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Northern Ireland - Irlanda del Nord
Martin O’Brien

 

 

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

Diritti Umani nel Cuore del Conflitto

"La cosa peggiore è l’apatia – stare lì seduti pigramente davanti all’ingiustizia e non fare niente. C’è una responsabilità reale nello sfidare le cose sbagliate."

 

 

 

 

 

 

 

Biografia

Come direttore del Committee for the Administration oi Justice (CAJ), la principale organizzazione per i diritti umani dell’Irlanda del Nord, Martin Q'Brien ha avuto un ruolo fondamentale nella cessazione del conflitto che ha diviso l'Irlanda del Nord per decenni (qualcuno direbbe secoli). Gli ultimi trent'anni di agitazioni, cominciati con la soppressione delle proteste per i diritti civili alla fine degli anni Sessanta, sono costati più di tremila vite umane. Al centro del conflitto c'è la mancata assicurazione della qualità della giustizia e dello stato di diritto in ogni settore della società. Una lunga storia fatta di discriminazione religiosa e persecuzione, di disparità economica innescata dalle devastanti conseguenze economiche della guerra, e di decreti d'emergenza che hanno sospeso i diritti civili, ha esacerbato la violenza. Non governativo, indipendente e non fazioso, il CAJ è una delle poche entità che hanno la fiducia sia dei Lealisti (fedeli al governo britannico), sia dei Nazionalisti/Repubblicani (che chiedono alleanze più strette con il resto dell'Irlanda). Fondato nel 1981, il CAJ offre aiuti concreti alle vittime di abusi e fornisce supporto e risorse legali agli avvocati per i diritti umani. Come direttore del CAJ, O'Brien ha avuto un ruolo chiave nella stesura delle norme sui diritti umani del Good Friday Peace Agreement, fìrmato nel 1998 da entrambe le parti, che ha dato il via a un programma e a una struttura per porre fine alla faziosità e ha creato un nuovo governo con potere condiviso nel Nord. Il CAj è l'unica organizzazione non governativa che si occupa attivamente di controllare il rispetto degli accordi. O'Brien è un pacifista, e per lui l'impegno per la pace richiede un programma di azioni e una profonda comprensione di ogni punto di vista. L'ottimismo e la determinazione che O’Brien e quelli come lui mostrano, hanno prevalso sulla violenza, e la loro volontà di risolvere questi conflitti sarà assolutamente indispensabile anche negli anni a venire.

Nel Febbraio del 2004, dopo sedici anni, O'Brien ha lasciato la posizione al CAJ e dirige il programma di supporto finanziario  alla Riconciliazione e Diritti  Umani. Continua a vivere a Belfast.

CAJ - Committee on the Administration of Justice

Intervista

Ho cominciato a lavorare al Commitee for the Administration of Justice nell'Irlanda del Nord nel 1987. Il comitato ha tre funzioni. Primo: pubblica e divulga informazioni sui diritti dei cittadini, per esempio che comportamento deve tenere la polizia durante un arresto, o come devono trattare i detenuti. L’Irlanda del Nord è una società molto divisa - tanto che si può arrivare a diciott'anni senza aver mai incontrato qualcuno con un diverso background politico. Nel tentativo di contrastare questa divisione, una serie di gruppi organizzano attività varie, allo scopo di mettere insieme protestanti e cattolici, magari a sponsorizzare attività, a parlare di sport, o a discutere di temi generici. A volte, all'interno di questi gruppi emergono delle controversie. Per esempio, si crea tensione quando un membro del gruppo ha un familiare in prigione. A questo punto, succede che gli organizzatori del gruppo invitino il CAJ per facilitare le discussioni in merito ai diritti dei detenuti o per parlare in generale dei diritti umani: perché sono importanti i diritti e da dove vengono le nostre idee sui diritti? Il CAJ pubblica materiale sugli abusi e fa avere queste informazioni alla stampa. Di conseguenza, il comitato funge da fonte informale per gli studenti, per i giornalisti, per i gruppi della comunità, per i religiosi, per funzionari dell'amministrazione pubblica, per gli uomini politici, per le delegazioni internazionali e altri ancora.

Secondo: il CAJ offre consigli e assistenza legale a coloro hanno subito la violazione dei propri diritti. Il comitato fa loro da avvocato (come nelle cinque cause attualmente in corso presso la Corte Europea dei Diritti Umani), oppure aiuta le vittime e le loro famiglie a gestire il caso aldilà dei procedimenti giudiziari. Per esempio, i membri del CAJ possono aiutare le famiglie nel caso di un errore giudiziario trovando uomini politici solidali e organizzando incontri con le parti in causa. Così come si incontrano con membri di Amnesty International oppure del Lawyer's Committee for Human Rights, per avere anche il loro appoggio.

Terzo: il comitato fa pressione per cambiare le leggi e le prassi legali che violano i diritti umani. Per esempio, ha fatto in modo di garantire delle leggi che proibiscano la discriminazione razziale nell'Irlanda del Nord. Questo ha fornito protezione ai gruppi minoritari come le comunità cinesi e indiane nell'Irlanda del Nord. Un altro esempio potrebbe essere il nostro lavoro per garantire un apparato di protezione che impedisca il maltrattamento dei detenuti. Esercitare pressioni e lanciare campagne divulgative è essenziale per far sì che il governo mantenga il suo impegno nei confronti delle norme internazionali sui diritti umani. Negli ultimi anni il nostro lavoro è stato incentrato sull'ottenere che il Good Friday Agreement contenesse dei punti forti per quanto riguarda la protezione dei diritti umani, e ci siamo riusciti. La sfida adesso è assicurarci che vengano pienamente rispettati.

