Timor Leste - Timor Est
José Ramos-Horta

Foto di Eddie Adams
Sovranità Nazionale
"Ci vuol più coraggio a perdonare che non a prendere le armi."
Biografia
Nel 1996 José Ramos-Horta ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per la sua instancabile opera a favore del popolo di Timor Est, invaso con brutalità dall'Indonesia nel 1975. La parte musulmana di Timor Ovest è diventata parte dell'Indonesia nel 1946, mentre Timor Est, fondata dai portoghesi nel 1520, con lingua, costumi e religione diversi, è rimasta colonia portoghese fino al ritiro del Portogallo nel 1975. Il venticinquenne José Ramos Horta è stato allora nominato ministro degli esteri del neo-costituito governo indipendente di Timor Est; ma a un mese dall'indipendenza, le truppe indonesiane si sono ammassate intorno alla capitale, Dili, e non appena l'aeroplano di José Ramos-Horta è atterrato in Portogallo, gli è stato comunicato che l'Indonesia aveva preso il controllo del suo paese. Negli anni successivi all'invasione indonesiana, un terzo della popolazione ha perso la vita per via dei massacri, della fame e delle epidemie, in un clima di assoluto terrore. Nei vent'anni successivi, Ramos-Horta ha girato il mondo denunciando questi abusi e, nel 1992, ha steso un piano di pace che prevedeva il ritiro graduale delle truppe indonesiane, ritiro che doveva culminare con un referendum che offriva alla popolazione di Timor Est tre opzioni: l'indipendenza, l'integrazione all'Indonesia e la libera associazione al Portogallo. Quando nel 1999, 1'80 per cento dei timoresi si è espresso a favore dell'indipendenza, le forze armate indonesiane e le loro milizie alleate si sono scatenate. Hanno sterminato centinaia di persone, hanno raso al suolo il 70 percento degli edifici del paese, dato fuoco ai raccolti, ucciso migliaia di animali d'allevamento e distrutto il sistema fognario e le principali linee elettriche. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette all'esilio. Ramos-Horta ha portato la situazione all’attenzione internazionale e, grazie ai suoi appelli, le Nazioni Unite hanno inviato le proprie truppe per porre fine alla carneficina. Nel dicembre del 1999, dopo ventiquattro anni di esilio, José Ramos-Horta è ionfine tornato a casa, in una Timor Est nuovamente libera e indipendente.
È stato il Presidente di Timor Est fino al maggio 2012, nonostante un tentativo di assassinio ai suoi danni nel 2008.
Intervista
Sono nato in una famiglia mista, padre portoghese oppositore del regime fascista di Salasar in Portogallo - e per questo esiliato a Timor Est negli anni Trenta--e madre di Timor Est. Siamo cresciuti in un remoto villaggio senza elettricità, acqua corrente, strade o automobili. In casa parlavamo il tetum, la lingua nativa. Il portoghese l'ho imparato anni dopo, nella scuola della Missione Cattolica. Eravamo molto poveri: ricordo che ho ricevuto il mio primo paio di scarpe quando ero adolescente e siccome temevo che si rovinassero, le ho conservate per indossarle a Natale. Ma il Natale successivo non mi andavano più - ero disperato.
Anche la Missione Cattolica era molto povera. Per circa dieci anni abbiamo mangiato granaglie a colazione, pranzo e cena, le mettevano in un bidone, le facevano bollire e poi finivano nel piatto. Erano granaglie vecchie e dure e mi hanno rovinato i denti. Cera anche la carne, oh sì, una volta al mese.
La scuola cattolica era molto conservatrice. Si doveva pregare cinquanta volte al giorno e confessarsi in continuazione perché il prete ci diceva che, siccome eravamo molto giovani, potevamo morire in qualsiasi momento e se fossimo morti nel peccato saremmo finiti dritti all'inferno. Così pensavo che se avessi fatto due penitenze invece di una avrei goduto di una doppia protezione - già da bambino cercavo di bruciare le tappe!
Volevo fare il giornalista. Verso i vent'anni ho iniziato a lavorare per un quotidiano locale, The Voice of Timor, di Dili, la capitale. Sono riuscito ad ottenere un lavoro extra in una radio dove presentavo il giornale-radio e anche un lavoro a part-time in una televisione portoghese, dove ho iniziato girando dei servizi e, in seguito ho cominciato io stesso a scrivere le notizie. Col tempo, sono diventato particolarmente favorevole all'indipendenza e molto critico verso la gestione coloniale portoghese. (Senza offesa all'attuale Portogallo che ha svolto un lavoro eccellente per Timor Est. Ma l'amministrazione coloniale precedente al 1975 era talmente incompetente e indolente che non aveva fatto nulla per produrre sviluppo nel paese).
All'età di vent'anni ho iniziato a lavorare presso l'ufficio del turismo. Un giorno mentre bevevo qualcosa con un paio di persone, una delle quali era statunitense, ho fatto dei commenti pesanti sulla situazione di Timor Est. Il giorno dopo sono stato chiamato dalla polizia per la sicurezza politica portoghese, la famosa PIDE, nota in Portogallo e in Africa per le torture contro i civili. Sapevano, parola per parola, tutto quello che avevo detto agli stranieri. Impressionante. Due giorni dopo sono stato interrogato un'altra volta, per ore, ho perso il mio lavoro e me ne sono andato in Mozambico per due anni. Non mi hanno torturato - mi hanno solo interrogato e poi mi hanno rilasciato. Non credo di essere un eroe. Se non fossi stato ubriaco, non avrei certo detto quelle cose. Questa è stata anche la mia linea di difesa, alla quale hanno ribattuto: "Non ha importanza. Lo pensi. E in realtà questa è la tua opinione."
Nel 1974 ho fondato il primo partito socialdemocratico del paese. Nel giro di poche settimane è diventato popolarissimo e, di fatto, è diventato un vero e proprio fronte per l’indipendenza di Timor Est. Alcuni studenti marxisti appena rientrato dal Portogallo si sono uniti al fronte e ne hanno preso il controllo. Da qui viene la reputazione marxista-comunista del partito. Ma non è mai stato un gruppo marxista. C’era soltanto una gran retorica nei discorsi. Avevamo l’abitudine di chiamarci l’un l’altro ‘compagno’, fare stupidaggini come salutarci con il pugno chiuso (perché non limitarsi al cenno della mano?).
E poi, nel 1975, è scoppiata la guerra civile. I portoghesi se ne sono andati e la città aveva tutta l'aria di una città fantasma. Il FRETlLlN (il Fronte Rivoluzionario per l'Indipendenza di Timor Est) teneva sotto controllo la situazione. Non una sola casa è stata distrutta, non una sola cosa danneggiata. La banca portoghese era intatta. Persino le automobili che appartenevano a funzionari del governo portoghese, compresa la Mercedes del governatore, erano rimaste indenni. Nell'insieme c'è stato un certo rispetto, ma la città si era svuotata. Migliaia di persone avevano abbandonato il paese. E poi è finito tutto. Il conflitto è durato soltanto due settimane. Io non ho vissuto quei giorni, perché mi trovavo in Australia. Ma al mio rientro ho toccato con mano le conseguenze della guerra, certo, breve, ma stupida e perversa.
In seguito, il 7 dicembre del 1975, Timor Est è stata invasa. Nel novembre del 1975 sono stato nominato ministro degli esteri e il 4 dicembre sono stato mandato all'estero. Un piccolo aeroplano mi ha condotto in Australia, poi in Europa e infine negli Stati Uniti. Sono arrivato a New York due giorni dopo l'invasione del 7 dicembre, che ha avuto luogo mentre mi trovavo in volo a metà strada tra l'Asia e l'Europa. Due giorni dopo ero già diretto a New York, alle Nazioni Unite, deciso a perorare la causa di Timor Est.
Sono arrivato a New York nel bel mezzo dell'inverno statunitense. Non ero mai stato in una metropoli prima di allora e non avevo mai visto la neve. Era mio compito, in quanto neo-incaricato ministro degli esteri di Timor Est, presentarmi alle Nazioni Unite per difendere la causa di Timor Est. Sono stato fortunato perché ho potuto contare sul sostegno del Mozambico, a sua volta da poco indipendente dal Portogallo. Il Mozambico, infatti, mi ha procurato gli appuntamenti necessari e mi ha presentato al Consiglio di Sicurezza. A venticinque anni ero probabilmente il più giovane ministro degli esteri, certamente il più giovane che si fosse mai rivolto al Consiglio di Sicurezza. Oltre a questo era anche vero che ero il più inesperto e il più ingenuo ministro degli esteri della storia. Così quando ho detto che ero il più giovane, non intendevo necessariamente dire che per questo mi meritassi dei tributi, in realtà voleva essere una giustificazione, una difesa. Sebbene l'Indonesia fosse un leader potente nella regione - corteggiato dagli Stati Uniti nel mondo della Guerra Fredda anti-comunista e successivo alla guerra del Vietnam - siamo riusciti ad ottenere una sbalorditiva decisione unanime del Consiglio di Sicurezza. Ma questa decisione è stata anche la mia prima lezione di ipocrisia internazionale. Gli stessi paesi che avevano votato la condanna dell'invasione indonesiana di Timor Est e che chiedevano all'Indonesia il ritiro dal mio paese, erano quelli che avrebbero consentito all'Indonesia di portare avanti la guerra a Timor Est per i successivi trent' anni.
Gli unici paesi che allora ci hanno sostenuto economicamente sono stati il Mozambico, anche se nel 1981 era in ginocchio, e l'Angola, che nonostante la guerra aveva un po' di denaro e di quando in quando, mi dava cinquecento o mille dollari al mese. Ecco come sono riuscito a sopravvivere. Vivevo soprattutto in appartamenti fatiscenti, subaffittati da amici o conoscenti. A volte mi occupavo di traduzioni per un' amica che lavorava con una chiesa, traducendo richieste di fondi dal portoghese al francese e allo spagnolo, a dieci dollari a cartella. E se allargavo gli spazi per fare più pagine, lei chiudeva un occhio. Più tardi ho ottenuto un lavoro a tempo pieno a Washington, per conto del governo del Mozambico, in qualità di consigliere sulle politiche americane e i rapporti con i media e il Congresso. Nel 1988 mi sono recato a Oxford in veste di ricercatore senior. Dopodiché mi sono trasferito in Australia. La fine degli anni Settanta è stata il periodo più buio per Timor Est: sono stati 100.000 i morti massacrati dalle armi vendute all'Indonesia dagli Stati Uniti. Mia sorella Maria è stata uccisa durante un attacco aereo con un aeroplano consegnato all'Indonesia circa due settimane prima dall' amministrazione Carter. A Timor Est questi aeroplani hanno portato enormi devastazioni - tra le migliaia di vittime c'erano anche i miei due fratelli. Alla fine del biennio 1976-77, l'esercito indonesiano si è trovato a un punto morto. Le forze armate non avevano mai avuto un vero e proprio addestramento, non si aspettavano una resistenza così tenace. Hanno avuto migliaia di feriti. Se gli Stati Uniti non fossero intervenuti pesantemente, l'esercito indonesiano probabilmente sarebbe stato sconfitto dalle forze della resistenza timorese. Quindi, con una massiccia dose di armi fornita all’esercito indonesiano, l'amministrazione Carter ha fatto la differenza, ha modificato gli equilibri di potere e ha provocato il protrarsi del conflitto per vent'anni.
Non so dire cosa mi abbia aiutato ad andare avanti durante tutti quegli anni. Ci sono persone che lottano per la rivoluzione mondiale. Ma io non tendo a essere idealista, non credo nell'internazionalizzazione del marxismo. E non sono nemmeno un cattolico fondamentalista che confida nella predominanza della fede. Piuttosto credo nello spirito del popolo di Timor Est, che mi sprona a proseguire nella lotta. Negli Stati Uniti ero del tutto isolato e avrei potuto tranquillamente trovarmi un lavoro, come molti esiliati politici, rinunciare e portare avanti la mia vita. Invece ho continuato a lavorare per la causa di Timor Est a tempo pieno, quasi ventiquattro ore su ventiquattro. Non avevo denaro, ma ero disposto a muovermi all'interno degli Stati Uniti in autobus pur di partecipare agli incontri in cui potevo denunciare la situazione del mio paese. Sono stato invitato a Milwaukee - ci sono andato e ho parlato. Un mio amico aveva avuto una bella idea, avrei dovuto parlare a Birmingham - così ho preso l'autobus, sono arrivato e mi sono trovato di fronte dodici eritrei intenti ad ascoltarmi. Un'altra volta mi sono precipitato a Chicago perché un attivista molto gentile era riuscito a far aggiungere il mio nome a quello del relatore di una conferenza in un albergo molto elegante. Il relatore era un professore universitario con una voce davvero possente, Roger C1ark della Rutgers University. Il pubblico era costituito da vecchie signore, la maggior parte delle quali erano mezze addormentate. Io, per gentilezza, ho cercato di non svegliarle, parlando a bassa voce. Quando è stato il momento del professore, ho temuto che le vecchiette avessero un attacco di cuore. E comunque lui le ha svegliate di certo.
