel nulla o trovati assassinati, chiedendo al governo di rispettare i diritti umani. Nel giugno 1978 mio marito è stato rilasciato. Abbiamo deciso di trasferirci a Santa Ana, perché sarebbe stato troppo pericoloso restare a Izalco. Quando sei già stato in prigione è ancora più alto il rischio di finire assassinato o comunque di sparire per mano delle forze di sicurezza o degli squadroni della morte.

A Santa Ana mio marito ha trovato lavoro come muratore. Non era coinvolto in politica. Lavorava e poi passava il resto del tempo a casa con i nostri figli. Io continuavo a fare il mio lavoro di lavandaia e a collaborare con le Co-Madres, sollecitando il governo al rispetto dei diritti umani. In questo periodo gli omicidi e le sparizioni erano incessanti. Sull’autostrada che andava da Santa Ana a San Salvador ogni giorno si vedevano cadaveri gettati qua e là: erano studenti, operai, contadini, anziani e donne.

Le Co-Madres tenevano delle conferenze stampa ogni volta che qualcuno scompariva, oppure mettevano annunci sui giornali per far sapere chi era stato condannato e processato. Io lavoravo principalmente con organizzazioni governative, funzionari internazionali, istituzioni e chiese. Inoltre davo del cibo a chi veniva da noi in ufficio, facevo visita ai detenuti portando loro delle provviste, e chiedevo viveri e altre donazioni sia alle organizzazioni internazionali che a quelle locali.

Come altre organizzazioni per i diritti umani indipendenti, abbiamo subito gli attacchi della destra. Nell'ottobre 1979 eravamo a San Salvador, quando abbiamo saputo che era stato trovato il corpo del figlio di una di noi gettato in strada; era un desaparecido. Alle selle di sera stavamo tornando con il corpo del ragazzo in un minibus, quando ci ha fermati la polizia. Ci hanno accusato di trasportare armi e ci hanno fatto mettere tutti e dieci per terra a faccia in giù, con le mani sopra la testa, c'era anche un bambino. I sei poliziotti ci giravano intorno, colpendoci la schiena con il calcio del fucile e camminandoci sopra. Siamo rimasti a terra per circa tre ore, mentre arrivavano altri poliziotti e anche un comandante. Nel frattempo si avvicinava l'ora del coprifuoco – mezzanotte - ora in cui nessuno doveva trovarsi per strada. Chiunque fosse stato trovato in strada dopo mezzanotte rischiava la morte a colpi di mitragliatore. Spesso tenevano la gente apposta in strada fino a quell'ora – ne sono morti tanti in questo modo.

Verso le undici e quaranta hanno rilasciato sei di noi. Le altre quattro, me compresa, le hanno trattenute. Ci hanno interrogato - da dove venivamo, i nostri nomi, i nomi dei nostri genitori, cosa stavamo facendo. Nel frattempo continuavano a ripetere che trasportavamo armi, assoluta bugia, e scherzavano dicendo che il ragazzo che portavamo con noi era morto di punture di zanzara. Alla fine, a mezzanotte meno dieci, ci hanno detto di mettere le mani dietro la testa e camminare. Poi ci hanno detto di fermarci, di voltarci con gli occhi chiusi e di camminare ancora e poi di fermarci e poi di voltarci di nuovo. Hanno continuato così per un po', e ad un tratto ci siamo sentite le canne dei fucili puntate nello stomaco. Ci hanno chiesto se volevamo morire. Siamo rimaste in silenzio. Ero terrorizzata e ho pensato che sicuramente mi avrebbero ucciso. Alla fine, ci hanno detto che potevamo andare. Mancavano due minuti a mezzanotte, cioè avevamo solo due minuti per toglierci dalla strada. Ci hanno riportato anche l'autista, che avevano tenuto non lontano da lì; lo avevano picchiato senza pietà. Siamo saliti tutti sull’autobus con il cadavere. Per fortuna c'era un'impresa funebre lì vicino e siamo riusciti a raggiungerla un attimo prima che cominciasse il coprifuoco. Questa è stata la mia prima esperienza diretta delle torture e dei metodi usati dalle forze di sicurezza. Ne avevo sentito parlare molto, ma era la prima volta che le vivevo personalmente.