Ho avuto a che fare con questo tipo di impegno per la prima volta nel 1976, quando avevo dodici anni. Alcune persone avevano bussato alla porta di casa nostra dicendo: "Volete venire a una marcia per la pace a dimostrare contro la violenza?" Mio fratello e mia sorella più grandi ci sono andati e io ho voluto andare con loro. Marciavamo ogni fine settimana in vari posti in Irlanda del Nord e così facendo abbiamo formato un gruppo locale che ha messo insieme diverse persone. Il Peace People ha vinto il Premio Nobel nel 1977. Si era creato un movimento popolare, con dimostrazioni che aggregavano approssimativamente dalle venti alle trentamila persone. Era emozionante. Un certo numero di noi era andato a un campo estivo in Norvegia organizzato per riunire cattolici e protestanti con diversi background e da diverse località dell'Irlanda del Nord. Si parlava di politica, di religione, di violenza e della vita nell'Irlanda del Nord. Naturalmente abbiamo discusso anche di non violenza. Al campo estivo, ho conosciuto una norvegese che in seguito è venuta a lavorare a Belfast. Con l'aiuto di un americano abbiamo formato un gruppo chiamato Youth for Peace.

In una ventina abbiamo organizzato un digiuno di tre giorni sulle scale del Comune per la fame nel mondo e per la pace. Stavamo lì seduti a manifestare quando qualche via più in là è esplosa una bomba. Si è poi scoperto che l’IRA l'aveva piazzata dentro un'auto. Pioveva a dirotto, e noi siamo andati a vedere se potevamo fare qualcosa. Non era rimasto ucciso nessuno, ma moltissimi passanti erano coperti di vetri delle finestre. Sono arrivati dei vetrai e tutto è tornato come prima. Si vedeva a malapena, tanto era bagnato, ma il sangue colava dal marciapiede. Eppure la vita procedeva normalmente, nonostante fosse appena successa questa cosa terribile.

In ogni circostanza, l'impatto della violenza è terribile. In Irlanda del Nord, la gente viene definita o vittima innocente o "altra" vittima. Se non sei mai stato coinvolto in niente di politico allora sei una vittima innocente. Dall' altro lato, se fai parte dell'IRA e sei in giro per i fatti tuoi e finisce che ti sparano, non vieni definito innocente. In questo caso, c'è la sensazione che tu non meriti alcuna solidarietà e dunque nemmeno la tua famiglia. Questo nonostante il fatto che il dolore è uguale per tutti.

C'è una gerarchia di vittime. Se ti occupi di politica, ad esempio, non ti considerano innocente. Ogni volta che in Irlanda del Nord viene ucciso qualcuno, i media vanno a intervistare i parenti. La prima domanda è: "Suo marito era coinvolto in qualcosa? Perché avrebbero dovuto fargli questo?" E la gente si affretta a rispondere: "Era una persona molto tranquilla. Viveva solo per la sua famiglia. Non era coinvolto in niente”. Ma se fai parte della vita pubblica, in qualche modo una morte violenta sembra comprensibile.

La cosa peggiore è l'apatia - stare lì seduti pigramente davanti all'ingiustizia e non fare niente. C'è una responsabilità reale nello sfidare le cose sbagliate. Credo che le tattiche non violente siano giuste ed efficaci. Anche se la non violenza è un approccio "in punta di piedi" nel combattere gli abusi sui diritti umani, è moralmente e pragmaticamente giusto. Se credi che ci sia un mondo più grande oltre questo, allora è importante, da una prospettiva più ampia, fare la cosa giusta piuttosto che essere immediatamente efficaci o sopravvivere. C'è un parametro di riferimento più vasto.

Un paio di volte ho avuto paura. Quand'ero molto giovane e marciavamo per la pace, alcuni manifestanti sono stati aggrediti con mattoni e bottiglie, e un certo numero di loro sono stati picchiati. In quei momenti, mi ricordo di essermi spaventato. Quando è stata uccisa Pat Finucane, un avvocato che lavorava parecchio per i diritti umani, era evidente che aveva prima ricevuto minacce e che c'era una collusione ufficiale tra elementi all'interno della polizia e l’esercito. Sia io che altre persone che lavoravano nei diritti umani abbiamo avuto paura. Poi il 15 marzo 1999 è stata uccisa Rosemary Nelson, un avvocato e membro del CAJ, nonché una cara, carissima amica, con una bomba piazzata sotto la sua auto. È stato terribile. Ma se vivi nella paura dai potere a quelli che vogliono proprio creare la paura. Dopo tutto, è importante che queste persone non siano autorizzate a farlo. È meglio morire giovani piuttosto che trattenersi dall'agire perché ne temi le conseguenze.

Ho paura anche per gli altri. Mi preoccupo per quelli che lavorano con me. È importante che sappiano a cosa vanno incontro. Se pesti i piedi a qualcuno, ancora prima di rendertene conto ricevi lettere minatorie o telefonate che dicono: "Finirai ammazzato”,' oppure: "Ti prenderemo, sappiamo dove lavori, possiamo aspettarti fuori dall'ufficio e seguirti fino a casa tua”. Ti dirò, non è che succeda sempre. Certo, se la telefonata ti arriva a casa, è un tantino più sconcertante.

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