RFK EUROPE - Defending Human Rights In This World
  • en
  • it

Liberia
Samuel Kofi Woods

 

 

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

Diritti Politici

"Ma io vedevo una società che aveva un estremo bisogno di essere convinta che poteva esistere la convinzione. Vedevo una società che aveva un vuoto. Vedevo una società che richiedeva ancor più sacrificio e che doveva comprendere la mia convinzione. C’è sempre una contesa universale tra il bene e il male. E io credo che alla fine il bene trionfi sul male. Ma il bene non trionfa sul male semplicemente ritirandosi davanti ad esso – il bene deve affrontare il male."

 


Biografia

Direttore e fondatore della principale organizzazione per i diritti umani della Liberia, la Catholic Justice and Peace Commission, Sam Woods è riuscito a scrivere e a far avere alla comunità internazionale dei rapporti attendibili sugli abusi nel pieno svolgimento di un'atroce guerra civile, nonostante avesse a disposizione un budget estremamente limitato. Il suo lavoro ha portato alla liberazione di più di cinquanta detenuti del carcere Centrale di Monrovia, molti dei quali erano trattenuti senza accuse e dopo arresti del tutto arbitrari. Il programma radiofonico sui diritti umani che Woods ha ideato, trasmette notizie di arresti e di esecuzioni sommarie, e ha informato decine di migliaia di liberiani sui loro diritti. Sia Woods che la sua famiglia e i suoi collaboratori sono stati spesso minacciati dalle autorità governative, e lui è stato più volte costretto a nascondersi o a vivere in esilio. Anche se sono stati assassinati molti dei suoi colleghi, Woods è sempre tornato a lavorare per la giustizia e per la pace. La sua dedizione di tutta una vita ai diritti umani è cominciata con l'attivismo studentesco, che gli è valso il primo arresto nel 1981. Nel 1986, facendo parte della National Student Union, ha dovuto rimanere nascosto, e gli è stato proibito di avere un impiego e di viaggiare. Più tardi è diventato direttore della Youth Men Catholic Association (YMCA), e si occupava di organizzare i cittadini. Quando è scoppiata la guerra nel 1989, è fuggito in Ghana, ma poi è tornato a lavorare con la Chiesa Cattolica e, nel 1991, con l'appoggio del coraggioso arcivescovo Michael Francis, ha fondato la Justice and Peace Commission. Al culmine della guerra nel 1996, Woods fu fatto sfollare dall'ambasciata statunitense, per tornare poi in Liberia pochi mesi dopo. Nel 1998, lo hanno dichiarato attivista antigovernativo e accusato di sedizione per aver messo in luce il lavoro  minorile nel paese.
Ministro del Lavoro sotto la Presidente Johnson-Sirleaf, oggi, in qualità di Ministro dei Lavori Pubblici, Samuel Kofi Woods continua a lottare per la giustizia nonostante il terrore incombente.

Intervista

Sono nato in una baracca di lamiera nei sobborghi di Monrovia, un luogo chiamato Bushrod Island. È un posto squallido che è sorto per via degli emigranti che venivano dalle zone rurali in cerca di lavoro. Ero uno dei venti e qualcosa figli di mio padre - cosa che già da sola creava qualche difficoltà – non avevo possibilità di ricevere un'istruzione, e nemmeno una vera casa. In queste condizioni si è fatta strada dentro di me una certa idea del mondo - un perenne conflitto tra bene e male così come lo esprimono i sistemi politici, sociali ed economici.

