Gaza
1991: Raji Sourani

“Il mondo può pensare che qui la pace è in corso, ma la realtà sul campo è molto diversa…”
Raji Sourani, avvocato per i diritti umani nei Territori Occupati Palestinesi è uno dei difensori dei diritti umani di Speak Truth To Power e ha ricevuto il Robert F. Kennedy Human Rights Award nel 1991. È stato nominato due volte Prigionieri di Coscienza di Amnesty International.
Biografia
Raji Sourani, avvocato per i diritti umani nei Territori Occupati Palestinesi è uno dei difensori dei diritti umani di Speak Truth To Power e ha ricevuto il Robert F. Kennedy Human Rights Award nel 1991. È stato nominato due volte Prigionieri di Coscienza di Amnesty International.
Sourani è il principale avvocato per i diritti umani, fondatore e direttore del Centro Palestinese per i Diritti Umani, nonché ex direttore del Centro per i Diritti e la Legge di Gaza. Negli anni Ottanta, Sourani era noto per la sua efficacia nel difendere i palestinesi di fronte ai tribunali militari israeliani. In relazione a questo suo lavoro, Sourani è stato incarcerato dagli israeliani per quattro volte, picchiato e sottoposto ad abusi psicologici e fisici. Sourani ha rappresentato i palestinesi che hanno dovuto far fronte alla deportazione, e ha rilevato da vicino le condizioni delle carceri e della detenzione. Si è rivolto alle organizzazione per i diritti umani israeliani, creando dei legami, cosa che è stata guardata con sospetto dai suoi compagni palestinesi, ma che si è rivelata efficace. Nel 1995 è stato arrestato dalle autorità palestinesi in seguito ad alcune affermazioni critiche in merito alla costituzione di un tribunale di sicurezza dello stato. Alla firma della Dichiarazione dei Principi tra il governo di Israele e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che segna la costituzione di un limitato autogoverno palestinese, Sourani auspica che sia il governo israeliano che l'autorità palestinese si conformino rigorosamente agli standard internazionali. E nonostante il pericolo di ripercussioni, Sourani muove aperte critiche alle violazioni dei diritti umani commesse da entrambe le parti. Con il suo atteggiamento fiero e carico di principi, Sourani ha acquisto rispetto e considerazione da parte di numerose organizzazioni internazionali per il suo coraggioso lavoro.
Palestinian Center for Human Rights
Intervista
Noi palestinesi viviamo in una situazione estremamente complicata, che non ha precedenti nella storia moderna. A sei anni dalla firma degli Accordi di Oslo, ciò che sperimentiamo nei territori occupati è un apartheid de facto, sviluppato sotto gli auspici di pace. Siamo un popolo pressoché dimenticato, relegato a un’esistenza di seconda categoria, nella pratica ben lontani dall’esercizio del nostro diritto all'autodeterminazione e all'indipendenza.
Dopo cinquant’anni di conflitto e trent’anni di occupazione dei Territori palestinesi, gli Accordi di Oslo sono stati firmati quasi sette anni fa [1993] tra il governo israeliano e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Questi accordi avevano lo scopo di fornire una soluzione transitoria per un periodo di cinque anni che poi avrebbe portato verso la risoluzione del confitto. La filosofia che stava alla base degli accordi era che questi dovevano servire a due propositi principali. Il primo era creare una piattaforma di fiducia reciproca; il secondo consisteva nello sviluppo di un quadro che consentisse di portare a termine trattative entro cinque anni. È evidente che la fiducia reciproca non è migliorata, anzi, in alcune zone è di fatto venuta meno. Inoltre le trattative sono nemmeno cominciate entro cinque anni previsti,che sono scaduti il 4 maggio 1999.
Le linee di condotta sancite dagli Accordi di Oslo comprendono l'espansione aggressiva degli insediamenti, la frammentazione dei Territori palestinesi tramite la costituzione di strade che 1i attraversano per i coloni, installazioni militari, creazione di nuovi insediamenti, e una confisca di terre senza precedenti. Inoltre la politica di chiusura da parte di Israele su tutti i Territori palestinesi non solo ha ridotto notevolmente il diritto alla libertà di movimento, ma ha anche dislocato le famiglie in aree diverse. La chiusura ha anche tagliato fuori economicamente e socialmente i Territori palestinesi, sia dal resto del mondo che dalle altre parti degli stessi Territori Occupati. Ciò ha portato ad un ulteriore deterioramento economico e dipendenza da Israele.
A Gerusalemme, la politica israeliana è stata quella di espellere i residenti palestinesi, tramite la demolizione delle case, l'imposizione delle leggi israeliane sui palestinesi residenti a Gerusalemme Est, il ritiro dei permessi di residenza, le molestie e la creazione di ulteriori insediamenti.
