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Costa Rica
Oscar Arias Sánchez

 

 

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

Disarmo

"La guerra, e la preparazione alla guerra, sono i due maggiori ostacoli al progresso umano. I poveri del mondo gridano per avere scuole e medici, e non armi e generali."

 

 

 

 

 

Biografia

La guerra ha imperversato per tutta l’America Centrale. I Sandinisti hanno governato il Nicaragua con i Sovietici alle spalle, e i governi militari di destra hanno combattuto contro i guerriglieri insurrezionalisti nel Salvador e in Guatemala, mentre le tensioni in Honduras erano alimentate da milioni di dollari in aiuti militari dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica. Oscar Arias ha osato sostenere la pace contro questi potenti interessi durante la Guerra Fredda, e ha creato l’Arias Peace Plan, che ha portato alla cessazione dei combattimenti nei paesi vicini e la prosperità al suo pacifico paese, il Costa Rica. Nato nel 1940, Arias ha studiato legge ed economia all’Università del Costa Rica e ha acquisito il dottorato presso l’Università di Essex, in Inghilterra. Nominato ministro dell’economia in Costa Rica nel 1972, è stato eletto al congresso nel 1978 e alla presidenza nel 1986. Il giorno in cui è stato eletto, Arias ha auspicato un’alleanza per la democrazia e per la libertà economica e sociale attraverso tutta l’America Latina. Nel 1987 ha steso un piano di pace, che ha portato agli accordi Esquipulus II, firmati da tutti i presidenti dell’America Centrale il 7 agosto. Ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per il suo ruolo nel porre fine ai conflitti nella regione. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente del Costa Rica per un secondo mandato. Arias ha usato la sua considerevole autorità morale per intraprendere una campagna mondiale per lo sviluppo umano, la democrazia, e la smilitarizzazione, applicando l’esperienza del processo di pace in Centro America ai conflitti in corso nel resto del mondo.

Fundaciòn Arias para la Paz y el Progreso Humano

Intervista

Tre miliardi di persone vivono in estrema povertà, e quarantamila bambini muoiono ogni giorno di malattie che avrebbero potuto essere prevenute. In un mondo che presenta una tale esasperata lotta tra vita e morte, le decisioni che prendiamo su come condurre la nostra esistenza, su che genere di individui vogliamo essere, hanno conseguenze significative.  In un tale contesto, mi sembra chiaro che si debba stare dalla parte della vita. Il fatto che lavorare per la sicurezza umana sia difficile, e che talvolta dobbiamo subire delle sconfitte, non influenza in alcun modo queste decisione esistenziale. Si lavora per la giustizia, non per le grandi vittorie, ma semplicemente perché vale la pena anche soltanto intraprendere la lotta. La globalizzazione è un mostro a due facce, come Giano, che offre inimmaginabile prosperità a coloro che già hanno tutto, mentre distribuisce miseria e disperazione ai poveri del mondo. Per alcuni, il nuovo sistema economico significa minimizzare i costi della manodopera e massimizzare i profitti; per molti altri, significa non avere più la certezza di un lavoro e allo stesso tempo significa veder riapparire gli “sweatshops” [aziende che sfruttano i lavoratori]. Le popolazioni più vulnerabili e insicure subiscono l’urto di un sistema economico basato sull’avidità  e la speculazione, invece che sulle necessità umane. Mentre l’intero mondo nel suo insieme consuma beni e servizi per un valore di 24 trilioni di dollari all’anno, ci sono 1,3 miliardi di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno. I tre paesi più ricchi del pianeta hanno un  bilancio che supera quello complessivo dei quarantotto paesi più poveri.

La questione non è se verrai coinvolto nelle sfide morali della globalizzazione, ma quale sarà il tuo contributo. Tu, nella tua apatia, sarai complice delle ingiustizie che ho appena descritto? Oppure, con le tue azioni e il tuo esempio, sosterrai la schiera di quelli che combattono per la sicurezza degli essere umani? Oggi dobbiamo accertare il fatto che i mali della distruzione ambientale e delle privazioni, delle malattie e della denutrizione, del consumo cospicuo e delle spese militari, sono problemi globali – problemi che riguardano tutti noi.