Liberia deriva dalla parola "Libertà". La nostra capitale è Monrovia, che ha preso il nome da uno dei presidenti statunitensi, James Monroe. Il nostro primo presidente è stato Joseph Jenkins Roberts. Mi dicono che esiste un suo monumento in Virginia. C'è un legame profondo tra gli Stati Uniti e il mio paese. Siamo sempre stati i protetti degli americani. Nel 1821, un gruppo di schiavi liberati erano approdati sulle rive liberiane e avevano fondato una località chiamata Providence Island. La maggior parte erano mulatti, frutto delle relazioni tra gli schiavisti e le schiave a servizio nelle loro case, ed erano stati mandati in Liberia dalla American Colonization Society, un'organizzazione filantropica del movimento abolizionista. La nostra costituzione, le leggi, il nostro stile di vita, qualunque cosa facessimo, era impostata sul modello della società americana. La speranza di questi schiavi liberati era creare un paradiso in Africa per tutti coloro che cercavano indipendenza e libertà. Ne è risultato che abbiamo un certo numero di colonizzatori in Liberia, il che è parte del problema. Quelli che provenivano dal nord America erano considerati abili uomini politici, perché erano imparentati con il mercante di schiavi e avevano anche avuto l'opportunità di entrare in contatto con la sua famiglia. Quelli che provenivano dal sud America avevano quasi tutti lavorato nelle piantagioni e non avevano nessun genere di istruzione. Poi c'erano quelli che arrivavano dalle Indie occidentali, dal Congo e altri che erano stati catturati di nuovo dalle navi da guerra inglesi e dalle navi americane in un periodo in cui il movimento abolizionista era molto forte. All'interno di quel gruppo c'erano dispute per il potere e allo stesso tempo si stava delineando un sistema politico e sociale che tendeva ad emarginare una grande maggioranza, che erano gli indigeni. In aggiunta c'era anche il conflitto razziale: se avevi la pelle più chiara eri considerato superiore a quelli che l'avevano più scura, il che poi si rifletteva sia nelle relazioni sociali che in quelle politiche.

Il primo presidente con la pelle scura che abbia avuto la Liberia è salito in carica durante il decennio 1870. Si chiamava Edwin James Roye. È stato spodestato e probabilmente assassinato dopo pochi anni. I problemi della Liberia hanno avuto origine proprio dalla mancanza di identità, perché c'è stato chi è arrivato nel paese da fuori, e nel paese ha trovato altri con cui confrontarsi, e poi ancora c'è stato chi durante il processo di sviluppo politico, sociale e legislativo è stato emarginato. Uno dei temi centrali era la legittimità, e il governo ha cercato di affermare la propria autorità nelle zone rurali imponendosi con la forza. Questa manovra ha implicato numerose violazioni, numerose guerre intestine nelle quali è stata uccisa la cosiddetta popolazione indigena. E questa divisione è cresciuta durante il secolo successivo. Si è avuto un colpo di stato militare nel 1980, nel quale è stato assassinato il presidente, ed è salita al potere una leadership di cosiddetti indigeni. I militari, nel nostro paese, erano di norma persone senza alcuna istruzione, e per dieci orribili anni la Liberia è sprofondata nella violenza, nel caos e nell'anarchia.

All'epoca del colpo di stato io frequentavo le scuole superiori. Noi studenti protestavamo per ottenere dei cambiamenti, e sul momento abbiamo pensato di averli ottenuti. Ma nel giro di un anno abbiamo cominciato a chiedere al governo un programma che prevedesse il ritorno alle elezioni democratiche - e siamo diventati il nemico. Alcuni studenti sono stati arrestati. E in seguito ha avuto luogo una vera e propria campagna di intimidazioni, di maltrattamenti, e di arresti. Noi abbiamo a nostra volta preso posizione in nome della libertà accademica e della giustizia sociale. Io personalmente ho preso parte a numerose manifestazioni tra il 1981 e il 1985, finché mi hanno eletto presidente degli studenti dell'università, e capo dell'organizzazione nazionale studentesca nel 1986. Mi hanno dato la caccia diverse volte a causa del mio coinvolgi mento in questioni di interesse nazionale. E diverse volte ho dovuto nascondermi. Nel novembre 1995 ha avuto luogo la prima invasione militare della Liberia. Samuel K. Doe l'ha repressa brutalmente, e ha colto l'occasione per perseguitare i suoi presunti nemici. Ne è seguita un'orgia di assassinii e di sequestri. Un gruppo di persone armate ha messo a soqquadro casa mia cercandomi. Sono riuscito a scappare per miracolo. Ho preso la laurea in economia e gestione d'impresa, e mi hanno arrestato due giorni dopo. Il governo mi ha ufficiosamente impedito di avere un impiego e di viaggiare. Infatti non trovavo lavoro. E mi veniva negato il diritto di viaggiare. In pratica ero un "non cittadino". Era difficile ottenere un lavoro anche presso le organizzazioni private, perché erano tutti terrorizzati. Mi hanno censurato la documentazione universitaria. Ma io rimanevo in Liberia nonostante le ripetute richieste che lasciassi il paese e andassi in esilio. Questa era un 'idea che rifiutavo assolutamente.

