Egypt - Egitto
Vescovo Wissa

Foto di Eddie Adams
Libertà Religiosa
"Proteggere la mia gente è parte del mio lavoro. È quello che sono tenuto a fare. Se qualcuno venisse a casa tua e picchiasse i tuoi figli, non cercheresti di fermarlo?"
Biografia
La Chiesa Copta (Cristiani Egiziani) deve le proprie origini a San Marco, stabilitosi ad Alessandria nel 64 d.C.. Fin da quel momento, i Copti in Egitto sono stati tollerati a malapena, ma più spesso perseguitati senza mezzi termini. Oggi, in tutto il territorio egiziano vivono quasi dieci milioni di Copti, che subiscono frequenti aggressioni sia da parte delle autorità dello stato che da quelle locali. La vicenda del vescovo Wissa è un esempio significativo di oppressione ininterrotta. Il 15 agosto 1998, a trentacinque chilometri a nord di Luxor, pare che cinque musulmani del villaggio di el-Kosheh abbiano assassinato due cristiani della loro stessa comunità. La polizia che indagava sul caso si è scatenata, e nei due mesi successivi ha arrestato e messo in prigione mille e duecento cristiani. Più della metà dei bambini, e delle donne e degli uomini che sono stati arrestati, hanno raccontato di avere subito torture, di essere stati picchiati, frustati e di avere ricevuto scariche elettriche nelle orecchie e sugli organi genitali. Il vescovo Wissa si è reso testimone di questi eventi a el-Kosheh, la sua diocesi, andando a intervistare personalmente oltre ottocento vittime. Ha steso rapporti su questi abusi che ha fatto avere alle autorità egiziane, alle organizzazioni per i diritti umani e alla comunità internazionale. Il 9 maggio 1999 il ministro dell’interno ha lasciato cadere le indagini e a quel punto le forze dell’ordine hanno arrestato Wissa, accusandolo di diffamazione e di altri reati. Nonostante il lungo processo, Wissa ha mostrato grande coraggio e ha sempre lottato apertamente contro l’ingiustizia e per questo merita il sostegno di tutti noi.
Intervista
Era piena estate, il 15 agosto 1998, quando due persone, entrambi Copti, sono state assassinate e la polizia ha avviato le indagini. Hanno cominciato ad arrestare cinquanta, sessanta persone al giorno, Copti anch'essi, che poi hanno trattenuto in carcere per settimane. Hanno torturato la gente con ogni sorta di violenza, costringendoli a dichiarare il falso. Sentivo le grida di coloro che venivano torturati, e mi sono recato dal procuratore del Comitato per la Sicurezza delle Stato. Sono stato con lui un'ora, spiegandogli la situazione di questo villaggio. Gli ho chiesto di indagare a sua volta e di far cessare gli arresti e le torture. Poi me ne sono andato, ma non è cambiato nulla.
Una settimana dopo, è arrivato il commissario di polizia, responsabile di quella zona. Ho mandato un vescovo e due preti a parlare con lui. L'incontro è durato due ore; la prima è stata molto dura. Il commissario diceva loro che non avevano ancora visto niente. Ma si è dovuto rendere conto che sia il vescovo che i preti non si facevano smuovere. Allora è diventato più gentile e si è messo a raccontare che l'assassino era un certo Michael, che era lui il responsabile e poi ha aggiunto: "Se fossi in voi, gli suggerirei di costituirsi": La polizia ha detto che i due uomini che erano stati uccisi avevano aggredito la figlia di Michael, l'avevano violentata e lei era rimasta incinta. E così la polizia aveva torturato l'intera famiglia di Michael, anche sua moglie e il figlio minore. Hanno preso questo ragazzino di dieci anni, l'hanno portato nel deserto e l'hanno lasciato lì. Poche settimane dopo, è venuta nel mio ufficio la ragazza che era stata presumibilmente violentata da questi due uomini. L'abbiamo fatta visitare da un medico ed era vergine. Perciò avevamo le prove che suo padre non era l'assassino.