La demolizione delle case fornisce un esempio di ciò che le famiglie palestinesi devono affrontare quando hanno a che fare con le forze di occupazione israeliane. Le case vengono demolite come forma di punizione illegale contro le famiglie che hanno anche solo un membro sospettato di attività anti-israeliane. In alternativa, le case vengono demolite semplicemente perché erano state costruite senza un regolare permesso di costruzione rilasciato dalle autorità d'occupazione - permesso che in molti casi è praticamente impossibile ottenere. Oltre che ad imporre una punizione di massa, queste demolizioni servono a fare "pulizia etnica" nei confronti della popolazione palestinese. Quando gli israeliani decidono di sgomberare una determinata zona per poi insediarsi, spesso le famiglie palestinesi ricevono un avviso solo ventiquattr'ore prima e devono in così poco tempo raccogliere le propriee cose e andarsene. Si trovano all'improvviso in mezzo alla strada e si vedono demolire la casa davanti agli occhi.
Certamente, devo parlare della tortura. Secondo il diritto internazionale, la tortura è assolutamente illegale, e non possiamo discriminare. Dobbiamo avere uno standard comune a israeliani e palestinesi, a prescindere dalla razza e dalla religione. Ma per decenni il Servizio di Sicurezza Israeliano ha torturato impunemente i detenuti palestinesi. Di recente, un rapporto divulgato dal Controllore Speciale Israeliano ha confermato ciò che noi abbiamo continuato a ripetere per anni - durante gli interrogatori ai detenuti palestinesi gli israeliani hanno ampiamente e sistematicamente fatto uso della tortura.
Dopo vent' anni di battaglie contro la tortura, noi - avvocati e organizzazioni per i diritti umani sia palestinesi che israeliani - nel settembre 1999 abbiamo ottenuto da parte dell'Alta Corte di Giustizia israeliana l'ammissione che, effettivamente, la tortura è comunemente praticata. La Corte, comunque, ha poi continuato dicendo che l'unica ragione per la quale la tortura è illegale in Israele è che semplicemente non c'è alcuna legge che la legalizzi. E ha concluso, in maniera scandalosa, arrivando a dire che se il governo israeliano avesse voluto la legalizzazione della tortura, lo avrebbero appoggiato pienamente.
I palestinesi sono impazienti di avere un proprio stato in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme Est, un'area composta che rappresenta solo il 18 percento della Palestina storica. Comunque, l'attuale governo israeliano ha espresso chiaramente le proprie intenzioni: annessione totale di Gerusalemme Est, negazione della possibilità di tornare ai confini del 1967, no al diritto al rientro dei profughi, e permanenza degli insediamenti israeliani.
Ovviamente tutto ciò non risponde nemmeno vagamente alle aspirazioni dei palestinesi. È una situazione che non porta a nulla. Qualche tempo fa Israele ha avuto la scelta tra divorzio o matrimonio. Ha scelto il divorzio, allo scopo di mantenere inalterata la natura ebraica dello stato israeliano. Ma la condizione fondamentale per avere due stati è che anche i palestinesi abbiano uno stato per sé. E questo requisito minimo è ancora lontano dall'essere soddisfatto. L'opzione di avere uno stato unico (con uguali diritti per tutti, a prescindere dalla razza e dalla religione) è stata rifiutata da Israele. Invece tutto quello che abbiamo è la frammentazione delle realtà a controllo palestinese, mentre l'occupazione militare israeliana continua a dominare indistintamente su tutti i Territori.
Va sottolineato che negli ultimi sei anni l'occupazione israeliana, sia dal punto di vista legale che da quello pratico, è rimasta una parte molto concreta della nostra vita quotidiana. Il mondo può pensare che qui la pace è in corso, ma la realtà sul campo è molto diversa. Vi posso assicurare che mai come ora la situazione per quanto riguarda i diritti umani nel loro insieme è andata peggiorando. La Striscia di Gaza è una zona vasta 165 chilometri quadrati, il 42 percento dei quali continua ad essere sotto il controllo di Israele. Nella Striscia di Gaza ci sono attualmente venti insediamenti israeliani, nei quali vivono circa cinquemila coloni. Nel restante 58 percento della Striscia, vivono 1 milione e duecentomila palestinesi in una delle situazione più ristrette al mondo.
Nel 2000, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell' apartheid in sua Africa, questa situazione non è più tollerabile. Di fatto, se continua così, si arriverà di nuovo e inevitabilmente alla violenza e agli spargimenti di sangue. Osserviamo con profondo rammarico che i risultati del processo di Oslo non potrebbero essere più distanti da quelle che erano le intenzioni, e cioè creare fiducia reciproca e trovare una risoluzione finale che assicurasse una pace giusta e duratura nella regione. Crediamo inoltre che assolutamente non ci possa essere una pace autentica, giusta e duratura senza che si rispettino i diritti umani.
Gli Accordi di Oslo sono stati firmati tra il governo di Israele e l'OLP, legittima rappresentante del popolo palestinese, che esprimeva le proprie aspirazioni e che aveva portato avanti una giusta resistenza contro l'occupazione. Noi, il gruppo dei diritti umani palestinese, fin dall'inizio sostenevamo, sia per il rispetto di noi stessi come popolo, sia per il definitivo raggiungimento del nostro obbiettivo, che fosse essenziale avere uno stato democratico, che l'esercizio dell'Autorità palestinese, nelle zone molto limitate della sua giurisdizione, così come sancito dagli Accordi di Oslo, fosse sotto stretta osservazione. Eravamo, fin dall'inizio, impegnati a sviluppare una società che avrebbe rispettato lo stato di diritto, i principi democratici e i diritti umani. Crediamo che la particolare esperienza del popolo palestinese e il conseguente sviluppo di una forte società civile palestinese, ci consenta di sviluppare uno stato unico nella regione, vale a dire uno stato realmente democratico. Speriamo ancora di riuscire in questo intento, e molti palestinesi rimangono saldi nel perseguire questo scopo. Come organizzazioni per i diritti umani sul campo, pensavamo che la lotta per lo sviluppo di una società democratica e per rafforzare la società civile palestinese fosse più semplice della lotta contro l'occupazione palestinese. Ora ci rendiamo conto che ci eravamo sbagliati; è un processo molto complicato e molto più difficile di quanto avessimo immaginato. Siamo estremamente preoccupati da certe pratiche dell'Autorità palestinese, pratiche che violano gli standard dei diritti umani, come ad esempio la limitazione della libertà di espressione e di riunione,
l'indebolimento dell'indipendenza del potere giudiziario nonché la creazione di tribunali per la sicurezza dello stato.
Senza comunque che questo possa essere preso come una giustificazione per certe pratiche, noi riteniamo necessario esprimere la nostra preoccupazione per il ruolo che sia l'amministrazione israeliana sia quella statunitense giocano nel promuovere queste violazioni dei diritti umani da parte dell'Autorità palestinese. Ruolo che ci sconcerta profondamente giacché entrambi hanno affermato che il loro interesse strategico è la pace, reale e duratura, nella regione. Lo sviluppo di un sistema realmente democratico nei Territori palestinesi non solo è promotore della stabilità necessaria alla pace, ma è di fatto un requisito a priori per una pace autentica. Per cinquant'anni Israele ha protestato dicendo che non ci si poteva aspettare che facesse la pace con dei dittatori. Questo non fa che rendere ancor più ambigui gli ostacoli che Israele stessa e gli Stati Uniti pongono alla creazione di una vera società democratica nei Territori palestinesi, e sollevano seri quesiti sulle loro reali intenzioni.
Nessuno, più di chi è oppresso, ha bisogno di pace - una pace giusta. Il fatto che il popolo palestinese sia divenuto vittima di coloro che a loro volta sono stati vittime non fa che dimostrare quanto sia importante tenere a mente questo punto. In termini storici, sia politicamente che umanamente, è assai triste quando la vittima diventa il carnefice di altri che non hanno alcuna colpa se non quella di esistere nella loro terra natale. Il Popolo palestinese ha sofferto nel secolo scorso, e negli ultimi cinquant'anni ha subito le violazioni dei diritti umani perpetrate dallo Stato di Israele. Dobbiamo essere tutti consapevoli della lezione della storia - la riconciliazione non può avere inizio se non con l'ammissione della violazione dei diritti umani e la richiesta di perdono.
La pace autentica deve esistere tra i popoli, non solamente tra i capi di stato. La possibilità che ciò si concretizzi è duramente ostacolata dalla politica di chiusura di Israele, che, oltre a violare i diritti umani fondamentali dei palestinesi, crea anche una divisione tra i due popoli impedendo ogni contatto significativo tra palestinesi e israeliani.
Avevamo un ottimo rapporto con i nostri equivalenti israeliani, ossia le associazioni per i diritti umani e gli avvocati. Loro venivano da noi, noi andavamo da loro. Ci invitavano a tenere conferenze o a parlare a incontri pubblici. Lavoravamo fianco a fianco a casi e cause particolari. Ma ora, dopo oltre cinque anni.di politica di chiusura, siamo quasi completamente isolati dai nostri amici israeliani. Collaboriamo ancora, per telefono, per posta elettronica o via fax, ma non possiamo più avere contatti personali, perché non possiamo più andare e venire come vogliamo.
