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Serbia
Natasa Kandic

 

 

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

Diritti Umani in Tempo di Guerra

"Senza il rispetto per i diritti umani e senza la creazione di standard di riferimento in questo senso, non esiste nemmeno il cambiamento che porta alla democrazia. Di fatto, sono proprio i diritti umani a rivelare la svolta politica decisiva."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Biografia

Nel 1991 ha avuto inizio la frammentazione della ex Jugoslavia in diverse repubbliche. La politica di pulizia etnica portata avanti dal dittatore croato Tudjman e del serbo Milosevic, nel tentativo di consolidare la demarcazione dei territori lungo le linee di confine con le altre etnie, è stata sistematica ed efferata, e si è tradotta in campi di concentramento, campi adibiti allo stupro e in altre pesanti violazioni dei diritti umani. Il coraggio è raro anche sul campo di battaglia; ma ancor più raro è il coraggio di opporsi al proprio governo, o alla propria comunità, in nome della giustizia. Natasa Kandic fa parte di una piccola minoranza di serbi che hanno osato farlo. Nata nel 1946, la Kandic ha cominciato a lavorare nel Sindacato, poi, nel 1992, ha creato la principale organizzazione jugoslava per i diritti umani denominata Humanitarian Law Center (HLC). Nota per le indagini accurate nonostante l’estremo pericolo, la HLC è stata tenuta in considerazione dal Tribunale Speciale per i Crimini di Guerra in merito agli abusi dei diritti umani durante il conflitto. La HLC inoltre rappresenta le vittime di fronte ai tribunali, ed è stata la prima a portare davanti alla corte le denunce contro il governo serbo e quello montenegrino. La HLC fornisce assistenza legale ai rifugiati che reclamano il diritto alle proprie terre, il diritto di cittadinanza, il diritto al rientro, l’acquisizione di sussidi e i diritti di proprietà. La Kandic, con la sua notevole abilità organizzativa, ha dato vita a diversi movimenti popolari per la pace, tra cui la campagna “Candele per la Pace”, nel 1991, che per mesi ha visto numerosi cittadini che per tutta la notte, con le candele accese, leggevano i nomi delle vittime della guerra davanti al palazzo presidenziale serbo. Ha inoltre coordinato un migliaio di volontari che hanno raccolto 78.000 firme per protestare contro l’arruolamento forzato dei serbi per la guerra in Croazia. Nel 1992, con la “Black Ribbon March”, 150.000 abitanti di Belgrado hanno manifestato contro le sofferenze dei civili a Sarajevo.

Il lavoro della Kandic per la pace e la tolleranza nella ex Jugoslavia sarà ricordato a lungo, ben oltre il fragore dell’ultima arma da fuoco.