La spesa per gli armamenti non è semplicemente un eccesso consumistico; è piuttosto la grande perversione nelle priorità della nostra civiltà. Stiamo parlando di enormi somme che potrebbero essere spese per lo sviluppo. Inoltre, stiamo parlando di grandi investimenti in strumenti di morte, in armi e uomini che avranno il compito di uccidere. La costruzione e la proliferazione delle armi sostiene il potere dei militari, impedisce il processo di democratizzazione, distrugge il progresso economico, perpetua i conflitti etnici e territoriali e crea situazioni nelle quali anche i più elementari diritti umani vengono messi a repentaglio. Inoltre, vediamo sempre più donne e bambini costretti a sopportare il peso smisurato di un conflitto, che la povertà non fa che aggravare.

Dalla fine della Guerra Fredda, molte nazioni industrializzate hanno ridotto i propri budget per la difesa. Di conseguenza, i mercanti di armi di quei paesi si sono rivolti a nuovi clienti nei paesi in via di sviluppo, dove oggi hanno luogo la maggior parte dei conflitti. Gli Stati Uniti risaltano come caso estremo. Attualmente, gli Stati Uniti sono responsabili del 44 percento delle vendite di armi in tutto il mondo. E, negli ultimi quattro anni, l’85 percento delle vendite di armi statunitensi è andato a paesi in via di sviluppo non democratici.

Alla fine del 1997, si usavano armi di fabbricazione statunitense in trentanove dei quarantadue conflitti etnici e territoriali. È assurdo che un paese che crede nella democrazia e nella giustizia continui a permettere ai mercanti ti armi di mietere profitti macchiati di sangue. Ma, ironicamente, una larga parte del denaro dei contribuenti va a finanziare questo commercio immorale. Nel 1995 l’industria che produce armi ha ricevuto 7,6 miliardi di dollari di contributi federali – insomma, un grosso pagamento pubblico a pingui affaristi.

La guerra, e la preparazione della guerra, sono i due maggiori ostacoli al progresso umano, perché favoriscono un circolo vizioso di costruzione di armi, violenza e povertà. Per capire il reale costo umano della militarizzazione, così come l’effettivo impatto della vendita di armi non regolamentata nel mondo di oggi, dobbiamo capire che la guerra non è soltanto un atto malvagio e distruttivo, ma è anche un’opportunità mancata di investimento umanitario. È un crimine contro ogni bambino che piange per avere del cibo invece che delle armi, e contro ogni madre che chiede le semplici vaccinazioni piuttosto che  dei combattenti che valgono milioni di dollari. Senza dubbio, la spesa militare è la più significativa perversione tra le priorità globali conosciute oggi, che è costata 780 miliardi di dollari solo nel 1997. se facessimo confluire il 5 percento di quella cifra in programmi contro la povertà per i prossimi dieci anni, tutta la popolazione mondiale potrebbe godere dei servizi primari. Un altro 5 percento, cioè quattro miliardi di dollari, potrebbe in dieci anni fornire a tutta la gente di questo pianeta un guadagno al di sopra della linea di povertà del proprio paese.

Gli ufficiali militari cercano semplicemente di emarginare e comunque minimizzare più possibile le proposte di disarmo. Queste idee le chiamano “inadeguate” e “idealiste”. Usano trucchi politici sottobanco per impedire la legislazione sul disarmo. E hanno una lunga lista di argomento per far sembrare logica la produzione e la vendita di armi. Io ho lavorato alla promozione di un Codice di Condotto Internazionale sul Trasferimento delle Armi, uno sforzo collettivo internazionale per regolare e controllare la vendita delle armi. Questo accordo richiede che qualsiasi decisione circa l’esportazione di armi tenga conto di diverse caratteristiche che riguardano il paese cui sono destinate. Questo paese deve approvare la democrazia, definita in termini di elezioni libere e trasparenti, lo stato di diritto, e il controllo civile sulle forze militari e di sicurezza. Il governo di questo paese non deve essere coinvolto in gravi violazioni di diritti umani riconosciuti a livello internazionale. Il Codice di Condotta Internazionale non permetterebbe la vendita di armamenti a qualunque paese stia intraprendendo un’aggressione armata violando le leggi internazionali.