Ho deciso di fare causa al governo. La mia situazione doveva essere trattata in un tribunale. Ho chiesto a vari studi legali. Nessuno voleva rappresentarmi, avevano troppa paura. Sono stato praticamente costretto a iscrivermi all'università di giurisprudenza allo scopo di difendere chiunque si fosse trovato nella mia stessa situazione in futuro. Nel marzo del 1986 mi hanno arrestato e messo in prigione. Un'esperienza che mi ha aperto gli occhi sulle condizioni orribili del carcere. C’era gente detenuta illegalmente, senza accuse, senza processo, senza il diritto ad avere un avvocato, senza nessuno che li rappresentasse. Questo mi ha ulteriormente motivato. Quando sono uscito, sono andato dritto a giurisprudenza. Verso il 1989, con la guerra civile che imperversava, le varie fazioni mi davano il tormento perché mi unissi a loro, perché ero un attivista. Ma io mi rifiutavo di pensare che la violenza potesse essere una soluzione.

Nel novembre del 1991 ho conosciuto Mike Posner del Lawyer's Committee for Human Rights. Aveva appena avuto un incontro con l'arcivescovo Michael Francis, una persona di grande impegno, per cercare di istituzionalizzare l'idea del rispetto dei diritti umani. E Posner mi ha chiesto di avviare il Justice and Peace Office dell'arcidiocesi. Non avevo un programma, non ero preparato, avevo solo una scrivania e una macchina da scrivere. Era difficile. La Liberia affrontava una guerra, e il concetto di diritti umani era nuovo per la popolazione in genere.

Riflettendoci, dopo sette anni, sono orgoglioso di dire che la nostra è diventata la più forte Commissione Giustizia e Pace della Chiesa Cattolica in Africa e probabilmente anche a livello internazionale. Siamo riusciti a fornire assistenza legale gratuita per gli indigenti - persone che non si possono permettere le spese legali per la propria difesa. Abbiamo assunto casi di giornalisti e di prigionieri politici, di capi di fazioni che erano detenuti illegalmente, di famiglie di persone assassinate o scomparse. Abbiamo tenuto programmi radiofonici sui diritti umani e sulla riconciliazione. E ora siamo riusciti a creare un training formativo per giornalisti sui temi quali la risoluzione del conflitto, i diritti umani e la costruzione della pace. E l'abbiamo fatto per i giovani, per le organizzazioni di donne, per la polizia, e per le istituzioni che hanno il compito di applicare la legge. E oltre a ciò, siamo stati un punto di riferimento per la società civile. Tutto questo mi è costato una serie di attentati alla mia vita.

Nell'aprile 1996, durante una battaglia tra fazioni per le strade, per ottenere il controllo della città, alcune di loro mi hanno dato la caccia. Una notte hanno saccheggiato il mio nascondiglio due volte. Per volere di Dio, io non c'ero. In seguito i marines americani mi hanno fatto uscire dalla Liberia.
Dopo un mese, cessate le battaglie, sono tornato - tra lo stupore generale. Gli amici e i parenti mi avevano avvertito di non tornare. Nei dieci anni seguenti ho dormito ogni notte in un posto diverso, per motivi di sicurezza. Mi spostavo da un posto all’altro, spesso dormivo soltanto un paio d'ore e questo per oltre un decennio.

Non ci si sente nemmeno normali a vivere così. Ma si è spronati dall'idea di compiere un atto giusto. Ci si sacrifica in modo che altri possano sopravvivere, e vedere una speranza e un senso nella propria vita. Nel giugno del 1998, l'anno scorso, il Ministro dell'Informazione liberiano, mentre io mi trovavo in Europa, mi ha dichiarato agente antigovernativo, e i miei amici europei mi hanno suggerito di non tornare a casa. Ma io ci sono tornato. E all'aeroporto, guarda un po', c'erano alcune persone che mi aspettavano per sottopormi i loro casi, ma soprattutto per evitare che qualcuno provasse ad arrestarmi. Si diceva che il governo volesse accusarmi di sedizione per alcune mie affermazioni contro il lavoro minorile forzato nella parte sud est del nostro paese. Ma questa presunta accusa non è stata mai resa effettiva.