Intervista

Prima della guerra ero impegnata politicamente nella ex Jugoslavia senza nemmeno sapere
dell’esistenza di forze internazionali che si occupano di diritti umani. E all’inizio del conflitto, nel 1991, molti miei amici hanno deciso di lasciare il paese. Capivo questa scelta, ma al contempo
sentivo di dover rimanere e lottare contro la politica della guerra in se stessa. Ho cominciato a girare per la Jugoslavia, partendo dalla Croazia. Svolgevo indagini sugli abusi dei diritti umani e cercavo di proteggere gli attivisti, compresi gli intellettuali e i partiti politici.
Quando più tardi il conflitto è scoppiato anche in Bosnia mi sono concentrata sulle minoranze
e sui musulmani e sulla loro posizione in Serbia.
Nel 1992 ho deciso di creare una vera e propria organizzazione che raccogliesse informazioni sulle violazioni delle leggi umanitarie. L’idea era quella di mettere insieme prove, di indagare sui casi e di divulgare quanto venivamo a sapere sugli abusi in base alle testimonianze che ascoltavamo. Da principio abbiamo sviluppato un metodo, poi abbiamo messo a punto una banca dati. Volevamo essere assolutamente certi che ogni affermazione fosse vera.
Siamo riusciti a far luce sugli abusi, ma naturalmente non a fermare la guerra e a ottenere la pace. Quando ho riferito degli abusi sui croati, il regime mi ha accusato di tradimento.
Quando ho riferito degli abusi sui musulmani, il regime mi ha accusato di tradimento.
Ho riferito degli abusi sui serbi in Croazia e il regime… non ha detto niente.
Ho riferito dei crimini contro gli albanesi e ovviamente il regime mi ha dato della traditrice.
Da ultimo, ho riferito degli abusi nei confronti dei serbi e delle minoranze etniche, la maggior parte dei quali erano stati perpetrati contro i rom dopo la guerra del Kosovo, e il governo ha continuato ad accusarmi di tradimento.
Perciò, sai, non sono d’accordo con gli attivisti dei diritti umani che affermano che le problematiche legate ai diritti umani non sono problematiche politiche. Lo sono eccome, e hanno serie implicazioni sul futuro della società. Senza il rispetto per i diritti umani, e senza la creazione di standard di riferimento in questo senso, non esiste nemmeno il cambiamento che porta alla democrazia. Di fatto, sono proprio i diritti umani a rivelare la svolta politica decisiva.
Descrivere cosa sono stati gli ultimi nove anni nella ex Jugoslavia richiede giorni, settimane, mesi. Perciò vi racconterò soltanto un episodio recente. Nel 1999 poco prima che la NATO cominciasse i bombardamenti, ho deciso di andare in Kosovo. La guerra imperversava; e lì ovviamente non c’erano autobus. Sono salita su un taxi e ho chiesto al conducente di portarmi a Pristina. Sai, in un primo momento aveva una gran paura. Era serbo, e pensava che là ci fosse l’Esercito di Liberazione del Kosovo, che poteva ucciderlo. E allora gli ho spiegato che là c’erano solo la polizia serba e l’esercito jugoslavo. Così si è convinto.
La prima impressione di Pristina è stata orrenda. Le uniche persone che vedevi per strada erano poliziotti e soldati, soltanto uomini armati, e neanche una donna. Ho cercato di mettermi in contatto con i miei collaboratori per capire cosa fare. Il pericolo era altissimo e abbiamo deciso di radunare tutti e andare in Macedonia. Ma quando si è saputo in giro che ero a Pristina e volevo andare in Macedonia c’è stato un enorme panico. Si è sparsa la voce a macchia d’olio e migliaia e migliaia di macchine ci hanno seguito fino al confine. Nel giro di dieci minuti eravamo circondati da colonne di macchine. Ma quando ci siamo arrivati, il confine era sbarrato.
Abbiamo detto ai soldati che nelle macchine c’erano sia serbi che albanesi; erano sorpresi dal fatto che fossimo un gruppo misto. Ma un giovane soldato ci ha avvertito di non andare oltre “perché qui la polizia è molto strana”. Avevamo tanta paura e ho pensato che era meglio che tornassimo a Pristina. Abbiamo percorso strade deserte, dove non c’erano né macchine né civili. Era tutto abbandonato: i campi, le case, i villaggi. La polizia si nascondeva perché la NATO dava la caccia a loro e ai militari. Viaggiare era molto pericoloso. Ma per me era importante uscire. Stando alla mia esperienza in Croazia e in Bosnia, so che qualsiasi tentativo si faccia in un momento difficile porta un po’ di speranza. Era importante andare in Kosovo, se non altro per stare vicino alla gente. Ho visto quant’erano spaventati e non saprei nemmeno descriverlo. Stavano seduti in casa senza muoversi. Poche donne avevano il coraggio, la forza di uscire a comprare qualcosa da mangiare. Gli uomini stavano chiusi in casa, per paura della polizia, terrorizzati dai militari, angosciati da ciò che poteva capitargli l’indomani.
Io non mi potevo permettere di aver paura perché vedevo la loro. Mi chiedevano sempre: “Quando torni?”. Erano completamente tagliati fuori e io ero praticamente il loro unico contatto con il mondo esterno. Non potevo condividere la mia paura con nessuno perché avevo un impegno. Ho passato intere notti con loro, parlando della situazione, di cosa fare. Ho cercato in tutti i modi di convincerli a rimanere, perché dopo la guerra avrebbero avuto bisogno di avere una casa, una proprietà, di riavere i loro computer, i libri. E penso che la maggior parte di quelli che sono rimasti a Pristina lo abbiano fatto per via di quei dieci giorni in cui sono stata con loro, nella loro case a parlare per notti intere. Era importantissimo per loro che qualcuno di Belgrado fosse andato a trovarli, sapevano che si trattava di una vera impresa e per di più rischiosa. Ma proprio per questo avevano l’impressione che qualcuno ci tenesse a loro, che non erano soli.
Parlavamo con la gente giorno e notte, e venivano in ufficio a migliaia, perché tutti loro, così come gli albanesi kosovari, sentivano parlare di noi e di cosa facevamo su radio Free Europe. Free Europe era una stazione radio molto nota fra gli albanesi, che la ascoltavano perché dava informazioni obiettive sugli eventi nella ex Jugoslavia. Quando ero a Belgrado quelli di Free Europe mi chiamavano per sapere qualcosa sulla situazione in Kosovo, ed era importante, perché nessuno sapeva cosa succedeva veramente. La prima volta che mi hanno intervistata, mi hanno chiesto: “Hai paura di parlare?” Ho detto: “No. Non ho paura. Perché sono una che lotta. E ogni passo è importante”. E sai una cosa? Dopo l’intervento militare della NATO, quando le truppe hanno raggiunto i villaggi, la gente riconosceva la mia voce, non il mio viso, per via di quelle trasmissioni. Questo mi ha salvato da una brutta situazione, una volta. Io e i miei avvocati albanesi ci trovavamo in un villaggio dove sessanta membri di una stessa famiglia erano stati uccisi. Quando i sopravvissuti sono venuti da noi ho detto: “Buongiorno” in serbo, e loro sul momento erano sconvolti, ma poi si sono arrabbiati, si sono arrabbiati parecchio. La cosa si faceva… minacciosa. Ad un tratto uno di loro dice: “Aspetta un attimo, la tua voce la conosco. Tu sei quella della radio”. E allora anche gli altri si sono avvicinati e abbiamo parlato di quello che avevano visto e di quello che avevano patito.

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