Credo profondamente nella necessità di pace, ma la mia stessa vita mi ha insegnato che non ci può essere né pace, né giustizia senza il rispetto dei diritti umani. Essere quotidianamente testimone di massicce e brutali violazioni dei diritti umani lascia un segno pesante su una giovane mente e su un giovane cuore. In gioventù ho visto tante persone venire assassinate, arrestate o picchiate davanti ai miei occhi-compreso mio fratello, che è stato arrestato nel 1968. È rimasto in prigione per tre anni. Quand' ero bambino e andavo a scuola, ho visto l'esercito che picchiava gli studenti che partecipavano a una manifestazione. La nostra vita quotidiana era un vero inferno. La mia famiglia ha radici profonde qui - io non sono, per definizione, uno dei tanti rifugiati a Gaza. Ma ci sentivamo. tutti stranieri nella nostra terra natia. L'occupazione controllava totalmente la nostra vita. Quando sei giovane com'ero io allora e vedi accadere tutto questo, rimani fortemente impressionato. E cominci a chiedere: Cosa succede? Perché succede? Perché succedono tutte queste cose ingiuste? Perché hanno demolite la casa del nostro vicini? Perché hanno messo in prigione mio fratello? E naturalmente chiunque senta e cominci a capire cosa sta accadendo vuole un futuro migliore, una vita migliore, e lo vuole esprimere, in un modo o nell'altro.
Il passo successivo per me è arrivato dopo che mi hanno. arrestato e tenuto. in carcere. Ho visto l'altra faccia della luna. Qualsiasi cosa avessi visto prima non mi aveva preparato a quell'inferno, anche se, come avvocato, stavo nell'inferno dei "Vip". Quando sei sottoposto alle torture, vorresti morire dieci volte al giorno. E ho visto come la tortura veniva usata sistematicamente, anche su ragazzini di dodici anni.
Ho pensato: tutti questi detenuti, le loro condizioni miserabili, la tortura e l'abuso sistematico, e nessuno ne sa niente. E poi mi sono venute in mente le demolizioni delle case, le confische delle terre, i pestaggi quotidiani. Mi sono detto: sono un avvocato, non potrebbe qualcuno rendere testimonianza di tutto questo? Non possiamo ridurre le sofferenze anche minimamente, in un modo D nell'altro? E ho pensato che era certamente possibile, attraverso un intenso lavora sui diritti umani, far sapere al mondo delle pratiche di occupazione da parte di Israele e così facendo aiutare queste vittime. E ho deciso di fare così. E oggi sono vent'anni che lo faccio.
Non dimenticherò mai quella volta che mi hanno rilasciato dopo una carcerazione amministrativa, mi avevano messo in carcere solo a causa del mio lavoro per i diritti umani, l'ufficiale israeliano mi aveva detto: "Raji, è l'ultima volta che ti arrestiamo, spero che tu sappia cosa vuol dire”. Era una minaccia, ma noi credevamo nel nostro lavoro, nella nostra battaglia, nei diritti umani. Detesto parlare delle nostre sofferenze come attivisti per i diritti umani. Noi dobbiamo essere abbastanza forti da far sentire agli altri che li possiamo difendere; dobbiamo essere abbastanza forti da prenderci cura delle vere vittime.
Io credo semplicemente che i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto non siano un lusso. Sono necessità basilari - l'ossigeno di una vita che abbia un senso. Vediamo le violazioni quotidianamente. Ne vediamo le vittime, le conosciamo, viviamo con loro. Quello che ci fa andare avanti è il credere che si può fare qualcosa, anche se è qualcosa di piccolo. E anche se non possiamo migliorare la situazione, almeno possiamo impedire che peggiori ulteriormente.
Credo che dobbiamo continuare a difendere i diritti delle vittime, continuando a rifiutare qualsiasi forma di abuso. Dobbiamo credere che valga la pena di fare anche piccoli cambiamenti. Per il bene delle vittime degli abusi e delle ingiustizie, dobbiamo essere professionali nel nostro lavoro. Dobbiamo essere vigorosi nel difendere i perseguitati e abbastanza fieri da non smettere mai di opporci a chi li perseguita, chiunque esso sia.
Non credo nella violenza, e penso che non sia una soluzione. E non credo nemmeno che solo il sangue dei palestinesi sia sacro. Ogni vita umana è sacra, non ha importanza di quale nazionalità, razza o religione sia. Non possiamo accettare la situazione così com'è. Dobbiamo fare qualcosa.
Non voglio vedere altra sofferenza. Qualunque cosa facciamo oggi ne dobbiamo sopportare le conseguenze domani. Come dei nuovi Martin Luther King, anche noi abbiamo un sogno - un sogno che è anche un programma assai legittimo, liberarci dell'occupazione, essere padroni del nostro destino e avere uno stato indipendente - uno stato dove prevalgano la democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto. Come ho già detto, gli ostacoli che dobbiamo affrontare ora sono molto complessi, più di quanto fossero prima di Oslo. Ma siamo determinati a continuare a lottare – fino in fondo.