In settembre, pare che le truppe governative abbiano ucciso alcune persone procedendo all’arresto di un ex signore della guerra. lo ho denunciato la cosa e ho fatto richiesta che fosse svolta un'indagine. L'istanza è stata inoltrata il 9 ottobre 1998. Io ero a Bruxelles per un convegno che durava tre giorni. Mentre ero via, la polizia mi ha sequestrato l'auto dello studio e ha frustato l'autista. Mi è stato riferito che al mio ritorno sarei stato arrestato per tradimento in base a delle accuse mosse contro di me da alcuni funzionari del governo. E tutti mi dicevano di non tornare. Ho risposto che sarei tornato e avrei patrocinato da solo la mia causa, ammesso che ce ne fosse una. Circa un mese dopo ero in Liberia. Mia madre (mio padre è mancato qualche anno fa) era sconvolta nel vedermi a casa. Non riusciva a credere che fossi di nuovo nel mio paese - mi aveva scritto una lettera dicendo di restare all'estero, di non tornare nemmeno se lei fosse morta per partecipare al funerale. Quelli del mio studio, tutti quanti, colleghi, amici, mi avevano a loro volta scritto esortandomi a rimanere dov' ero perché correvo un grave pericolo in Liberia.

Ma io vedevo una società che aveva un estremo bisogno di essere convinta che poteva esistere la convinzione. Vedevo una società che aveva un vuoto. Vedevo una società che richiedeva ancor più sacrificio e che doveva comprendere la mia convinzione. E non avevo paura, perché credo che la vita non valga niente se non si persegue la verità. Non vogliamo essere eroi o folli. Vogliamo essere persone normali. E per essere persone normali bisogna perseguire la verità, anche se è molto difficile. C'è sempre una contesa universale tra il bene e il male. E io credo che alla fine il bene trionfi sul male. Ma il bene non trionfa sul male semplicemente ritirandosi davanti ad esso - il bene deve affrontare il male. C'è un momento nella vita in cui ci si scontra con la paura della morte. Cammini lungo il corridoio della morte e sai che questo potrebbe essere il tuo ultimo istante. E tutto ciò che era la tua vita è come se abbandonasse il tuo corpo - eppure sopravvivi. Ci vuole tempo, ma la vita ritorna e vedi quanto sei insignificante come essere umano – e quanto puoi invece acquisire sacrificandoti per gli altri. lo sono passato attraverso questo.

Una volta, quand' ero in carcere è venuto da me un agente e mi ha minacciato. Ha tirato fuori la pistola e me l'ha messa in bocca, dicendo: "Chi ti credi di essere!" Era tardi e lui era ubriaco. Io non ero nemmeno vestito. Ero completamente impotente. Avevo la pistola in bocca. Potevo morire.
Quando ci penso so che in quel momento ero andato, finito. La mia vita è sempre stata una sorpresa, in ogni momento del giorno, in ogni momento. Vado in giro e le persone mi stringono la mano e qualche volta non posso credere di essere ancora vivo. Anche perché sentivo dire continuamente che potevano uccidermi da un momento ali' altro. La società ha bisogno di persone che sappiano sacrificarsi, che abbiano una convinzione. E quando si affronta il male si offre un'alternativa morale alla società. Quando una nazione è così erosa dal male, è difficile vedere delle alternative, a meno che le persone che hanno delle convinzioni non si alzino in piedi! E a volte si riesce anche a indurre altre persone a lottare insieme. Si può persino convertire qualcuno dal cuore malvagio e trasformarlo in una persona migliore. L'ho visto accadere.

Charles Taylor era stato eletto presidente nel 1977. In novembre, un suo ex alleato che si era allontanato da lui (così come sua moglie, suo cugino e la sua guardia del corpo) è stato ucciso in autostrada. Erano tutti terrorizzati. Era scomparso di venerdì. Quest'uomo era stato uno dei critici più accesi verso la Commissione Giustizia e Pace, verso il mio lavoro e verso l'arcivescovo. Ma in quel momento la sua famiglia non poteva rivolgersi a nessuno se non a me. I suoi figli avevano paura ad affermare che era stato arrestato e in seguito ucciso da agenti del governo. Avevano bisogno di una voce. E io sono stato la loro voce. Abbiamo avanzato al governo una richiesta perché producesse i corpi. Noi ci siamo procurati le prove che quest'uomo era stato arrestato dalle forze di sicurezza. Abbiamo lanciato una campagna internazionale. E insistito nelle indagini. Siamo andati in tribunale. Ho condotto personalmente la difesa finché il presidente Taylor è stato costretto ad ammettere che di fatto l'uomo era stato ucciso dalle forze di sicurezza. Con la morte, quest' uomo ha affrontato anche la verità: nella tomba ha affrontato la realtà del fatto che noi non abbiamo alcun rancore verso nessuno.