Molti dicono che questo codice è inadeguato – è inadeguato perché pone l’attenzione per la vita umana davanti alla corsa al profitto del libero mercato; è inadeguato perché dà ascolto ai poveri che chiedono disperatamente scuole e medici, piuttosto che ai dittatori che chiedono armi e guerrieri. Sì, in un’epoca di cinismo e avidità, tutte le idee giuste non sono considerate adeguate. Ti scoraggiano se dici che è possibile vivere in pace. Ti deridono se insisti nel dire che si può essere più umani. Spesso metto in discussione la relazione tra il Codice di Condotta Internazionale sul Trasferimento delle Armi e il concetto di domanda e offerta del libero mercato. Se i leader di un paese vogliono le armi, qualcuno potrebbe chiedere, chi siamo poi per dire che non dovrebbero averle?

Questa domanda  merita due risposte. La prima è che, dalla fine della Guerra Fredda, i costruttori di armi anno pesantemente promosso le vendite ai paesi in via di sviluppo, per compensare la drastica riduzione di acquisti di armamenti da parte dei paesi più industrializzati. Inoltre, quando asseriamo che una “nazione” vuole le armi, a chi ci riferiamo esattamente? È la ragazza madre in Indonesia o l’orfano per strada in Egitto, che chiedono con insistenza al proprio governo di comprare carri armati e missili? O è un dittatore – che vede l’acquisto di armamenti come l’unica via per mantenere il potere? I poveri del mondo gridano per avere scuole e medici, e non armi e generali. Un altro argomento per giustificare la vendita delle armi è che se un paese le vende alla nazione che gliele chiede, lo farà qualcun altro. E questa è precisamente la ragione per cui tutte le nazioni che vendono armi devono sottostare a certe restrizioni comuni a tutti. Non possiamo più dire che gli affari sono affari e chiudere un occhio sulla povertà e sull’oppressione causate dal commercio di armi. Esattamente come il traffico di schiavi e di droga, quello di armi porta guadagni macchiati di sangue.

Analogamente, l’esercito di Haiti era notevolmente in scompiglio dopo gli interventi guidati dagli Stati Uniti del 1994. In quel periodo io incoraggiavo il presidente Aristide a prendere in considerazione la smobilitazione delle sue forze armate. Nel frattempo, molti gruppi della società civile tenevano incontri per promuovere la smilitarizzazione. La Arias Foundation ha lanciato un sondaggio simile a quello di Panama, registrando una risposta positiva analoga tra gli haitiani nei confronti dell’abolizione del loro esercito. Nell’aprile 1995, Aristide ha annunciato pubblicamente la propria intenzione di eliminare e abolire costituzionalmente le forze armate di Haiti. Poi, nel febbraio 1996, il Senato haitiano ha presentato una risoluzione che affermava l’intento di portare avanti l’abolizione della costituzione delle forze armate di Haiti.

Il coraggio comincia con una voce. Ma vedete poi quante persone sono arrivate, da sole o in gruppo, per sostenere il Codice di Condotta. Ovviamente, resta ancora molto lavoro da fare. La gente deve continuare a organizzarsi, così da far sentire la propria voce. I leader politici devono essere convinti che la smilitarizzazione è un obiettivo pratico e desiderabile. E se non si possono convincere, allora la gente deve eleggere altri rappresentanti. La convinzione in sé stessa è solo parlare, ma è un parlare molto importante, perché da motivo all’azione. Perciò, anche se riconosco la difficoltà di riunire le persone in movimenti democratici, di formazione politica e diplomatica, penso che sia importante affermare che il cambiamento di consapevolezza è un primo passo cruciale nel creare il cambiamento sociale – il passo da cui si sviluppa l’azione.

Il coraggio è mantenere i propri valori, le convinzioni, gli ideali, in qualsiasi circostanza – non importa quale. Se ti tieni stretti i tuoi principi, dovrai spesso affrontare potenti interessi. Avere coraggio significa farlo senza paura. Significa avere la forza di cambiare le cose. Dico spesso che il Costa Rica non è una potenza economica, adesso, ma che un giorno vogliamo esserlo. Il Costa Rica non è una potenza militare, e non vogliamo esserlo mai. Ma il Costa Rica è già una potenza morale. È per questo che dobbiamo sempre essere sicuri di avere il coraggio di fare quello che è giusto.

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