Nel 1980 io e la mia famiglia ci siamo trasferiti a Sonsonate, dove mio marito aveva trovato lavoro nella costruzione di grandi case. Neanche un mese dopo è stato assassinato. Il 19 giugno, quattro uomini in borghese, armati fino ai denti, sono venuti a casa nostra. Hanno chiesto di mio marito dicendo che lo avrebbero portato alla stazione di polizia municipale perché era stato testimone di una rapina. Siccome non tornava, sono andata a chiedere alla stazione di polizia, ma mi hanno detto che lì non era registrato. Il giorno seguente c'era la sua foto sul giornale e l'articolo lo definiva un guerrigliero che era rimasto ucciso in uno scontro con le forze armate in una casa piena di armi. Questa era una menzogna perché lui non aveva mai più preso parte a niente dai tempi dello sciopero. Quando sono andata a ritirare il suo corpo, il giudice che lo aveva identificato mi ha detto che erano state le forze armate a ucciderlo, che aveva mani e piedi legati e il foro di una pallottola in testa. Al cimitero di Sonsonate l'ho visto, aveva mani e piedi legati e un buco in testa.

I miei vicini mi hanno avvertito che la nostra casa era stata "militarizado" [presidiata], i militari l'avevano circondata e poi avevano rovistato dappertutto. Una volta che hanno ucciso un membro della famiglia, spesso ne uccidono altri. Così non sono più tornata a casa. Sono invece andata a San Salvador. Ero incinta del quinto figlio. Ho continuato ad impegnarmi tenacemente con le Co-Madres, che in quel periodo subivano forti pressioni dagli squadroni della morte e dalle forze di sicurezza della destra. Nel 1980 hanno bombardato due volte l'ufficio delle Co-Madres, ufficio che dividevamo con la Commissione per i Diritti Umani non governativa (CDH). II primo bombardamento è stato il 13 marzo 1980. In seguito sono arrivati quelli della Guardia Nazionale, teoricamente per fare indagini, ma non hanno fatto niente. Il secondo bombardamento è stato nel settembre 1980, e ci hanno anche lasciato un mucchio di cadaveri decapitati davanti all'ufficio, un avvertimento. In quel periodo sono stati assassinati anche parecchi membri della Commissione per i Diritti Umani. All'inizio del 1982, l'arcivescovo Rivera y Damas ha riconosciuto il lavoro delle Co-Madres e ci ha offerto un ufficio insieme alla Commissione per i Diritti Umani, e con le organizzazioni Sostegno Giuridico e Tutela legale  -che erano gli uffici legali e dei diritti umani deIl'Arcidiocesi. Abbiamo tenuto una conferenza stampa per annunciare il nostro trasferimento, per far sapere al pubblico del nostro lavoro e dove potevano trovarci in caso di bisogno. A seguito di questo è apparsa sul giornale una minaccia di morte da parte del capo dello squadrone della morte Maximiliano Hernandez verso tutti i membri delle Co-Madres: se non obbedivano sarebbero stati sequestrati o decapitati uno per uno.

Dopo quindici giorni, Ophelia, che faceva parte delle Co-Madres, è stata presa da alcuni membri delle forze di sicurezza in borghese e condotta all'Ufficio di Polizia Nazionale. Abbiamo messo degli annunci sul giornale pagandoli, per fare in modo che fosse rilasciata e per ottenere che qualche tribunale si incaricasse di indagare sui motivi della sua cattura. La polizia ha confermato di trattenerla "per fare indagini". Abbiamo saputo in seguito che l'avevano torturata e violentata e, a diciotto giorni dalla cattura, una mattina presto l'avevano gettata vicino all'autostrada Santa Ana-San Salvador, a circa quindici chilometri da San Salvador. Ci hanno telefonato degli operai per dirci che avevano trovato il corpo di una donna. Aveva ancora le mani legate dietro la schiena ed era imbavagliata. Era sfigurata a tal punto da essere irriconoscibile. Aveva il volto infiammato; non riusciva a parlare perché aveva tutti i denti rotti e aveva bruciature di sigarette ovunque. Le abbiamo chiesto come si chiamava e a fatica ci ha risposto "Ophelia". Non potevamo crederci. L'abbiamo portata da un medico e quand'è guarita ha dato testimonianza di cosa le era successo. Ha detto che all'Ufficio di Polizia Nazionale c'erano le fotografie di tutti noi, ma l'avevano interrogata su alcuni in particolare. Io ero una di quelli.

