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Turkey - Turchia
1997: Senal Sarihan

 

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

Diritti Politici

"Quando i detenuti mi raccontavano delle torture che avevano subito, facevo fatica a reggere. Il carcere era lontano dalla città, e ogni giorno torn ando a casa, mi sembrava di andare verso un’altra vita. Mi sembrava di non avere il diritto di abbracciare mio marito dopo aver sentito tutte le cose che erano successe. Ero anche madre, ormai, e mi sembrava di non avere nemmeno il diritto di abbracciare i miei figli."

 


Biografia

Senal Sarihan, scrittrice e avvocato per i diritti umani, ha ricevuto il Robert F. Kennedy Human Rights Award nel 1997 ed è uno dei difensori dei diritti umani di Speak Truth To Power.

Sarihan ha sfidato lo status quo per tutta la sua esistenza. Come membro della sezione culturale dell’unione degli insegnanti, ha scritto e diretto commedie teatrali. Nel 1967 è entrata a far parte del Comitato Esecutivo dell’allora appena nata Associazione degli Insegnanti Turchi, e ha scritto articoli a favore dell’unione sul loro giornale. Questi articoli le sono costati il carcere nel 1971, quando il regime militare l’ha condannata a ventidue anni per i suoi scritti. Nel 1974, il nuovo governo l’ha rimessa in libertà, e la Sarihan si è laureata in legge; dal 1976 difende gli intellettuali, i leader sindacali e i difensori dei diritti umani. Nel 1980 è stata arrestata di nuovo e trattenuta per trentacinque giorni a causa dei suoi articoli “che esprimevano idee contro lo stato”. Nel 1986 ha fondato la Contemporary Lawyers Association (CLA) di cui è stata il presidente, sostenendo la riforma giudiziaria e la difesa dei diritti umani. Come editore del mensile della CLA, è diventata il critico più influente contro la legge anti-terrorismo e le violazioni del diritto alla libertà d’espressione in Turchia. La Sarihan è nota per la sua tenace difesa dei detenuti, delle donne, dei bambini. Nel corso del suo lavoro, i fondamentalisti e anche i sostenitori dello status quo l’hanno minacciata di morte. Nonostante il pericolo costante, la Sarihan continua nel suo operato. Formando un’alleanza tra gruppi di donne chiamata Contemporary Women Association, nel 1996 ha organizzato una manifestazione che ha visto trentacinquemila donne marciare a favore dei propri diritti, la più grande dimostrazione nella storia della Turchia. Senal Sarihan è una voce significativa per tutti coloro che non hanno più nulla.

Intervista

Ho cominciato come insegnante negli anni settanta, lavorando in un quartiere poverissimo di Istanbul. C’è stata un’epidemia di colera e molti dei miei studenti sono morti. Più o meno nello stesso periodo c’è stato il primo colpo di stato militare. Hanno incarcerato  molti intellettuali, e penavo che avrebbero preso anche me. Diciamo che me l’aspettavo. In quel momento stavo aiutando una professoressa che era stata torturata in prigione. L’avevano rilasciata e cercavo di darle una  mano durante la convalescenza. Il governo sosteneva che lei facesse parte di un’organizzazione (non era vero) e io nemmeno avevo a che fare con qualsiasi organizzazione clandestina. Cionondimeno sono stata arrestata e torturata per quaranta giorni.

Ovviamente non sapevo niente. Invece credevano che non volessi parlare. Mi hanno dato le scariche elettriche nelle orecchie, sulla lingua e sugli organi sessuali. A quel tempo ero molto magra, avevo i capelli lunghi con la riga in mezzo, e avevo i brufoli. Avevo saputo che cercavano una donna, la figlia di un colonnello, e io le somigliavo moltissimo. Ecco perché m i hanno arrestata e torturata – un errore di identità.

Avevo sentito parlare della violenza e delle torture nelle carceri, ma non mi sognavo nemmeno che fossero così tremende. Poi mi hanno trasferita da Istanbul ad Ankara – dieci ore di viaggio. E hanno fatto sapere a Istanbul che io non c’ero più, che ero morta. I  miei genitori non sapevano niente – ero semplicemente sparita per tre mesi. Poi un’altra prigioniera, che era appena stata trasferita da Istanbul a Ankara, mi ha visto mentre la portavano dentro ed è rimasta sconvolta perché tutti mi credevano morta. E così tutti hanno saputo che invece ero viva.

