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La Colombia è una Repubblica dell’America meridionale. Il Presidente è Álvaro Uribe, rieletto nel 2006.
Il conflitto armato interno prosegue, coinvolgendo centinaia di migliaia di civili, specialmente popolazioni indigene, e contadini. Tutte le parti in lotta (forze di sicurezza, paramilitari, gruppi della guerriglia) sono responsabili di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. I difensori dei diritti umani, giornalisti, leader delle comunità, sindacalisti, i leader delle minoranze indigene, degli afrodiscendenti, dei desaparecidos e delle vittime dei paramilitari, sono gli obiettivi principali di minacce e violenze. I sequestri e la presa di ostaggi sono diminuiti, come le uccisioni dei civili. Ostaggi di alto profilo sono stati liberati dopo anni dalle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e dall’ELN (Ejército de Liberacion Nacional). Tuttavia gli sfollamenti sono aumentati (più di tre milioni di persone sono state spostate, perché vivevano in zone di interesse strategico ed economico della parti in lotta), centinaia di ostaggi sono ancora prigionieri, e i paramilitari sono ancora attivi.
Ci sono stati progressi in inchieste giudiziarie su casi che riguardano violazioni dei diritti umani, ma l’impunità rimane un problema grandissimo. L’estradizione di leader paramilitari negli Stati Uniti con l’accusa di traffico di droga, indebolisce le indagini in Colombia. Mentre il Presidente Uribe cerca di emendare per la seconda volta la Costituzione per potersi candidare a un terzo mandato, la sua amministrazione è in rovina per gli scandali sulla sorveglianza illegale a difensori dei diritti umani, giornalisti e giudici della Corte Suprema.
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