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Turkey - Turchia
1997: Sezgin Tanrikulu

“Quando mi trovo in tribunale, faccia a faccia con coloro che sto accusando di tortura, che siano militari o poliziotti, quando mi guardano negli occhi e non distolgo lo sguardo...”

 

Biografia

Sezgin Tanrikulu ha vinto il Robert F. Kennedy Human Rights Award nel 1997 per il lavoro di a favore della riforma legale e di difesa dei diritti dei cittadini curdi nella Turchia sudorientale. È anche uno dei digensori dei diritti umani di Speak Truth To Power.

Tanrikulu è un eminente avvocato attivista dei diritti umani del Kurdistan turco, grande sostenitore della riforma giudiziaria e del rafforzamento della società civile. Tanrikulu, Co-fondatore dell'Associazione per i Diritti Umani di Diyarbakir, Segretario dell'Ordine degli Avvocati di Diyarbakir e rappresentante regionale della Fondazione per i Diritti Umani della Turchia, con il suo lavoro si è spinto fin dove pochi altri hanno osato. Per oltre un decennio, la regione curda è rimasta sotto assedio, blocco alimentare e coprifuoco compresi. I civili si sono trovati intrappolati tra le forze armate turche e i militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan in lotta. L'esercito turco si è cimentato in una sistematica pratica di tiro al bersaglio - dove il bersaglio erano i civili - distruggendo i villaggi e costringendo i non combattenti a lasciare la propria terra. Dal 1992 a oggi più di ventiseimila persone sono state uccise e due milioni sono state costrette ad andarsene. Gli assassinii extragiudiziali, i sequestri, le detenzioni arbitrarie e le torture da parte della polizia sono una routine. La libertà d'espressione è fortemente ridotta: fino a poco tempo fa, l'ordinamento turco vietava l'utilizzo della lingua curda, le danze curde, la musica curda e persino l'uso di nomi curdi. In tutta la Turchia, e in particolare nella regione sud-orientale, gli avvocati si rifiutavano di difendere clienti politicamente scomodi. In un clima come questo, gli avvocati stessi sono ben presto diventati vittime di persecuzioni e sono stati abitualmente identificati dalla pubblica accusa, dalla polizia e dagli agenti della sicurezza come "avvocati terroristi". Solo a Diyarbakir, più di trenta avvocati hanno dovuto far fronte ad accuse penali, in apparenza dovute esclusivamente alla difesa in aula dei loro clienti. Perfino l'aver avanzato una protesta alla Corte Europea dei Diritti Umani o l'aver trasmesso informazioni a gruppi per i diritti umani internazionali sono state considerate prove di un coinvolgimento con il terrorismo e hanno portato prima ad un processo penale e poi all'incarcerazione. Tanrikulu è stato più volte incriminato per la sua attività di avvocato, e nel 1994 è stato accusato di ''oltraggio alla corte" per essersi appellato alla decisione di esprimere un'accusa di reato sulla base di un verbale precedentemente giudicato inammissibile da un'altra corte perché estorto con lo tortura. L'impegno di Tanrikulu nel continuare a difendere i diritti umani a fronte delle continue persecuzioni, riflette la sua tenacia e lo sua devozione allo stato di diritto.

Turkiye Insan Haklari Vlakfi

Intervista

Dopo essermi laureato in legge ad Istanbul nel 1984, sono tornato nella città in cui sono nato, Diyarbakir, dove ho iniziato a svolgere il mio praticantato. Allora il governo aveva imposto lo stato d'emergenza e nelle sue carceri c'erano più di tremila prigionieri politici, in città la tensione era altissima. Era piuttosto difficile restare indifferenti di fronte a una tale situazione. Il sindaco della città, Megdi Zana, marito di Layla Zana, la più conosciuta prigioniera politica curda, era stato accusato di separatismo. Aveva davvero bisogno dell'impegno attivo di un giovane avvocato che lo sostenesse a tempo pieno, così mi sono incaricato della sua difesa. Da allora sono diventato uno specialista in diritti umani. Nella regione andava aumentando il livello di terrore, la guerra si faceva sempre più sanguinosa e per me era pressoché impossibile assumere casi che non implicassero l'abuso dei diritti umani.

Megdi Zana era un sindaco indipendente, privo di qualsiasi affiliazione politica. Dopo la presa di controllo militare nel 1980, Megdi Zana è stato accusato di essere membro di un' organizzazione terroristica e per questo è stato in carcere dal 1980 al 1991. Aveva consacrato la propria esistenza alla causa curda. Nel 1980 il governo turco ha messo al bando la lingua curda, tuttavia, ogniqualvolta Megdi Zana si trovava in tribunale per rispondere delle accuse che gli erano state mosse, si rivolgeva ai giudici in curdo. Grazie a lui, nel 1991 la legge è stata abrogata, e la lingua curda è stata riconosciuta dal governo centrale turco.

Sei miei amici, tutti avvocati di origine turca, sono stati uccisi tra il 1990 e il 1995, in un epoca che io definisco "l'era dell'incubo". Sono stati uccisi solo per il coraggio mostrato nel difendere i diritti umani, sono stati ammazzati perché le autorità volevano inviare un segnale a coloro che, come noi, si occupavano di diritti umani. Erano soltanto delle vittime della nostra situazione. Avevamo il sospetto che si fosse trattato di assassinii politicamente pianificati, che coinvolgevano i servizi segreti militari. I nostri sospetti si sono rivelati fondati quando un responsabile dell'informazione ha affermato che uno degli avvocati era stato ucciso da un organismo collegato ai militari. Il responsabile dell'informazione è stato ucciso poco dopo aver fornito queste dichiarazioni.

