Argentina
Juan Méndez

Foto di Eddie Adams
Diritti Umani e Riconciliazione
"È moralmente giusto che dopo vent’anni di ricerca, molti non riescano ancora a trovare i loro cari, quando c’è chi sa benissimo dove sono sepolti i corpi?"
Biografia
Dal 1970 – quando iniziò a lavorare in Argentina come avvocato cercando di mettere in piedi il Modern Human Rights Movement – a oggi, Juan Méndez ha definito un piano d’azione a cui altri possono rifarsi nel difendere prigionieri politici. Quando è stato catturato e incarcerato dalle forze di sicurezza argentine, note per la loro brutalità, la sua famiglia ha subito chiesto quale fosse la sua ubicazione e quando i suoi aguzzini hanno capito che avevano poco tempo a disposizione per “strappare” a Méndez le informazioni che andavano cercando, lo hanno sottoposto a torture particolarmente brutali. Méndez è divenuto uno dei primi prigionieri d’opinione di Amnesty International in Argentina e sia gli avvocati che i diplomatici hanno esercitato forti pressioni sulla giunta militare argentina, costringendola a rilasciarlo nel 1977. Méndez durante l’esilio ha continuato a lavorare per i diritti umani sperimentando per primo quegli strumenti di legge che sono alla base, oggi, del lavoro internazionale sui diritti umani. Méndez ha lavorato quindici anni con Human Rights Watch e di recente ha lasciato la professione di avvocato per assumere la direzione generale dell’Istituto Inter-Americano sui Diritti Umani; attualmente dirige un programma sui diritti umani all’Università di Notre Dame. Ha inoltre assunto la carica di secondo vice presidente della Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani, un organismo della Organizzazione degli Stati Americani (OSA).
Intervista
Alla fine del 1960 ero uno studente universitario in Argentina. Era l’epoca delle rivolte studentesche nel mondo: Praga, Parigi, America Latina. Noi in quel periodo eravamo sotto il regime militare che fomentava la divisione tra i poveri e i ricchi. Molti di noi erano impegnati politicamente; alcuni presero le armi, altri aderirono a delle organizzazioni e altri ancora come me, cercarono di usare le loro abilità legali per difendere i prigionieri politici, per lottare contro la tortura e per far rispettare i diritti umani. Questo pensavo potesse essere il mio contributo alla lotta.
Fui arrestato la prima volta nel 1974, prima della morte del generale Juan Perón, nella mia città natale, di fronte all’università di legge che avevo frequentato e in cui ora insegnavo. Mi rilasciarono dopo due o tre giorni, ma questo fu un segnale: mi sorvegliavano e avevo dei nemici. Quindi, assieme alla mia famiglia mi trasferii a Buenos Aires, dove non mi conosceva nessuno. A poco a poco ricominciai a insegnare, a fare l’avvocato e sono tornato al mio attivismo politico, nelle baraccopoli e nei quartieri poveri. Poco dopo, nell’agosto del 1975, venni arrestato di nuovo. All’epoca, Isabel Perón, morto il marito, aveva assunto il potere e il suo regime è stato causa di numerosi omicidi politici.
Il terrore aleggiava ovunque. Molte persone, sorprese mentre disegnavano graffiti politici sui muri, venivano ritrovate il giorno successivo morte e con segni di torture. E altri venivano prelevati dalle loro case o dagli uffici e uccisi. Molti, come me, furono scaraventati in prigione e se non c’erano accuse a loro carico, venivano trattenuti in detenzione preventiva.
La dittatura militare più repressiva della nostra storia cominciò nel 1976. Io mi trovavo in carcere in quel periodo e stato per ottenere l’esilio, i militari mi trattennero ancora un anno senza accuse a carico. Una missione di Amnesty International venne in Argentina nel novembre del 1976. Conobbero la mia famiglia e analizzarono il mio caso. Era chiaro che non ci fosse nessuna prova contro di me, a parte quella di difendere i prigionieri politici. Ero chiaramente un caso da inerire nella categoria ‘prigionieri d’opinione’ di Amnesty, fui uno dei primi in Argentina. Tre mesi dopo mi fu concesso di espatriare. C’erano più o meno ottomila persone nella mia stessa situazione, che avevano vissuto in media quattro anni di detenzione preventiva, quindi io ero fortunato ad essere stato rilasciato solo un anno e mezzo.