Il 3 ottobre 1971, mi hanno processata insieme a un gruppo di intellettuali. Non li avevo mai visti prima, ma le autorità hanno detto che facevamo tutti parte di una organizzazione clandestina. Ci siamo messi d’accordo di non dire niente durante il processo, per protestare sul fatto che non stavano perseguendo coloro che ci avevano torturati. Il tribunale ha interpretato questo come una “decisione collettiva”, che dimostrava il legame tra noi, e mi ha dato vent’anni di prigione, sostenendo che io ero a capo del gruppo. Oggi ne rido, ma allora ero sconvolta – davvero non avevo nulla a che fare con quel gruppo.

Avevo ventitré anni ed ero stata a capo di organizzazioni studentesche. Appena prima di essere arrestata avevo dato gli esami per entrare all’università, giurisprudenza, anche se ero più portata verso la sociologia. Ma dopo la prigione, avevo deciso che dovevo veramente diventare avvocato, per poter difendere i diritti degli altri, perché non dovessero passare quello che avevo passato io. Nel 1974 il nuovo governo ha concesso un’amnistia a tutti noi che stavamo nella prigione di Ankara. Ci hanno rilasciati tre anni dopo. È stato un periodo fortunato. Il governo e anche la società avevano ammesso di averci trattato ingiustamente e così avevamo potuto tornare alle nostre professioni. Sono tornata a insegnare e mi sono sposata. Ho deciso di sposarmi perché volevo andare via di casa. Anche se mio padre era democratico, dopo quello che era successo era diventato alquanto protettivo nei miei confronti. Sapevo di voler sposare qualcuno che avrebbe capito, che avrebbe avuto il mio stesso punto di vista. Avevo conosciuto mio marito in carcere; anche lui era un insegnante ed era stato a capo di un’organizzazione studentesca.

Mentre ero in prigione, i miei studenti avevano fatto numerosi scioperi per richiamare l’opinione pubblica sulla mia situazione. Per me è stato molto importante e anche commovente – mettevano in pericolo se stessi e rischiavano l’arresto. Perciò ho voluto tornare a insegnare, per sostenerli come loro avevano sostenuto me. Dopo che ci siamo sposati, mio marito e io siamo stati mandati a insegnare in un piccolo villaggio vicino al Mar Nero. Il giorno dopo il nostro arrivo, il governo ha deciso di trasferire mio marito in un’altra città, lontana centinaia di chilometri. La nostra vita è diventata solo lavoro. C’erano diversi gruppi ultranazionalisti, pressoché fascisti, sparsi per la Turchia che si davano da fare per scovare gente come me (che ero stata in prigione), e che promuovevano delle vere e proprie campagne contro di noi. Nel villaggio dove insegnavo ho cominciato a ricevere minacce di morte. Pubblicavano un giornale sull’istruzione e sull’insegnamento e io mettevo in scena commedie e danze folcloristiche. Tenevamo riunioni e dibattiti con i genitori degli studenti. Tra insegnanti, studenti e genitori c’era un ottimo rapporto, ma nonostante ciò i fascisti facevano di tutto per distruggere ogni cosa. Alla fine non ce la facevo più. Mi sono messa in contatto con mio marito e gli ho detto che dovevamo andare a vivere insieme nella stessa città. E abbiamo trovato il modo; ma ancora non ci hanno lasciato in pace. Hanno detto che ero fuori solo perché c’era stata un’amnistia speciale e quindi dovevo andare a insegnare in una città che si chiama Tocat, dove però sarei stata agli arresti. Con la polizia alle costole tutto il tempo, non riuscivo a lavorare. Allora ho deciso di andare ad Ankara e citarli in giudizio – e ho vinto. Nel frattempo avevo terminati i  miei studi in legge. Quando sono andata in una città non lontana da Ankara per fare il tirocinio presso uno studio legale; stavolta mi avevano accettato, anche se in quel periodo c’erano ben pochi avvocati che si interessavano ai casi che riguardavano la libertà di espressione.

