Colombia
Jaime Prieto Mendez

Foto di Eddie Adams
Diritti Politici
"Per tutte le vittime che bussano alla nostra porta e che si aspettano una risposta, dobbiamo trasformare i nostri momenti di disperazione e impotenza in capacità creativa, capacità di trovare almeno un po’ di spazio. E poi dobbiamo aprire le braccia e allargare quello spazio."
Biografia
Jaime Prieto Mendez è una delle figure principali del movimento per i diritti umani in Colombia, in prima linea dal 1990 al 1998 in qualità di direttore generale del Comité de Solidaridad con los Presos Politicos, il gruppo più efficace del paese impegnato per coloro che sono detenuti per ideologia politica. Per buona parte degli ultimi cinquant’anni la Colombia è rimasta in uno stato precario, durante il quale i diritti civili sono stati sospesi e migliaia di persone incarcerate con procedimenti giudiziari militari in cui i diritti processuali dovuti erano largamente trascurati. Il Comité ha difeso centinaia di clienti; denunciando arresti arbitrari, torture e sparizioni per mano degli agenti della sicurezza dello stato; e ha tentato di far rilasciare i detenuti. A causa del suo impegno i membri del Comitato sono stati attaccati, minacciati, costretti all’esilio e uccisi. Prima di entrare a far parte del Comitato, nel 1976, Prieto, aveva lavorato come maestro in un quartiere povero di Bogotà e poi in una comunità rurale. Prieto aveva capito che le condizioni di povertà inasprite dall’assenza di nozioni in merito ai propri diritti, rendeva la gente indifesa di fronte agli abusi, così ha introdotto un programma di educazione ai diritti umani. Per questo motivo Prieto è stato minacciato e poi arrestato dalle autorità locali. Dopo essere entrato nel Comité de Solidaridad con los Presos Politicos, Prieto ha continuato la sua campagna di formazione sui diritti umani nelle comunità più povere. Si è concentrato sull’uso di strumenti legali per proteggere e difendere i diritti umani. Dobbiamo a Prieto l’iniziativa di stabilire un dialogo tra i gruppi dei diritti umani e le diverse entità governative, nel tentativo di allineare le pratiche governative al diritto internazionale. Prieto ultimamente si è dimesso dalla direzione del Comitato e insegna all’Università di Bogotà ed è considerato internazionalmente come uno dei fondatori del moderno movimento per i diritti umani colombiano.
Intervista
Per me tutto è cominciato il giorno in cui la polizia è entrata nel campus dell’Università nazionale di Bogotà nel corso di una protesta studentesca. Quel giorno uno studente è stato ucciso e molti altri arrestati. Per questi ultimi è stata organizzata una campagna di solidarietà. Io ho aderito e siamo riusciti a farli rilasciare. Dopo quel primo successo il Comité de Solidaridad con los Presos Politicos ci ha chiesto di collaborare con loro. Era il 1976 e da allora non ho più smesso di lavorare per i diritti umani.
Nei primi anni Settanta ho passato, insegnando, quattro anni nelle pianure orientali del paese con dei gruppi di giovani cattolici. Abbiamo appoggiato i contadini nella lotta per la terra e contro la depressione economica, a volte aiutandoli a costituire sindacati di lavoratori. Un’azione assolutamente legale e normale, ma comunque le autorità locali ci hanno accusato di essere comunisti. Stavamo solo informando i lavoratori sui loro diritti, così com’erano enunciati dalla legge. Ma, come ben sapete, non sempre è concesso divulgare i diritti riconosciuti dalla legge. Le leggi attuali lasciano credere che il nostro sia uno stato democratico, ma poter esercitare quei diritti è una cosa completamente diversa. A mio avviso la Chiesa Cattolica, in quei quattro anni, ha voltati le spalle ai più poveri tra i poveri. Questo mi ha allontanato dalla religione anche se, inizialmente, sono stati proprio si suoi fondamenti spirituali ad animare il mio attivismo.
All’inizio, per promuovere e proteggere i diritti umani, il nostro lavoro nel Comitato si concentrava sugli strumenti di diritto interno. Nel 1980 questo discorso ha finito con l’abbracciare anche il diritto internazionale, nello sforzo di accrescere la nostra efficacia. Ci sembrava importante che le comunità più duramente colpite dalle violazioni conoscessero gli statuti delle differenti autorità e come proteggere i propri diritti. E nel contempo ci adoperavamo per le persone in carcere. Cercavamo di capire perché erano stati arrestati, quali erano le condizioni in carcere e tentavamo di evitare le torture e di agevolare le procedure legali. Questo era quello che facevamo quando sono entrato a far parte del Comitato e quello che continuiamo a fare anche oggi. Nei primi anni del 1990, quando in Colombia era in atto un cambiamento politico, abbiamo anche aperto un dialogo con le autorità sulle violazioni.
Ma le pressioni contro i difensori dei diritti umani oggi ti spingono a chiederti se ci sia abbastanza spazio politico per continuare questa opera di difesa. Persone a cui ero molto vicino sono scomparse o sono state assassinate. Abbiamo dovuto far uscire dal paese altre persone che facevano parte della nostra organizzazione. E questo aumenta l’angoscia, la tua famiglia teme per la tua incolumità e per la propria. Sai, tanti sono stati assassinati senza aver ricevuto minacce precedentemente. Perciò quando dico di non aver ricevuto minacce, non dico che non corro rischi. Anche se mi fa sentir meglio pensare che non ci sia un così alto grado di rischio.