In Argentina non c’era pietà. Quegli ottomila erano prigionieri “legali”. Il 90 percento è stato torturato, torture pesanti come elettroshock, botte, finti annegamenti e finte esecuzioni. Era una prassi metodica, una routine, ed estremamente efferata, volevano ottenere più informazioni possibile, e anche se si trattava di informazioni di nessun valore in sede processuale, a loro non importava. Volevano solo dei verbali. Nel 1976, dopo il colpo di stato, tutto peggiorò perché non erano più costretti a rendere conto dei loro omicidi. Nei primi anni Settanta avevano solo pochi giorni per ottenere informazioni dai prigionieri, prima di tutto perché i tuoi compagni si trasferivano immediatamente per proteggersi nel caso tu fossi stato costretto a rivelare dove abitavano, in secondo luogo perché prima o poi avrebbero dovuto portarti davanti a un giudice. Quelli particolarmente malconci venivano portati davanti a giudici compiacenti, e siccome dovevano fare in fretta, erano anche molto crudeli. Con la tortura ti riducevano quasi in fin di vita e poi se non riuscivano a ottenere altre informazioni ti lasciavano lì da solo. Molti dei miei amici hanno subito torture per un’intera settimana di seguito, io solo per tre giorni. Sono stato fortunato perché la mia famiglia si è mossa molto rapidamente per ottenere un mandato di habeas corpus e per poter parlare con i giudici. I miei aguzzini sapevano che con me avevano ancora meno tempo quindi mi hanno sottoposto a cinque sedute di tortura in due giorni invece delle normali due. Alquanto brutale, ma almeno breve.
Dopo il mio secondo arresto sono rimasto diciotto mesi in prigione, poi sono stato buttato fuori. Non mi è stato consentito di tornare a casa dalla mia famiglia, in Argentina. Mi hanno praticamente messo su un aereo e spedito in esilio. Una volta che la mia famiglia mi aveva raggiunto e ci eravamo stabiliti negli Stati Uniti, ho dovuto decidere se rientrare illegalmente. Molti dei miei amici in esilio erano tornati clandestinamente in Argentina e anche se li ammiravo pensavo fosse un suicidio, a essere sincero, perché dopo tutto non potevano fare molto. Quindi decisi di rimanere in esilio e cominciai a lavorare dall’esterno nelle organizzazioni non governative e con gruppi locali.
Quando iniziai non era così pericoloso. Non sapevi se la repressione sarebbe stata transitoria e magari dopo un mese tutto sarebbe tornato a posto. Deve sempre sperarci, anche se per molti è pericoloso, non lo è per te che non sei molto conosciuto. Solo così riesci a vivere. Non è che tu sia particolarmente coraggioso, è che pensi che forse non è così brutto quanto sembra. Difatti credo che abbiamo capito la tragedia argentina in esilio, osservandola dal di fuori. Quando ci sei in mezzo, naturalmente, hai il senso del dovere. Hai un prigioniero che ha bisogno che gli compili i moduli, oppure hai un amico che è appena stato arrestato e sua madre ti chiede di fare qualcosa. Senti che sei necessario e senti anche che prima o poi passerà, si spera. Quando ci navighi attraverso. Purtroppo per molti dei miei amici quello è stato un grave errore.
Gli avvocati in prima linea possono essere molto efficienti se dalla loro parte hanno la stampa, purché una stampa almeno semi-indipendente. Per esempio, se andavamo in tribunale e trovavamo un giudice che non era intenzionato ad agire, uno dei modi per spronarlo consisteva nel rivolgerci subito alla stampa presentando una copia scritta degli habeas corpus. Se la mattina successiva c’era anche solo un trafiletto che diceva che l’ habeas corpus di qualcuno era stato archiviato dal giudice tal dei tali, allora il giudice sapeva che doveva agire nel giro di una settimana, altrimenti sarebbe seguito un altro articolo in cui si denunciava l’inerzia di tale giudice. Se non hai in mano gli strumenti, l’intero sistema si blocca. Anche ora in America Latina, persino in presenza di norme costituzionali, queste condizioni spesso non ci sono. Non possiamo ancora chiamarla democrazia. Ci sono molte altre cose da fare, più dal punto di vista preventivo, come l’educazione ai diritti umani, o istituire media indipendenti, imparziali, coraggiosi con un alto grado di professionalità. O assicurandosi che gli attivisti per i diritti umani vengano riconosciuti dai media. Abbiamo imparato dure lezioni dalla dittatura passata e anche se la democrazia non è quella che speravamo che fosse, abbiamo eretto delle barricate contro una futura, possibile mancanza di rispetto per la legge.