Il 12 novembre del 1991 cinquemila giovani si stavano recando dalla chiesa al cimitero per onorare un giovane studente timorese morto due settimane prima, ammazzato dall'esercito indonesiano all'interno di una chiesa. Era una processione molto pacifica. D'improvviso sono arrivate le truppe speciali indonesiane con le mitragliatrici spianate e hanno iniziato a sparare sulla folla. Quel giorno hanno perso la vita almeno cinquecento persone. Molti altri sono morti in ospedale uccisi dai medici che collaboravano con le forze armate: venivano avvelenati o veniva loro fracassato il cranio con grosse pietre. Ci sono dei testimoni. Due di loro (entrambi paramedici) sono riusciti a sopravvivere al massacro fuggendo. Uno dei due ha portato con sé le pillole che venivano fatte ingoiare ai feriti. Queste pasticche sono in seguito state fatte analizzare a Londra da esperti di medicina legale, i quali hanno scoperto che si trattava di sostanze altamente tossiche utilizzate, di solito, mescolate all'acqua per pulire i gabinetti. E questa non è stata l'unica carneficina. Solo che in questo caso, un cameraman inglese incredibilmente coraggioso si trovava lì è ha filmato tutto. Gli indonesiani continuavano a sparare, e lui continuava a filmare, poi, quando hanno smesso, ha estratto la videocassetta dalla cinepresa e l'ha sotterrata nel cimitero. Si sono portati via alcune delle sue fotografie e, di notte, lui è tornato al cimitero per riprendersi il filmato, per poi farlo arrivare fuori dal paese. Ha avuto fortuna, era uno straniero e l'esercito indonesiano si è ben guardato dal fargli del male. Dopo questo, le cose hanno cominciato a cambiare per il meglio. Nel dicembre del 1996 il Vescovo Belo e io abbiamo ricevuto il Nobel per la Pace, la qual cosa mi ha permesso di prendere più agevolmente contatto con i media e i leader mondiali. Come potete immaginare, l'Indonesia non ne era particolarmente entusiasta. Per cui sono diventato l'obiettivo di una pesante campagna di diffamazione, nonché di svariate minacce, comprese quelle di morte.
Il premio lo devo a più di vent'anni di lavoro e a un piano di pace basato su una risoluzione graduale, straordinariamente simile agli Accordi di Oslo tra israeliani e palestinesi che sarebbero stati raggiunti anni dopo. Se l'Indonesia l'avesse accettato, la guerra si sarebbe conclusa senza ulteriori distruzioni e uccisioni. L'Indonesia sarebbe ancora qui e con onore, e Timor Est avrebbe goduto di un periodo di autonomia all'interno dell'Indonesia. Allo scadere di dodici anni dalla firma dell'accordo si sarebbe tenuto un referendum. Il problema è che avevo a che fare con una dittatura che non comprende che il dialogo, le concessioni e la flessibilità consentono a entrambe le parti di vincere. I militari capiscono soltanto il concetto del "vinciamo noi".
Nonostante l'implacabile campagna d'intimidazione e corruzione che si è protratta per mesi, ben oltre il 90 per cento dei cittadini di Timor Est ha votato a favore dell'indipendenza. E, secondo una fonte interna alle Nazioni Unite, un ulteriore 6 percento dei voti è stato sottratto con dei brogli durante il conteggio dei voti. Poi è arrivata la violenza. Era ben organizzata. Pianificata da mesi fin nei minimi dettagli. Hanno distrutto quasi ogni cittadina di Timor Est, quasi ogni casa. E non solo le case dei ricchi, o dei benestanti, ma anche le umili case di contadini, fatte di paglia, tutto ridotto in cenere. Almeno un terzo della popolazione del paese è stato rapito armi alla mano e trasportato via nave in un altro paese, un fenomeno che non ha precedenti nella storia moderna. Mia sorella maggiore (che non ho visto per circa trent'anni) è stata condotta con la forza insieme ai suoi bambini, in Indonesia, su una nave da guerra. Ci sono ancora più di centomila nostri concittadini nei campi di Timor Ovest. La repressione è stata orchestrata da un esercito che poteva contare su infrastrutture, denaro e potere. Due terzi delle milizie venivano dall'Indonesia (non da Timor Est). Le violenze sono state perpetrate da persone del tutto estranee alla nostra società. I timoresi che facevano parte delle milizie si sono arresi perché costretti a ubriacarsi fino ad ritrovarsi completamente invasati. Nel mezzo delle sparatorie c'erano centinaia di poliziotti indonesiani travestiti da miliziani. Ma più tardi si toglievano il travestimento e l'esercito agiva in uniforme. I miei nipoti che vivono sulla costa mi hanno detto che là non ha mai operato nessuna milizia; era l'esercito che metteva tutto a ferro e fuoco, perché laggiù non c'erano giornalisti - perché mai disturbarsi a nascondersi?