E inoltre abbiamo fatto capire che ci saremmo mossi per chiunque avesse diritto a un giusto processo. È questo che ci rende motivati. Che ci fa andare avanti. Lo facciamo con la coscienza pulita. Il presidente Taylor non capiva perché avessi portato in tribunale il governo. Gli ho detto: "Signor presidente, lo faccio perché voglio che lei e molti altri sappiano che i diritti umani sono universali. Chiunque deve poter contare sul loro rispetto, non ha importanza se si tratta di una persona importante o di un persona umile. E il nostro compito è fornire questa garanzia. Anche lei, signor presidente, se fosse arrestato in questo paese, noi la difenderemmo”. Taylor non riusciva a capire. Mi ha offerto un lavoro alla Commissione per i Diritti Umani istituita dal governo. Qualche volta mi hanno offerto anche del denaro. Ho detto no. Ho detto a molte persone che lui è riuscito a sconfiggere tanta gente proprio perché questi avevano venduto la propria anima e quindi avevano compromesso le proprie convinzioni.

Sono diventato cattolico nel 1992. Ma non sono mai stato un buon cattolico praticante. Ho sempre visto la religione come un rapporto con Dio e con il mio prossimo - la religione per me è questo. E credo che il mistero divino sia in come sono stato salvato tante volte. In come ho deciso di dormire in un determinato posto una notte, sono rimasto fino a mezzanotte e poi ho deciso di cambiare all'improvviso. E proprio quella notte hanno assalito quel posto. Non c'è una risposta. Non ho poteri particolari che mi fanno capire come sopravvivere a tutte queste cose senza armi, senza violenza, senza avere una scorta che mi protegga. Ma ho una profonda e costante fiducia in Dio. Ho fede.

Nella vita ho un prezzo da pagare per quanto riguarda la mia famiglia. Ci sono momenti in cui ti sembra di sacrificarla in nome dei tuoi ideali. In cui ti senti molto egoista, anche perché questi bambini sono troppo piccoli per avere già i loro ideali. E poi hanno dovuto vivere in maniera precaria, spostarsi da un paese all’altro: sono stati nel Ghana, poi sono tornati in Liberia e ora sono all’Aia. Per lasciare la Liberia hanno dovuto usare documenti falsi. Mia figlia ha dovuto negare di essere mia figlia. Una ragazzina di undici anni ha dovuto dire: "Non conosco quell'uomo". È così doloroso per dei bambini passare una cosa del genere! E poi chiami tuo figlio al telefono e lui ti dice: "Non venire a casa, la polizia ti cerca". La mia fidanzata è con me da molto tempo. E anche lei ha dovuto subire lo stesso destino. Ma lei è stata la forza che mi ha spinto a fare quello che dovevo fare. È convinta che sia giusto. E mi ha motivato in quella direzione. Mi ha sempre aiutato a capire fino a che punto i bambini erano coinvolti. Stanno crescendo e ora capiscono e mi aiutano anche. Questa esperienza li ha plasmati e adesso, giusto o sbagliato che sia, anche loro sono fortemente motivati. Ci sono stati momenti in cui non potevamo stare vicini, perché ero sempre in giro, sempre lontano da loro. Ma ci siamo avvicinati molto e ora più che mai. Anche i miei amici, i miei colleghi, i parenti, il popolo liberiano e la comunità internazionale sono stati una grande fonte di ispirazione.

Non sei motivato perché sei una brava persona, no. A volte è una chiamata. E quando sei chiamato, non c'è spiegazione per quello che ti rende motivato. Non c'è spiegazione per il tuo agire, per ciò che ti spinge. Deve essere una vocazione. Ognuno di noi è venuto al mondo con una missione. E deve essere portata a termine. Che mi piaccia o no, Dio ha voluto usarmi in questo modo nella società. Non ho malanimo verso nessuno. Credo che l'odio annebbi la sensibilità e svilisca lo spirito degli esseri umani. Coloro che mi odiano, mi criticano e mi umiliano, purificano il mio convincimento e rafforzano il mio coraggio.

Viviamo tutti in società differenti. Tutti dobbiamo affrontare situazioni e sfide differenti. Ma dobbiamo trovare un terreno comune. Dobbiamo lavorare insieme. Penso che insieme possiamo rendere diverso questo mondo. Quando vado ai funerali e mi chiedono di dire qualcosa, mi piace citare Etienne de Grellet: "So che passerò di qui una volta sola. E se c'è qualcosa che io possa fare, qualunque gentilezza che possa mostrare, qualunque cosa buona che possa fare, lasciate che la faccia ora, perché non passerò di qui un' altra volta".

FacebookTwitterFlickrYouTubeRSS Feed
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner