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Mexico - Messico
Patria Jiménez

 

 

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

Diritti dei Gay, delle Lesbiche e dei Trans Gender

"Noi gay dobbiamo imporci al governo e ottenere un trattamento paritario, il diritto alle cure mediche e al lavoro per i gay, e pretendere che cessi la discriminazione. E per ottenere bisogna chiedere."


Biografia

Patria Jiménez, nel 1998, è stata eletta al Congresso Messicano, il primo membro che ha ammesso pubblicamente di essere omosessuale. Nona figlia di una famiglia di cattolici conservatori, è riuscita a sconfiggere i pregiudizi di quella famiglia per poi combattere il bigottismo dilagante della società. Si occupa della violenza omofobica, delle violazioni dei diritti fondamentali, della sessualità e dell’educazione sessuale, della diffusione culturale e dell’informazione sull’AIDS e altre malattie sessualmente trasmesse. È inoltre leader nelle iniziative contro le violenze domestiche e una sostenitrice dei negoziati di pace con gli Zapatisti in Chiapas. Come membro dell’assemblea legislativa messicana, la Jiménez è portavoce dei diversi, dei poveri e di coloro che altrimenti non potrebbero esprimersi in Messico.
Tra il 1991 e il 1993, in Messico, sono stati uccisi venticinque uomini gay, la maggior parte appartenenti alla comunità di travestiti del Chiapas. Jiménez, avvocato implacabile, ha costretto la polizia a riaprire le indagini.
Mentre la intervistavamo, la Jiménez ha ricevuto una telefonata dal Chiapas, gli organizzatori di una manifestazione a favore dei diritti umani le comunicavano che le autorità, quella mattina, avevano ricominciato a usare violenza e che il suo intervento avrebbe contribuito a evitare gli scontri. Patria Jiménez si è imbarcata sul primo volo.
Oggi Patria è anche a capo di El Clòset de Sor Juana, un gruppo di tutela dei diritti delle lesbiche dedicato a Juana Inès de la Cruz, una suora carmelitana e poetessa messicana.

Patria Jiménez Flores

Intervista

Nello stato del Chiapas sono stati giustiziati venticinque travestiti, uno dopo l'altro. Gli assassini hanno usato armi automatiche, quelle destinate solo alle forze armate e alla polizia giudiziaria. C’era stata una festa privata e qualcuno aveva presumibilmente girato un video. Il governatore ha fatto uccidere chiunque vi avesse presumibilmente preso parte. E se è vero che le discriminazioni sono più assidue nei distretti controllati dal partito conservatore, anche altri stati messicani hanno subito la loro parte di violazioni dei diritti umani contro i gay, le lesbiche e i transgender.
A Città del Messico, dopo le elezioni del nuovo governo (Partido de la Revoluciòn Democràtica) c’è stato un notevole cambiamento a favore della libertà di espressione. Abbiamo avanzato diverse proposte per migliorare la condizione dei diritti umani nei confronti dei “diversi”, compresa l’apertura di un centro sociale per loro.
Sono un’attivista lesbica da vent’anni e penso che non sentirsi in colpa, non dover chiedere il permesso di vivere senza nascondersi, sia una grande liberazione. Ma è anche vero che le riunioni femministe e gli incontri con gruppi di donne che riflettevano su tutto - i ruoli sessuali, la divisione del lavoro, la violenza - mi hanno dato una grande forza. Ho imparato che non si può discriminare in base a una condizione umana. Non si può pretendere che un cinese abbia gli occhi tondi, o chiedere a un altro di cambiare colore della pelle e nemmeno a un omosessuale di diventare eterosessuale. Ma nella mia cultura questa realtà spesso non viene riconosciuta.
Tutto comincia, naturalmente, in seno alla famiglia, dai genitori che usano la violenza nei confronti del figlio gay. Cominciano i silenzi, poi il figlio diverso viene emarginato all’interno dell’ambiente familiare, e infine si arriva alla punizione. Dal padre, dai fratelli, dagli zii. In tono minore l’ho provato anch’io man mano che crescevo. Quando in famiglia si parlava di omosessuali tutto prendeva una luce negativa. E questo, ovviamente, ti porta a reprimere anche solo l’idea di poter essere omosessuale.
Non mi sono mai nascosta nell’armadio. Me ne sono andata via di casa perché non mi costringessero ad andare da uno psichiatra o da uno psicanalista. Ma mi sono subito messa in piazza - letteralmente - marciavo per le strade urlando quello che ero. Durante la mia prima manifestazione ho attaccato uno striscione sui muri dell’Ambasciata Iraniana, perché uccidevano le donne che volevano togliersi il velo. C’era scritto in grande: “Lesbiche Messicane Contro l’Assassinio delle Donne Iraniane.” La gente passava e leggeva, poi tornava indietro a rileggere, non credeva ai suoi occhi. Abbiamo sempre dichiarato in maniera diretta che eravamo lesbiche, che protestavano contro questo e quell’altro. Credo sia importante entrare a far parte dei movimenti sociali con la propria vera identità di lesbiche, omosessuali e bisessuali, e poi lavorare assieme agli altri, come, ad esempio, abbiamo fatto noi con il movimento degli indigeni messicani. Ci ha dato una certa presenza, e sia noi che loro ci siamo resi conto di non essere soli.
Vorrei che ne parlassero alla radio e alla televisione per far capire alle famiglie che non devono inveire contro i loro figli gay. Vogliamo creare un’atmosfera in cui i giovani gay e le giovani lesbiche possano avere un buon rapporto con le loro famiglie e con gli amici.
Ma esiste anche il mondo esterno contro cui lottare. Ancora oggi un gay può perdere il lavoro se si viene a sapere della sua diversità. Chiunque può venire additato per strada e tacciato di omosessualità, anche se è un professionista, un cardiologo, o qualcuno di molto importante, e così perdere il lavoro. Ancora oggi! È per questo che abbiamo bisogno di una legge che ci tuteli. Ci stiamo evolvendo, è molto importante per i gay sapere che hanno diritti come gli altri. Sono vent’anni che ci battiamo per questo - che cerchiamo di dire che siamo cittadini come tutti e che, come tutti, paghiamo le tasse. E ora che le comunità dei diversi hanno finalmente capito di avere gli stessi diritti degli altri, dobbiamo aiutarli a esercitare quei diritti. Siamo arrivati al punto in cui i gay sanno che abbiamo potere. Siamo rimasti molto sorpresi quando, alla nostra proposta di marciare nel centro di Città del Messico nel corso della manifestazione annuale, si sono presentati a migliaia.
“Sì, noi siamo cittadini come tutti gli altri!” urlavano. È stato un passo molto importante. Non è possibile raggiungere tutti i gay del Messico, ma la nostra organizzazione si sta allargando a macchia d’olio. Noi gay dobbiamo imporci al governo - il partito non importa, che sia il Partido de Acción Nacional o che sia il Partido Revolucionario Insitutional - e ottenere un trattamento paritario, il diritto alle cure mediche e al lavoro per i gay, e pretendere che cessi la discriminazione. E per ottenere bisogna chiedere.

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