India
1995: Kailash Satyarthi

"Bambini di sei, sette anni o poco più vengono costretti a lavorare per quattordici ore al giorno, senza pause e senza un giorno di riposo."
Biografia
Kailash Satyarthi, leader mondiale per il patrocinio della pubblica istruzione di qualità e per l’abolizione della pratica del lavoro minorile, ha vinto il Robert F. Kennedy Human Rights Award nel 1995 per il lavoro in India e Nepal. È uno dei difensori dei diritti umani di Speak Truth To Power.
Satyarthi in India è considerato un punto di riferimento per quanto riguarda l'abolizione del lavoro minorile. Nell'ultimo decennio ha riscattato oltre 40.000 persone dal lavoro coatto, una forma di schiavitù che consiste nello sfruttamento di una famiglia estremamente povera che, per poter sopravvivere, chiede un prestito a uno strozzino (di solito si tratta di cifre esigue, non più di 35 dollari) e in cambio è costretta a lasciare un figlio in cauzione, fino all'estinzione del debito. Ma molto spesso la famiglia non riesce a rifondere il debito, perciò il bambino viene venduto e rivenduto a diversi padroni. Questi piccoli operai lavorano i diamanti, il taglio delle pietre, lavorano nella manifattura e in altre forme di artigianato. Satyarthi salva i bambini e le donne dalla schiavitù in fabbriche sovraffollate, luride e sperdute, nelle quali si lavora in condizioni a dir poco deplorevoli, con orari disumani, senza alcuna misura di sicurezza, e dove vigono la tortura e le violenze sessuali. Satyarthi è a capo della “South Asian Coalition on Child Servitude”. La SACCS si coalizza con istituzioni nazionali ed internazionali, nonché con organizzazioni non governative, per esercitare pressioni sul governo, sulle industrie manifatturiere e sugli importatori affinché cessino di far uso di manodopera illegale. Satyarthi ha organizzato e condotto due grandi marce attraverso l'India per sensibilizzare la popolazione sul problema del lavoro minorile e, nel 1998, è riuscito a riunire oltre diecimila organizzazioni non governative di tutto il mondo in una marcia denominata Global March Against Child Labor. L'opera di Satyarthi è solo all’inizio.
Global March Against Child Labour
RICONOSCIMENTI
Nel 2005, la Skoll Foundation USA, ha dichiarato Kailash Satyarthi uno dei 12 ‘Nuovi Eroi”del mondo.
Il famoso attore americano Robert Redford ha diretto e prestato la sua voce per il doppiaggio di Kailash nel documentario indiano “Ropes in their hands… weavers of childhood”. Il documentario, presentato al New York Film Festival nel 2005, racconta il raid che Kailash ha effettuato in un circo indiano per salvare dei bambini che venivano utilizzati come schiavi ed ha vinto il Premio per la miglior regia.
PREMI
• International Peace Prize – Germania (1994)
• Robert F. Kennedy Human Rights Award - USA (1995)
• Trumpeter Award – USA (1995)
• Golden Flag Award – Paesi Bassi (1998)
• La Hospitalet Award – Spagna (1999)
• Friedrich Ebert Stiftung Award – Germania (1999)
• Raoul Wallenberg Human Rights Award - USA (2002) and
• Freedom Award – USA (2006)
• Heroes Acting to End Modern Day Slavery - USA (2007)
• Medal of the Italian Senate – Italia (2007)
• Alfonso Comin International Award - Spagna (2008)
Intervista
Il lavoro coatto è una moderna forma di schiavitù, nella quale le persone perdono sia la basilare libertà di movimento sia l'altrettanto fondamentale libertà di scelta. Vengono costrette a lavorare con orari interminabili e viene loro concesso pochissimo tempo per riposare. Oltre cinque milioni di bambini sono nati e si sono immediatamente ritrovati in questa condizione di schiavitù. Questo perché i loro genitori o addirittura i loro nonni hanno magari chiesto un piccolo prestito a un ricco proprietario terriero della zona e non hanno potuto ripagare il debito, quindi anche le generazioni successive hanno dovuto lavorare per quello stesso padrone. Sono prigionieri, non possono andarsene. Altri cinque milioni di bambini vengono mandati a lavorare perché i genitori hanno ricevuto un misero anticipo e questa minuscola cifra basta a giustificare anni e anni di sofferenze. Le condizioni del lavoro coatto sono assolutamente disumane. Di solito ricevono pochissimo cibo, perché i padroni pensano che se i bambini mangiano a sufficienza poi avranno sonno e quindi rallenteranno il lavoro. In molti casi non possono nemmeno parlare o ridere fra di loro perché pregiudica l'efficienza produttiva.