Nel frattempo, durante questo bagno di sangue, lo confesso, mi sentivo così triste, così solo. Dovevo gestire ogni giorno centinaia di chiamate. Sono stato a Washington e mi sono incontrato con i senatori Patrick Leahy e Tom Harkin e persone come Thomas Pickering del Dipartimento di Stato. Ho parlato al National Press Club e sono apparso in diversi programmi televisivi della NBC, ABC, di Night Line e della CNN - che sono stati fantastici; ero costantemente sulla CNN.
Centinaia di migliaia di persone hanno chiamato e inviato e-mail. E presto la situazione ha cominciato a cambiare. Ad un certo punto ho pensato che se non fossi riuscito a portare la pace a Timor Est, avrei fallito. E non sapevo cosa avrei fatto del resto della mia vita. Mi sembrava di aver tradito il popolo, che credeva in me, e che, proprio perché si fidava di me, aveva corso dei rischi. Ero sempre al telefono con persone in clandestinità. Persino nei momenti peggiori i loro telefoni continuavano a funzionare. Una volta parlavo al telefono con un sacerdote cattolico, un grande sacerdote gesuita. Durante gli scontri a fuoco stava nascosto in casa, dal telefono sentivo gli spari da un'auto in corsa. Il sacerdote mi ha detto: "Non so se tra mezz'ora sarò ancora vivo". Ho cercato di inviare gli operatori delle Nazioni Unite a recuperarlo, ma persino loro non si sentivano al sicuro. Poi, mia sorella è scomparsa improvvisamente. Per fortuna, lei e la sua famiglia stavano a un passo dal quartier generale delle Nazioni Unite e sono riusciti a scavalcare la recinzione ed entrare nello spazio delle Nazioni Unite. Io mi trovavo in Nuova Zelanda in attesa che iniziasse il vertice dell'APEC, quando ho sentito il presidente CIinton dire in diretta da Washington che l'Indonesia avrebbe dovuto invitare la comunità internazionale a intervenire. E due giorni dopo l'Indonesia l'ha fatto. Dopo altri due giorni, ho finalmente incontrato il presidente Clinton. L'incontro con l'uomo più potente del mondo è stato, in quel momento, estremamente rassicurante per noi di Timor Est, perché una volta che il presidente degli Stati Uniti prende una decisione, è praticamente già attuata. E Clinton si presentava così bene, così affascinante, che ti sentitivi totalmente a tuo agio - e ha posto domande acute, si capiva che era ben informato. Domande molto più intelligenti di quelle poste dalla maggior parte dei giornalisti. Quella sera ho chiamato Xanana, il leader della Resistenza agli arresti domiciliari a Jakarta, dicendogli che avevo incontrato il presidente degli Stati Uniti e che ero fiducioso nell'arrivo, a breve, delle forze di peacekeeping - e così è stato.
Questo rivolgimento degli eventi non aveva alcun precedente in Indonesia. Erano così abituati a schiacciare ogni opposizione, ogni manifestazione di pace, ogni dissidente, che credevano di avere un esercito invincibile - tuttavia, per la prima volta nella loro storia, sono stati sconfitti. Gli studiosi sostengono che non avevano mai perso una battaglia, ma si sono dimenticati di spiegare che queste battaglie erano state combattute contro i civili. Questo ha dimostrato il potere dell’opinione pubblica. Perché è stata la gente comune - quella che ha telefonato, inviato dei messaggi via Internet, spedito dei fax, inviando una serie interminabile di messaggi all'ufficio di Bill Clinton, al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, a Tony Blair e a Robin Cook a Londra e alla Francia - che hanno reso possibile la pace. In Australia, decine di migliaia di persone hanno manifestato a favore di Timor Est. In Portogallo oltre un milione di persone è scesa in piazza a manifestare. E tutto ciò ha spinto Clinton a perorare la causa di Timor Est, e inoltre ha dimostrato che quando gli Stati Uniti vogliono usare il loro potere per il bene, il bene prevale. Dopo la coraggiosa leadership di Clinton sono disposto a perdonare agli Stati Uniti tutte le colpe del passato.
Ora mi direte che per questa vittoria ci è voluto coraggio, ma io penso che ci voglia coraggio ad essere umili, a ammettere i propri errori, i propri peccati, a essere onesti. Ci vuole più coraggio a perdonare che a prendere le armi. Il che significa che non sono la persona più coraggiosa del mondo. Perché, dopotutto, si fa presto a dire la parola coraggio, metterla in pratica, è un altro discorso.