Ho lasciato la direzione del Comitato per diverse ragioni. Negli ultimi dieci anni avevo dovuto prendermi un notevole carico di responsabilità e, in un modo o nell’altro, questo impediva ad altri possibili leader di emergere. Volevo inoltre contribuire alla difesa dei diritti umani da un’altra prospettiva. Adesso sono professore all’Universidad Nacional de Colombia. Tengo un corso sui diritti umani, uno sulla politica economica e uno sul diritti internazionale umanitario. Sto anche cercando di scrivere un memoriale sul lavoro che ho svolto. Non posso certo dire di aver smesso di occuparmi di diritti umani; ho solo messo da parte una responsabilità specifica.
Anche se sono pronto a lottare per la causa dei diritti umani in qualunque modo, non voglio rischiare irresponsabilmente la mia vita. si può sempre valutare un rischio e sapere quando farsi da parte, scegliendo di ritirarsi per poter continuare a lavorare. Posso accettare il pericolo latente insito nella prima linea, ma non ho mai spinto il rischio al limite. Questo è il mio modo di essere responsabile di me stesso, della mia famiglia e anche della causa in sé. Esistono circostanze nelle quali bisogna offrire la propria vita, ma più spesso non ha senso promuovere l’idea di una difesa eroica che non comprende nemmeno la possibilità di nascondersi, di lasciare il paese, di rimanere nell’ombra – poiché si è più utili da vivi che da morti.
Mettere insieme il mio lavoro per i diritti umani con la mia responsabilità di padre e di marito ha molti più a che vedere con i rischi o le trasformazioni della vita quotidiana. Le pesanti violazioni da parte dello stato possono far dimenticare che i diritti umani sono qualcosa che esiste anche nella vita di tutti i giorni. Bisogna parlare anche di questo, perché se lo stato ha un’enorme responsabilità di rispetto e di attenzione nei confronti del cittadino, è altrettanto necessario che ognuno, singolarmente, abbia lo stesso rispetto verso gli altri. Me lo hanno insegnato i miei figli. Mi hanno fatto notare che non potevo essere autoritario a casa, dicendomi: “Sei uno che difende i diritti umani e ti comporti come jefe [tiranno] a casa”. Diciamo che loro sono un buon punto di riferimento, e la credibilità inizia a casa propria, no?
Detto questo, è anche possibile che il lavoro di difensore dei diritti umani “in prima linea” sia sopravvalutato. Il lavoro che abbiamo fatto è importante, ma anche altri hanno fatto cose significative. Molte persone, compresi alcuni che ora sono al governo, hanno dato un enorme contributo evitando che avessero luogo uccisioni e torture. Altri ancora hanno contribuito a divulgare lo spirito dei diritti umani. Il diritto alla vita, il diritto all’integrità personale, il diritto alla libertà, su questo abbiamo concentrato i nostri sforzi anche in circostanze rese difficili da violenti attacchi. Ma non possiamo perdere la prospettiva più ampia dei diritti economici, sociali, culturali e dell’ambiente, così come di certi settori della popolazione, come le donne e i bambini. Dobbiamo guardare oltre quelli che subiscono violenza, ci sono anche quelli che soffrono per la discriminazione in una società patriarcale, una società che per altro non riconosce i diritti dei bambini. Senza queste considerazioni, la nozione che si può avere dei diritti umani rimane limitata. Noi del Comitato abbiamo svolto una funzione molto particolare. Necessaria, ma limitata, magari un po’ sopravvalutata. Invece adesso dobbiamo far emergere il lavoro di altri.
Abbiamo bisogno di creare fiducia nella società civile. Bisogna che la gente creda che anche nelle circostanze più difficili possiamo riuscire. Vedere che la comunità internazionale è sempre più interessata alla nostra situazione ci dà forza. Non abbiamo il diritto di perdere la speranza. Per tutte le vittime che bussano alla nostra porta e che si aspettano una risposta, dobbiamo trasformare i nostri momenti di disperazione e impotenza in capacità creativa, capacità di trovare almeno un po’ di spazio. E poi dobbiamo aprire le braccia e allargare quello spazio.
Ci vuole una grandissima enfasi per amplificare le voci di quelle vittime affinché le autorità le ascoltino e poi, quando cominciano ad ascoltarle, bisogna che le voci delle vittime, e le loro parole, diventino una realtà. Di fatto è necessario creare dei forum di discussione che facciano crescere la forza sociale, che creino un più forte senso di legittimità nell’opinione pubblica, anche perché questa è la modalità attraverso la quale le autorità possono riconoscere che devono essere fatti dei cambiamenti. Con notevoli sforzi, date le circostanze avverse, siamo riusciti ad aprirci uno spazio politico. Ancora oggi è necessario interagire con le autorità affinché si decidano a mettere fine agli abusi. Sebbene gravino ancora parecchie accuse sui difensori dei diritti umani, le alte cariche del governo hanno dovuto sedersi a parlare con noi. E i media, che per tanto tempo hanno cercato di non far sentire le nostre voci, oggi prendono in considerazione il nostro punto di vista. Ciò dipende in gran parte dall’aver acquisito credibilità, garantendo la veridicità e la fondatezza delle nostre informazioni, perché sono state raccolte con attenta perizia, lavorando a diretto contatto con le vittime in modo da poter poi argomentare con autorevolezza le loro istanze. Non possiamo semplicemente brandire la nostra condizione di difensori dei diritti umani o di vittime di aggressioni da parte dello stato e usarla come pretesto per perorare la nostra causa. Abbiamo il dovere di essere seri, rigorosi e anche molto propositivi nel trovare le modalità che rendano possibile una vittoria sui problemi legai ai diritti umani, dovunque ci capiti di incontrarli. Questa è la sfida che abbiamo davanti.