Riteniamo che non ci siano violazioni dei diritti umani peggiori di questa. È la lacuna più vergognosa della giustizia indiana, della costituzione del nostro paese e della Carta delle Nazioni Unite. L'arma più efficace che abbiamo a disposizione è quella di educare la gente, creando sensibilità e consapevolezza riguardo a questa piaga sociale. Inoltre, cerchiamo di identificare le aree in cui viene comunemente praticata la schiavitù minorile. Andiamo anche a prendere i bambini di nascosto e li riportiamo alle loro famiglie. A questo fa seguito la loro istruzione, nonché la riabilitazione, che sono passi altrettanto fondamentali dell'intero processo. Cerchiamo di sollecitare diversi settori sociali, come i parlamentari, i gruppi religiosi, i sindacati ed altri, che riteniamo possano avere una certa influenza nel modificare la situazione.
Come certamente sapete, le marce sono sempre state parte integrante della tradizione indiana. Il Mahatma Gandhi ne ha condotte tante per sensibilizzare la popolazione.
Tenendo presente il forte impatto che hanno, specialmente quando si tratta di mobilitazioni di massa, per noi le marce hanno sempre avuto un ruolo preminente nella strategia complessiva che adottiamo contro la schiavitù minorile. Le nostre manifestazioni vedono dai 200 ai 250 partecipanti, la metà dei quali sono bambini - bambini liberati dal lavoro coatto e dalla schiavitù. Sono un esempio concreto della pressante necessità di informare la gente sia sull'impatto devastante che ha il sistema del lavoro coatto, sia sulla positività che comporta la loro ritrovata libertà. Gli altri partecipanti sono membri di organizzazioni per i diritti umani, di sindacati e anche di organizzazioni a sfondo sociale che si uniscono a noi in nome della solidarietà.
Io non sono per il totale boicottaggio o l'assoluto divieto di esportazione dei tappeti indiani. Suggerisco invece che gli acquirenti comprino soltanto quei tappeti che portano la garanzia di non essere frutto del lavoro minorile. Educare i consumatori è indispensabile per poi poter creare la domanda per tali tappeti. Crediamo che quanto più i consumatori fanno pressione su questo argomento, tanto più i commercianti si vedranno costretti a lasciare liberi i bambini e ad assumere operai adulti. Purtroppo negli ultimi anni in India, in Pakistan e in Nepal il numero dei bambini in schiavitù è aumentato, in proporzione all'incremento delle esportazioni. Ad esempio, oggi in India ci sono 300.000 bambini nella sola industria dei tappeti, che esporta per un valore pari a oltre 600 milioni di dollari all'anno. Dieci o quindici anni fa il numero dei bambini andava dai 75.000 ai 100.000 e le espor-tazioni fruttavano non più di 100 milioni di dollari. È evidente la connessione tra queste due cose. Questo fatto ci ha spinti a lanciare numerose campagne per la sensibilizzazione dei consumatori stranieri. Negli ultimi due anni, invece, sono orgoglioso di dire che il tema dei bambini ha preso piede ed è diventata una delle grandi campagne mondiali. Ciò che era cominciato con la sensibilizzazione e l'informazione ora, di rimando, dà i suoi frutti in fatto di consensi e di adesioni.
Siamo riusciti ad ottenere la costituzione di un organismo indipendente, professionale e internazionalmente affidabile, che si occupi di ispezionare, monitorare e alla fine certificare che i tappeti ed altri manufatti non provengano dal lavoro minorile. Insieme all'UNICEF e ad altre organizzazioni non governative, abbiamo formato la Rugmark Foundation, un organismo indipendente che si occupa di inviare degli ispettori sul campo, con il compito di applicare una certificazione che riporti l'iter produttivo del tappeto. L'etichetta viene cucita nella parte sottostante del tappeto e nessuno la può togliere o modificare. È un passo significativo verso la fine di questo sfruttamento.