L’avvocato presso il quale lavoravo era molto conosciuto, e aiutava sempre gli intellettuali e la gente comune. È stato un grande maestro e ha avuto una notevole influenza su di me. Avevo cominciato da un anno quando un altro regime militare si è impadronito del governo. Erano aumentati i casi politici e io facevo l’avvocato nei tribunali dove un tempo ero entrata come detenuta. Sentivo su di me, sulla mia pelle, i problemi dei prigionieri, sentivo le loro emozioni perché sapevo che li avevano anche torturati. Così, anche se non è stato facile, sono tornata a combattere contro i torturatori. Dovevamo semplicemente riuscire a farli finire in tribunale. Questo succedeva nel 1980. Un anno dopo, un altro colpo di stato. Stavolta, il governo ha messo all’indice i sindacati, le associazioni dei lavoratori e quelle degli insegnanti. Il numero di avvocati che si occupavano di casi politici è sceso vertiginosamente, in tutta Ankara ne sono rimasti forse sette o otto – già, avevano paura. È stato un brutto periodo per la Turchia: sono morte migliaia di persone in carcere, e la tortura era normale amministrazione. (E naturalmente la gente non dice niente sotto tortura). Molti sono rimasti in prigione anche due anni in attesa di  processo – anche se erano innocenti. Costretti ai lavori forzati, non vedevano quasi mai le loro famiglie. Mi sono data da fare per migliorare questa situazione e sono stata la prima a intentare una causa contro il sistema carcerario turco.

Per me, sul piano personale, era molto dura. Quando i detenuti mi raccontavano delle torture che avevano subito, facevo fatica a reggere. Il carcere era lontano dalla città, e ogni giorno tornando a casa, mi sembrava di andare verso un’altra vita. Mi sembrava di non avere il diritto di abbracciare mio  marito dopo aver sentito tutte le cose che erano successe. Ero anche madre, ormai, e mi sembrava di non avere nemmeno il diritto di abbracciare i miei figli. Quando avevo partorito. Ero tornata a lavorare dopo soli quaranta giorni. Un giudice che sapeva che dovevo allattare il mio bambino aveva fatto in modo di trattare i miei casi a mezzanotte, per darmi una  mano. Prendevo dei fiori in giardino e li  portavo ai bambini che stavano in prigione. Volevo che si sentissero vicini alla natura. Durante le ore di attesa per i processi – ed erano tante – scrivevo di quanto accadeva a questi bambini. E a quel punto ho cominciato a lavorare con le madri per creare un’organizzazione per i diritti umani. Succedevano tante cose in quelle prigioni per le quali non potevamo fare nulla. Ma cercavamo sempre di aiutare in qualche modo. Nel 1990 abbiamo ripristinato la Contemporary Lawyer Association, che era stata fatta chiudere nel 1980 come tutti gli altri gruppi.

Tutti questi anni di lotta mi hanno resa molto nota – la stampa e i media mi hanno seguita costantemente. Ero conosciuta come avvocato per i diritti umani, e non come membro di un gruppo militante. Non temevo di tornare in prigione, o qualsiasi altra rappresaglia. Come leader di un gruppo clandestino avevo scarse possibilità di azione, ma come avvocato sapevo di poter fare molto. Anche se ero quasi sempre in pericolo, lottare mi dava una grande forza. Il solo fatto di agire ti scatena dentro un meccanismo che ti permette di difenderti meglio. Nel 1985 ho avuto il secondo figlio; nel 1986 ero di nuovo in carcere. Questa volta l’accusa era che undici anni prima (quando mi trovavo in quel piccolo villaggio vicino al Mar Nero) ero coinvolta nella propaganda comunista perché pubblicavo quella rivista sull’educazione. La legge sulla prescrizione normalmente è di cinque anni in Turchia, perciò la mia accusa non aveva certo basi legali, ma il mio attivismo dava così fastidio che cercavano ogni scusa possibile per rimettermi in prigione. Il bambino aveva allora dieci mesi, e il fatto di non poterlo allattare per me era molto, molto difficile. Era evidente che subivo un’ingiustizia, e ho avuto il sostegno di tanta gente, è stato molto bello. E dopo trentacinque giorni ci hanno rilasciati.

Ma voglio che sia chiaro che la lotta che sto vivendo ancora oggi è anche mia, non lo faccio solo per gli altri. Di recente ci sono state le elezioni all’interno della nostra associazione di avvocati, e i miei amici avvocati mi hanno fatto notare che mi stavo coinvolgendo troppo nel lavoro e trascuravo i miei figli e la mia famiglia (mio figlio in quel periodo soffriva di depressione). E io ho risposto: “Mio figlio è anche tuo figlio. Può essere malato il figlio di chiunque. Io lotto perché tutti i nostri figli ne traggano beneficio”.

