Dem. Rep. Congo - Repubblica Democratica del Congo
Guillaume Ngefa Atondoko

Foto di Eddie Adams
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Diritti Politici
"Sapevamo esattamente quante persone venivano uccise. E divulgavamo questa informazione. Allora il governo ha iniziato a muoversi con maggiore circospezione."
Biografia
Guillaume Ngefa ha quotidianamente messo a rischio la sua vita per investigare, registrare e denunciare gli immani abusi dei diritti umani commessi dal noto dittatore dello Zaire Mobutu Sese Seko. In qualità di fondatore e presidente della principale organizzazione per i diritti umani del suo paese, l'Association Africaine de Défense des Droits de l'Homme (ASADHO), Ngefa ha monitorato la sanguinosa presa di potere del presidente Laurent Kabila nel 1996-97 e durante il suo regime Negfa ha contato “200.000 persone rifugiate nello Zaire, per la maggior parte di etnia Hutu, e migliaia di Zairiani uccisi da una deliberata strategia di sterminio di una parte della popolazione del Ruanda”. Le cifre cui si riferisce Ngefa sono il risultato di ricerche sul campo alle quali ha aggiunto una sintesi dei rapporti di un certo numero di organizzazioni umanitarie e per i diritti umani. Perseguitati prima da Mobutu e poi da Kabila, Ngefa e ASADHO hanno acquistato credibilità proprio grazie ai rapporti imparziali e ben documentati sugli abusi, indifferenti all'affiliazione politica delle vittime o di chi commetteva le violazioni. Proprio per questo ASADHO rappresenta un validissimo sostegno etico e morale per i Congolesi impegnati a ridurre le tensioni etniche e interregionali. Ngefa attualmente vive in esilio a Ginevra, in Svizzera, dove porta avanti il suo lavoro per i diritti umani e per la dignità dei suoi concittadini.
Intervista
I diritti umani sono fortemente radicati nella mia esistenza. Pare che fin da bambino avessi uno spiccato interesse nei confronti degli altri. Ho aiutato i pigmei nonostante nella mia comunità fossero considerati alla stregua degli animali. Ho condiviso il pane con loro, li ho portati nella nostra casa, ho dato loro i miei vestiti. Per la società che mi circondava è stato uno shock, ma io vedevo i pigmei come miei amici, esattamente come chiunque altro.
Quando studiavo da gesuita, uno dei miei professori mi ha parlato dei diritti umani. Più tardi, ho deciso di lasciare l'ordine per iscrivermi all'università di Kinshasa. Ero inorridito dall'odio etnico tra gli studenti e dalla presenza di informatori della polizia all'interno dell'università, così sono entrato a far parte di un network che raccoglieva informazioni sulla repressione del regime. Ho iniziato a spedire queste informazioni alle ambasciate a Kinshasa, con le liste di coloro che erano stati uccisi in questa o in quell'altra università. Nel 1986 ho fondato un'organizzazione chiamata Club des Africanistes, un gruppo in cui gli studenti di tutte le università e istituzioni potevano discutere sul tema della francofonia (l'utilizzo della lingua francese quale lingua comune). Tentare di organizzare questo tipo di incontri sotto un partito unico era pericoloso; sono stato subito accusato di ricevere denaro da governi stranieri allo scopo di rovesciare il regime. Il decano minacciava di espellermi dall'università se avessi insistito con quelle "attività sovversive".
Appena tornato in università, ho messo in piedi un'organizzazione per lottare contro le divisioni etniche tra gli studenti. Quando l'organizzazione è arrivata a contare seicento membri, abbiamo deciso di presentarci alle elezioni studentesche contro il partito al potere, rifiutandoci di sostenere Mobuto e i suoi compari. Le autorità accademiche ci hanno accusato di essere appoggiati da paesi stranieri. Nonostante la nostra sconfitta alle elezioni, all'interno dell'università il nostro messaggio aveva avuto una certa eco ed eravamo rispettati. A un certo punto il rettore ci ha chiamati a colloquio per dirci che il nostro movimento aveva assunto una connotazione eccessivamente politica e pertanto sarebbe stato bandito. Ha minacciato di espellermi una seconda volta. Mi mancava solo un anno alla laurea, quindi ho cercato di negoziare. Gli abbiamo detto: "Non possiamo accettare questa messa al bando. Portiamo avanti il movimento perché siamo convinti che non sia contro il regime. Piuttosto è contrario ad alcune di quelle idee che danneggiano gravemente l'università". Ha accettato il compromesso.