Il periodo che va dal 1992 al 1995 è stato particolarmente duro a Diyarbakir. Ogni giorno venivano uccise una o due persone, e si trattava sempre di omicidi politici extragiudiziali. Era un periodo di forti tensioni. La mattina, non appena facevo un passo fuori casa, iniziavano a pedinarmi. Non c'era altra soluzione se non trovare il lato comico della situazione. Il più delle volte, quelli che venivano ammazzati venivano colpiti con una pallottola alla schiena. Scherzavamo dicendoci che avremmo potuto piazzarci degli specchietti retrovisori sulle spalle così potevamo vedere chi ci sparava a tradimento!

Nel 1988 cinque miei colleghi e io abbiamo deciso di fondare l'Associazione per i Diritti Umani di Diyarbakir. Nel 1997 l'Associazione contava già seicento membri. Ma il 22 maggio dello stesso anno il governo ci ha costretto a chiuderla, sostenendo di aver trovato delle pubblicazioni proibite nei nostri archivi. Eravamo soli. In altre due città, Mardin e Urfa nel sud-est della Turchia, le associazioni per i diritti umani sono state chiuse con la stessa accusa.

Io sono stato in carcere per brevi periodi. Una volta, mentre tornavo dall'Europa a Diyarbakir, le autorità mi hanno fermato all’aeroporto perché, mi hanno detto, figuravo sulla loro lista dei sospetti. So che se mi avessero portato alla stazione di polizia avrei solo potuto aspettarmi il peggio. Ma a Diyarbakir ci sono anche giudici e procuratori molto onesti, e un procuratore che aveva saputo del mio caso ha telefonato immediatamente, insistendo sul fatto che dovevano interrogarmi in tribunale. Mi ha salvato la vita.

In un'altra occasione un procuratore che, dopo avermi ascoltato, aveva creduto alla mia innocenza - ossia si era convinto che non fossi colpevole dell'accusa di separatismo e di appartenenza a una organizzazione terrorista - mi ha detto "Perché nonstendi tu la tua difesa?  Io mi limiterò a firmarla, come se l'avessi scritta io". È incredibile, ma è successo! Ecco perché devo dire che, sebbene a volte il quadro della situazione sia piuttosto cupo, ci sono sempre dei margini di speranza.

La mia coscienza è pulita perché non ho commesso nulla di illegale; non sono in contatto con nessuna organizzazione terroristica. Tutto ciò che faccio è documentato. Non ho motivo di temere le forze di sicurezza o le autorità dello stato. Non avrei nessun problema a difendermi in aula. I miei timori si fondano sul fatto che esistono all'interno dello stato degli ambiti che si trovano al di fuori del controllo dello stato stesso. Queste persone possono essere veramente pericolose, ecco perché svolgere il nostro lavoro implica correre dei rischi.

Ho avuto momenti di forte apprensione per la mia famiglia, ma mia moglie dice di essere lei l'unica a essere perennemente spaventata. Una cosa di cui ho particolarmente paura è l'autobomba, perché una volta che hai girato la chiave è troppo tardi. L'automobile di un mio amico, un avvocato di Diyarbakir, è saltata in aria così.

La lotta per i diritti umani è antica quanto l'umanità stessa. E ritengo che, se non ci ribelliamo noi all'ingiustizia, nessuno ci può aiutare. Sono proprio le persone quelle che possono cambiare la situazione. Vivere in condizioni prive di giustizia è peggio che morire. Quindi faccio quello che faccio per un futuro migliore. D'altro canto la nostra regione è molto arretrata. Il livello di alfabetizzazione è molto basso e c'è un conflitto in corso. Così, le persone non istruite che ancora oggi sono soggette ad abusi dei diritti umani, ci vedono come coloro che possono salvarli. Noi avvocati siamo considerati semidei, la qual cosa comporta un'enorme responsabilità morale. Siccome a Diyarbakir ci sono pochissimi avvocati, dobbiamo lavorare parecchio per meritarci la fiducia della gente. Ecco perché abbiamo la sensazione, in particolar modo in questa regione, di avere un compito molto particolare. Una volta che hai iniziato a lavorare per la gente, che ti chiamano alle due del mattino, che vengono nel tuo ufficio e vedi la sofferenza sui loro volti, non pensi che stai rappresentando un caso, pensi che stai rappresentando delle persone. Allora il tuo lavoro acquisisce un aspetto estremamente umano.

Lasciate che vi dia una definizione personale di quello che ritengo sia il coraggio. Se posso rappresentare qualcuno che è stato torturato, se posso ribellarmi alle forze di polizia, al sistema che ha inflitto la tortura a questa persona, ecco, questo è coraggio. E questo è il mio modo di lottare. Quando mi trovo in tribunale, faccia a faccia con coloro che sto accusando di tortura, che siano militari o poliziotti, quando mi guardano negli occhi e non distolgo lo sguardo, quando non sono io il primo ad abbassarlo, sento di avere più coraggio di loro. Nei loro occhi puoi vedere l'odio, l'odio che provano per te, sai che vorrebbero ucciderti per quello che stai facendo. Ma tu sei uno che lotta contro l'ingiustizia, e certo non devi vergognarti per quello che stai facendo. Ho degli amici che mi dicono sempre "Perché ti accanisci tanto contro il sistemai Perché corri un rischio così alto?" Ma io sono convinto di fare solo quello che devo. Lo faccio perché credo che qualcuno lo debba fare. E non ho ripensamenti, non ho dubbi sull'opportunità di fare quello che faccio. Se ognuno si prendesse la responsabilità di ciò che fa, non ci sarebbero problemi in questo mondo.

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