Quello che passa per riconciliazione in America Latina è, in realtà, un sinonimo di impunità. E non c’entra con ciò che io sento nei confronti delle persone che mi h anno fatto del male. In realtà non mi interessa più identificarle o vederle in prigione. Ma prendendo posizione a favore delle comunità danneggiate, credo fortemente che la riconciliazione non possa che avvenire attraverso un graduale processo. Non può essere imposta da un decreto. E come facciamo ad arrivarci? Non con le amnistie imposte dallo stato che finge che la riconciliazione passi da un decreto. In realtà non fanno altro che lasciare liberi gli assassini e gli aguzzini, alcuni dicono “pace e giustizia non sono la stessa cosa e per avere la pace non basta la giustizia”. Non nego che una delle priorità in luoghi come il Sierra Leone, oggi, o ElSalvador nei primi anni Novanta era quella di mettere dei silenziatori ai fucili. Ma questa non si può definire una buona politica. Quando diciamo lasciamoci il passato alle spalle non facciamo altro che incentivare gli assassini e gli aguzzini a tornare e a ricominciare. O peggio. Ora che la democrazia ha preso piede, non abbiamo ancora un corpo militare o di polizia su cui contare. Non hanno dovuto rispondere di niente e anche se oggi non torturano più i nemici politici, torturano invece i delinquenti comuni, e si può definire democrazia? Se il processo di Pinochet ha prodotto qualcosa di buono è l’aver messo in evidenza questo argomento in Cile. E questa evidenza fa sì che non ci possa più essere il rischio di un colpo di stato. Cileni, Argentini e gente di altri paesi con simili esperienze si stanno chiedendo: “È giusta questa riconciliazione?” È moralmente giusto, che dopo vent’anni di ricerca molti non riescano ancora a trovare i resti dei loro cari, quando c’è chi invece sa benissimo dove sono sepolti i corpi? La vittima ha il diritto di sapere. E lo stato ha il dovere di informare tutti. E se la violazione è stata davvero seria, lo stato ha anche l’obbligo di ripristinare la giustizia perseguendo i responsabili.
I leader morali per primi devono chiarire i ruoli, costringendo i militari a fornire le informazioni in loro possesso e chiedendo al governo di smettere di promulgare leggi di ipocrite amnistie. Così come gli stessi leader morali devono dire alla gente che una volta accertata la buona fede del nuovo governo democratico, accertato che ha fatto tutto il possibile, devono riconciliarsi. La riconciliazione è importante nei confronti della gente che lotta per ideologie politiche diverse, proprio per spiegare loro che siamo tutti parte della stessa comunità e che dobbiamo guardare al futuro e dimenticare il passato. Ma è diverso chiedere a una vittima di abusi di riconciliarsi con l’aguzzino e con l’assassino dei propri figli. Soprattutto quando gli stessi aguzzini e gli stessi assassini non hanno intenzione di dare niente, né di discutere né tantomeno di fornire le informazioni richieste. Anzi hanno persino la pretesa di meritarsi una medaglia per quello che hanno fatto. I militari adesso sono tranquilli, ma non ammettono di aver fatto qualcosa di sbagliato e cercano con ogni mezzo di non rivelare la verità o di non farla sembrare credibile. Con queste premesse la riconciliazione è impossibile.
Mi sento privilegiato di aver potuto lavorare in questo campo per molto tempo, di aver vissuto in prima linea in Argentina, di lavorare per Human Rights Watch nell’ambito legale internazionale e di dirigere il programma dell’Istituto Inter-Americano dei Diritti Umani all’Università di Notre Dame. Questo mi dà modo di integrare i due aspetti fondamentali del lavoro sui diritti umani internazionali. Due aspetti che hanno una funzionalità reciproca ed essenziale. I gruppi autoctoni che si occupano di diritti umani sono indispensabili perché lottano in prima linea. Ma senza la possibilità di arrivare alle organizzazioni internazionali e in certi casi alle organizzazioni intergovernative (come la Commissione Inter-Americana, la Corte Inter-Americana dei Diritti Umani o la Corte Europea dei Diritti Umani), la possibilità di cambiare le cose è limitata. Ma d’altra parte, senza le organizzazioni accademiche che formano attivisti professionisti nelle diverse parti del mondo, il movimento non può crescere né migliorare, accogliendo nuove generazioni che faranno un lavoro più efficace. Tutto questo è consapevolezza. E la consapevolezza deve essere tramandata. Abbiamo molto da insegnare e molto da imparare.