Il lavoro che facciamo alla Contemporary Lawyers Associationha ottenuto risultati assolutamente positivi, ottimi. Ora c’è solidarietà  tra avvocati e siamo anche molti di più. Ci siamo occupati degli aspetti legali di tutte le organizzazioni che stanno cercando di rendere democratica la Turchia e di tutte le organizzazioni di intellettuali che li appoggiano. Abbiamo condotto interventi significativi per porre fine alla tortura e per migliorare le condizioni delle carceri, e incrementare la libertà di espressione. Per contro, negli anni Novanta ci sono stati altri episodi negativi. Certo, sono diminuiti i casi di tortura, ma sono stati  molti i casi di esecuzioni extragiudiziarie, o di persone scomparse. Nel 1991 è stata concessa un’altra amnistia, ma non hanno rilasciato i detenuti per via della situazione curda – e tutti gli intellettuali sono rimasti in carcere, insomma due pesi e due misure. Questo faceva parte delle misure antiterrorismo cui eravamo contrari, perché davano modo al governo di combattere il terrore con il terrore. In quel periodo sono spariti  molti avvocati curdi. Io sono turca, e di origine turca, ma per anni abbiamo vissuto come fratelli e sorelle con i curdi. La situazione è diventata rovente quando Ocalan (capo del gruppo terrorista curdo KPLA) ha cominciato ad ottenere sostegno da paesi stranieri, come l’Iraq, e allora il governo, a causa delle attività terroristiche nel sud est del paese, se l’è presa con i civili. Da allora sono state perpetrate innumerevoli violazioni dei diritti umani ai danni dei Curdi, e noi le abbiamo combattute. Per esempio, durante un convegno del partito curdo, qualcuno ha abbassato la  bandiera turca, e per questo hanno deciso di arrestare tutti i deputati. Ma quello è stato il gesto di un solo individuo, stupido per giunta – gli altri  non c’entravano nulla – e io non ho avuto paura di difenderli perché sapevo che non erano contro la Turchia. Adesso sono liberi.

Nel 1993 si è tenuto un convegno di trentacinque intellettuali nella città di Sirvas e i fondamentalisti hanno dato fuoco all’hotel uccidendoli tutti. Io ho rappresentato le loro famiglie e per questo ho ricevuto diverse minacce di morte. In quel periodo, a Diyarbakir dove viveva Sezgin Tanrinkulu, era scomparso un uomo di nome Sherif Afszhar. La famiglia aveva individuato la persona che lo aveva sequestrato – era la prima volta che qualcuno ci riusciva. Ma non c’era un solo avvocato disposto ad accettare il caso perché erano tutti terrorizzati, così si sono rivolti a me. Sono andata avanti e indietro da Diyarbakirin condizioni difficilissime. Mi hanno anche puntato una pistola alla testa dicendo che se fossi tornata mi avrebbero spezzato le gambe. Sapevo che i servizi segreti avevano intenzione di catturarmi – e me l’hanno anche detto. Il giorno dopo sono andata dal giudice e ho presentato una denuncia. Il giudice si è  limitato a dire che la minaccia poteva venire da un’organizzazione clandestina privata oppure dai fondamentalisti – come faceva a saperlo? Non poteva fare niente.

Il coraggio è un modo di vivere. Lavorare e lottare è il modo per essere felici. Quando ti guardi indietro nella vita, devi in qualche modo aver cambiato il mondo. Certo, gli esseri umani hanno paura; la paura è un sentimento estremamente umano. Ma non si può vivere nella paura. Bisogna vincerla. E allora ti accorgi che quelli contro i quali ti scagli hanno paura di te. E non lo fai perché hai coraggio, non ci pensi nemmeno al coraggio. È semplicemente diventato il tuo modo di  vivere. A volte ho paura davvero – per i  miei figli. Ma che bello sarà se avranno una madre di cui essere fieri. E allora continuo a lottare, fino alla fine, perché possano essere fieri di me.

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STTP_Italy: Vi aspettiamo per il prossimo #HRTN del mese di maggio dedicato alla #mafia sempre @CaffeLetFI diretta @controradio. Stay Tuned!!


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STTP_Italy: Paoletti: "è vero che i diritti sono tutti uguali ma ogni famiglia è diversa, e la diversità deve costituire una ricchezza" #HRTN


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