Poco tempo dopo hanno cominciato a venire a casa mia degli uomini in borghese a farmi delle domande. Ce n'erano altri che sorvegliavano costantemente la casa e appena me ne andavo venivano a parlare con i miei figli. I quali erano piuttosto agitati pensando a cosa poteva succedermi. Più o meno in quel periodo l'esercito e le forze di sicurezza avevano intensificato i rastrellamenti. Ti facevano scendere dall'autobus e ti controllavano la carte d'identità, poi ti perquisivano minuziosamente, e perquisivano qualunque cosa avessi con te, perfino i pannolini dei bambini.

E continuava la strategia del terrore verso le Co-Madres. Nel 1982 gli squadroni della morte hanno sparato a Elena Gonzales in casa sua a Cuzcatancingo, uccidendola. Tre Co-Madres, Haydee Moran, Bianca Alvarado e Carmen Sorto Ruano, nonché la figlia diciannovenne di quest'ultima, sono state catturate una per una dalla Polizia Nazionale e portate nella famosa "discarica di cadaveri" chiamata "Puerta del Diablo", dove le avevano costrette a mettere la testa su una pietra minacciandole: se non avessero parlato delle Co-Madres le avrebbero decapitate. Haydee e Bianca sono poi state rilasciate; Carmen e sua figlia sono state messe in prigione fino al 1983. Era evidente che anch'io ero in pericolo. Allora ho deciso di fuggire da El Salvador e andare in Messico. Sono partita il 4 agosto 1981, con quattro dei miei figli, lasciando il più grande a San Salvador con mia madre. Sono rimasta in Messico fino al 1984, lavorando presso l'ufficio locale delle Co-Madres. Poi mi è scaduto il visto e ho temuto di venire rimpatriata. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha riconosciuto il mio status di rifugiata e mi hanno fornito gli incartamenti per poter chiedere asilo politico al Messico, ma nonostante abbia fatto numerosi colloqui non ho mai ottenuto risposta. Questo mi preoccupava non poco, anche perché conoscevo altri salvadoregni le cui domande erano state accolte; dovevo essere in qualche lista nera.

Nel 1984, quando le Co-Madres hanno ricevuto il Premio della fondazione per i Diritti Umani Robert F. Kennedy ho deciso di tornare in El Salvador, perché pensavo che avendo ora l'attenzione internazionale il nostro lavoro sarebbe stato più al sicuro. E poi, era stato eletto presidente Napoleon Duarte che durante la campagna elettorale aveva promesso il rispetto per i diritti umani e di dare il via alle indagini sui desaparecidos e sugli omicidi. Ma quando noi quattro abbiamo chiesto i visti per andare negli Stati Uniti per il Premio RFK, ce li hanno negati. È apparso un articolo sul La Prensa Grafica che citava un dichiarazione del Dipartimento di Stato degli USA, dove si diceva che i permessi erano stati negati perché noi eravamo in relazione con i comunisti. Era estremamente pericoloso avere i nostri nomi sul giornale associati ai comunisti. Era come dare carta bianca agli squadroni della morte per assassinarci.