Misono laureato quando il malcontento generale riguardo al regime di Mobuto aveva iniziato a premere per un'apertura del sistema politico. Era il momento giusto per fondare un'organizzazione per i diritti umani e prendere parte alla vita pubblica. Per prima cosa ho reclutato gli attivisti dalle organizzazioni delle nostre due università. I fondatori erano tutti miei vecchi amici. Ci conoscevamo tutti e avevamo fiducia l'uno dell'altro. Abbiamo chiamato la nuova organizzazione Association Africaine de Défense des Droits de l'Homme (ASADHO) e abbiamo iniziato a indagare e documentare gli abusi dei diritti umani. I nostri obiettivi erano: giungere ad assumere un ruolo chiave all'interno della società, mantenere l'indipendenza da qualsiasi partito politico e non venire mai meno ai nostri principi. L'associazione aveva respiro nazionale e riuniva persone provenienti da diverse regioni.
Abbiamo iniziato a lavorare con avvocati, giornalisti e medici. Ogni gruppo mirava a rafforzare e promuovere la tutela dei diritti umani utilizzando le proprie specifiche competenze e professionalità. Per esempio i nostri medici ci hanno fornito informazioni sulle violazioni dei diritti umani patite dai malati di AIDS. Ad alcune persone che si erano prestate come cavie era stato iniettato il virus dell'AIDS senza che lo sapessero, in nome della "ricerca scientifica". Abbiamo trasmesso queste informazioni al resto del mondo, ai gruppi per i diritti umani e alla stampa. Contemporaneamente abbiamo pubblicato dei rapporti. Sappiamo esattamente quante persone sono state uccise. E abbiamo divulgato queste informazioni.
Allora il governo ha iniziato a muoversi con maggiore circospezione. Sono stato arrestato e picchiato selvaggiamente molte volte tra il 1993 e il 1995 e da allora ho problemi d'udito all'orecchio sinistro. Nessuno vuole affittarmi un appartamento perché temono che le forze di sicurezza lo distruggano. Una volta camminavo per strada quando è arrivato un poliziotto e, puntandomi un'arma addosso, mi ha costretto a salire su un' automobile. Mi hanno portato a Camp Tshatshi [sede dell'élite delle truppe presidenziali] e hanno iniziato a picchiare selvaggiamente alcune persone sotto i miei occhi. Mi hanno detto: "Dopo tocca a te". Mi sono spaventato. Ho detto "Senti, le autorità statunitensi sanno che mi trovo qui". Dopo avermi picchiato mi hanno lasciato andare.
Nell'agosto del 1995, ero a cena con l'ambasciatore svizzero, l'incaricato d'affari del Belgio e alcuni miei colleghi. Quel giorno avevo appena pubblicato un rapporto in cui denunciavo l'assassinio di tredici membri del partito PALU (Parti Lumbumbiste Unifié). Mentre tornavo a casa in macchina, sono stato fermato da un militare che urlava "Scend!' Scendi! Scend! Scendi!". Un altro mi ha puntato la pistola alla testa. Minacciavano di uccidermi. La gente mi aveva riconosciuto e cercava di aiutarmi. I soldati hanno sparato in aria e la gente è fuggita, ma anche i soldati devono aver avuto paura, e mi hanno urlato "Salta in macchina e vattene". Mentre mi allontanavo in automobile pensavo che mi avrebbero colpito alle spalle. A casa, mi aspettava mia moglie. Le ho raccontato la storia. "Eri tu?" ha chiesto. Aveva sentito gli spari. In quel momento ho capito che era giunto il momento di lasciare il paese.
Dopo aver ottenuto un master all’estero, sono rientrato dall'esilio, continuavo con il mio lavoro e ho detto a Mobuto che volevo cambiare le cose. Tuttavia, nel 1997, durante la ribellione contro Mobuto guidata da Kabila, ASADHO ha divulgato un rapporto in cui si denunciavano la carneficina e lo sterminio dei rifugiati Hutu per mano delle truppe ruandesi al comando di Kabila. Così ora ero minacciato, non soltanto dalle truppe di Mobutu, ma anche da quelle di Kabila, che sosteneva che io mi opponessi alla guerra di liberazione, e mi assicurava che se mi avessero trovato mi avrebbero "fatto a pezzi". Questo mi ha spinto a lasciate la mia terra definitivamente.
Non ho avuto modo di diventare un sacerdote, ma ho trovato una nuova vocazione nei diritti umani. È lo stesso: provare a dare una voce a chi non ha voce. Sono contro l'ingiustizia. Non mi fermerò mai. Il coraggio è convinzione, è il tuo impegno a favore di qualcosa. Devi soltanto credere in quello che fai, nient' altro.