Pochi giorni dopo, l'ambasciata statunitense ha affermato pubblicamente, nonché ha fatto sapere al Kennedy Memorial e alla delegazione per i diritti umani che i visti erano stati negati perché noi eravamo pericolosi terroristi e avevamo una connessione diretta con i guerriglieri. Abbiamo chiesto udienza ali' ambasciatore perché poi questi potesse fornire una verifica, ma non ci ha ricevuti. Una delegazione statunitense ha chiesto una verifica a sua volta ma non ha ottenuto nulla. Da quel momento in avanti abbiamo notato anche la sorveglianza, ma fortunatamente, più o meno nello stesso periodo tre o quattro di noi sono state invitate in Europa per un giro di conferenze. Siamo partite il 10 gennaio 1985, e abbiamo passato tre mesi tra la Spagna, l'Olanda, la Svizzera, l'Inghilterra, la Grecia, la Germania Ovest, la Francia, l'Italia, la Norvegia e la Svezia. Abbiamo incontrato la signora Mitterand, la signora Papandreu e altre donne di spicco, e poi Willy Brandt in Germania Ovest e alcuni rappresentanti delle Nazioni Unite a Ginevra. Speravamo che una visibilità internazionale ci avrebbe fornito maggiore protezione, anche perché, al nostro ritorno, il 10 aprile 1985, avevamo con noi alcuni parlamentari europei.

Nel frattempo, era stato trovato un altro cadavere di una delle Co-Madres, Isabel, che era scomparsa undici mesi prima. L'avevano trovata a casa sua. Pochi mesi dopo, la Polizia finanziaria aveva arrestato e minacciato Maria Ester Grande; avevano preso suo figlio, l'avevano interrogato torturandolo per quindici giorni perché parlasse di sua madre e rivelasse dove viveva. (In quel periodo, noi Co-Madres non stavamo mai nello stesso posto. Ci spostavamo continuamente per paura che gli squadroni della morte o le forze di sicurezza ci trovassero). Lui alla fine aveva parlato e la Polizia finanziaria era andata a prenderla; sono poi tornati a casa sua quattro volte, avevano brutalmente maltrattato i suoi figli minacciandoli di uccidere la loro madre se loro non avessero detto dov'erano nascoste le armi. Non hanno mai trovato armi di nessun genere. Ma l'hanno comunque messa di fronte a suo figlio che era stato picchiato e poi legato, dicendo che se voleva suo figlio vivo doveva tornare dalle Co-Madres e prendere i nomi e gli indirizzi di tutti quelli che lavoravano lì. E poi l'hanno gettata fuori dalla macchina davanti al nostro ufficio. Invece di collaborare con loro, lei ci ha raccontato cos'era successo. Siamo andate immediatamente alla Croce Rossa e finalmente suo figlio è stato trasferito alla prigione di Mariona fino al 1987.

Poco tempo dopo, hanno fatto irruzione nell'ufficio delle Co-Madres e hanno preso tutto - documenti, testimonianze, cassette, fotografie e soldi. E così avevano anche quella lista di persone impegnate con le Co-Madres. Da quel momento in poi sia la sorveglianza che la repressione sono state incessanti. Nel novembre 1985 è stato arrestato Joaquin Antonio Caceres della Commissione per i Diritti Umani, con il quale lavoravo a stretto contatto; lo hanno trattenuto per quarantacinque giorni e poi lo hanno portato in carcere con l'accusa di essere un guerrigliero. Più o meno nello stesso periodo, le Co-Madres hanno ricevuto il Premio Bruno Krisky per i Diritti Umani. Sono andata in Austria a prenderlo e così ho visitato altri paesi europei. Sono stata fuori fino a marzo, e quando sono tornata, ogni mio spostamento era sotto il controllo della polizia. Vivevo costantemente nel terrore.

Il 6 maggio 1986, un uomo mi ha afferrata all'improvviso alla fermata di un autobus, mi ha puntato una pistola al fianco dicendomi di non fiatare. Poi mi ha spinta dentro una macchina bianca che mi aspettava con le porte aperte. Mi hanno fatto sdraiare a faccia in giù tra i sedili in modo che non potessi guardare fuori, e poi la macchina ha girato in tondo per un po' così non potevo capire in che direzione mi portavano. Alla fine io e i tre rapitori siamo arrivati in una casa. Mi hanno bendata e messa su una sedia con le mani legate dietro la schiena, e hanno cominciato a interrogarmi chiedendomi chi ero, cosa ci facevo nei dintorni e se per caso conoscevo qualcuna delle Co-Madres. Mi hanno trattenuta per tre giorni, durante i quali sono stata picchiata e violentata dai tre uomini, senza che mai mi togliessero la benda dagli occhi. Ero incinta di sette mesi in quel momento. Non avevo modo di sapere se era giorno o notte. Non mi hanno dato da mangiare, solo un po' d'acqua. A un certo punto hanno cominciato a incidermi la pancia con un coltello. Non tagli profondi, ma graffi che sanguinavano. Mi chiedevano delle Co-Madres e siccome io continuavo a tacere mi hanno detto che sarei morta. Poi mi hanno lasciata sola per la notte, bendata, con le mani legate alla sedia.

Il giorno dopo mi hanno rifatto le stesse domande e mi hanno di nuovo ferita con un oggetto appuntito, ma stavolta le ferite erano più profonde - ho ancora le cicatrici. Alla fine mi hanno bendata di nuovo, e poi messa in macchina dicendomi di non guardare dove andavamo altrimenti mi avrebbero sparato in testa. Mi hanno buttata fuori nel parco Cucatlan. Erano le nove del mattino. Sanguinavo, ero disorientata, avevo i vestiti strappati da quell'oggetto appuntito e tagliente. Cercavo di tenere stretta la ferita per fermare il sangue. Non avevo denaro; mi avevano preso tutto. Ho chiesto aiuto a una donna alla fermata dell'autobus, dicendole che mi avevano rapinata. Mi ha dato dei soldi. Non sapevo se andare prima in ospedale o a casa mia o in ufficio. Sono andata, in ufficio a raccontare cos' era successo. Diversi giorni dopo abbiamo pubblicato una denuncia.

Si sono intensificati gli arresti di persone che avevano a che fare con le organizzazioni per i diritti umani da parte delle forze di sicurezza. E venerdì 26 maggio mi hanno arrestata di nuovo. Erano in borghese, armati fino ai denti, e ho saputo più tardi che si trattava della Polizia Finanziaria. Mi hanno torturata per quattro giorni, picchiata ovunque, sulla schiena, sulla testa. A un certo punto mi hanno messo un asciugamano sulla testa e uno degli aguzzini ci si è seduto sopra. Dieci giorni dopo ho ricevuto una visita della Croce Rossa Internazionale e della Commissione per i Diritti Umani che mi hanno fatto sapere che ero accusata di terrorismo. Anche se non ho mai avuto un processo né una condanna, mi hanno tenuta nella prigione femminile fino alla fine del 1986. Ero riuscita a trovare una sistemazione per quattro dei miei figli. Ma quello di sei anni viveva con me in carcere, insieme a quello più piccolo che era nato lì.

Il 22 settembre sono stata rilasciata su ordine del presidente Duarte, con una cerimonia pubblica. Alla cerimonia era presente anche uno dei miei aguzzini. Una volta rilasciata, ero terrorizzata a tornare all'ufficio delle Co-Madres, le fermate degli autobus mi mettevano paura e quando si fermava un'auto temevo che sarebbe saltato fuori qualcuno per prendermi. Continuavano a sorvegliare casa mia e non smettevano nemmeno di aggredire in ogni modo la Commissione per i Diritti Umani. Sapevo di non poter rimanere in El Salvador in alcun modo. E ho cominciato a pensare alla fuga.

Mi avevano detto che ero stata invitata negli Stati Uniti in gennaio per parlare ai membri del Congresso e ad altri gruppi: questa sarebbe stata una buona opportunità per essere in salvo almeno temporaneamente. Non ero più al sicuro in El Salvador e nemmeno in Messico, dove non concedevano più asilo ai salvadoregni. Ho dovuto lasciare tre dei miei figli in Messico, a tre famiglie diverse. I due più piccoli li ho portati con me.

Ci sarebbe un'altra storia da raccontare sui miei tentativi di ottenere asilo politico negli Stati Uniti negli anni ottanta, quando gran parte del governo statunitense appoggiava il regime al potere, ma sarà per un' altra volta. Sono felice che finalmente ci sia pace nel mio paese e che i diritti umani per i quali abbiamo lottato in quegli anni oscuri ora sembrino a portata di mano, e non siano rimasti soltanto un sogno.

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