Allora la polizia si è messa a cercarne un altro. Ma la tortura di massa non è cessata. Usavano l'elettricità; applicavano degli elettrodi alle parti più sensibili del corpo, alle parti intime. Appendevano le persone per i piedi, li legavano come se fossero stati crocefissi. Li percuotevano, o con dei bastoni o con delle fruste. Li spogliavano e poi buttavano loro addosso acqua fredda, anche alle donne. Le sessioni di tortura erano terribili. Ho spedito numerosi memorandum alle organizzazioni per i diritti umani, anche se non potevo davvero esprimere il profondo orrore delle torture. Il 17 settembre l'assistente del ministro degli interni ha fatto visita alla zona denominata el-Kosheh. Ha parlato con quelli che avevano subito le torture, valutando ogni singolo caso. È entrato un uomo. Non ha detto nulla. Si è soltanto tolto i vestiti e ha mostrato i segni della tortura: le frustate e le bastonate, i lividi. Poi sono arrivati due ragazzini, fratello e sorella e hanno descritto cosa avevano subito. La sorella, più grande di un anno, ha raccontato che le avevano dato le scosse elettriche sul seno e poi entrambi si sono messi a piangere.
L'assistente del ministro degli interni ha detto: "Bene, adesso conosco la situazione e nel parlerò al ministro”. E poi è andato alla polizia e ha fatto rilasciare Michael Boktor e i suoi due figli. Erano rimasti in carcere per un mese e due giorni. Con nostra sorpresa la polizia ha invece accusato il cugino di uno dei due uomini che erano stati uccisi. Il 18 settembre, quindici persone del villaggio di el-Kosheh (nella città di Sohag, cinquecento miglia a sud del Cairo) che erano stati torturati, sono andati dal procuratore e gli hanno mostrato le ferite, dicendo che volevano far causa ai quattro poliziotti responsabili. Il procuratore generale di Sohag li ha mandati dal medico legale, che a sua volta ha mandato due di queste persone che erano in gravi condizioni a un centro più grande. Ma non è successo niente - nonostante l'enorme quantità di prove schiaccianti contro la polizia, nessuno avrebbe perseguito il governo. In molti volevano inoltrare denunce contro la polizia, ma poi si sono tirati indietro rendendosi conto che non sarebbe stata intrapresa alcuna azione legale. Questo episodio ha sollevato grosse reazioni in Egitto e all'interno delle organizzazioni per i diritti umani.
Abbiamo discusso molto con Sua Santità Papa Shenouda IIIe abbiamo incontrato sia gli assistenti del ministro sia quelli del presidente. Ma comunque, non è stato fatto nulla per riparare ai torti. Il 10 ottobre, io e altri due sacerdoti siamo stati chiamati dal procuratore per essere interrogati. Mi è stato chiesto di rispondere dell'aver costretto i testimoni a cambiare le loro testimonianze, di aver occultato le prove dei delitti, nonché di distruggere l'unità nazionale del paese, perché nelle mie omelie sono contro il governo. Queste stesse cinque accuse sono state scagliate contro gli altri due sacerdoti. E anche se i contadini del villaggio hanno cercato di far riaprire il caso dal nuovo procuratore generale, Maher Abdul-Wahed l 'inchiesta è stata bloccata di nuovo, perché il procuratore sosteneva che le ferite delle vittime erano vecchie e non costituivano una prova effettiva di torture da parte della polizia. Alla fine, la settimana scorsa hanno chiuso le indagini sui quattro poliziotti che hanno torturato le mille e duecento persone. Non solo sono stati prosciolti, ma hanno anche ricevuto un risarcimento di mille sterline egiziane per il disturbo! Non sono stati ritenuti responsabili di niente. Mi dispiace dirlo, ma è accaduto esattamente questo.
E perché dovrei avere paura? Non possono torturarmi perché sono un religioso. Il mio unico crimine è aver parlato con tutti questi alti funzionari e aver inviato un memorandum al presidente. Misono anche rivolto a Hafez Al Sayed Seada dell'Organizzazione Egiziana per i Diritti Umani. Hafez ha mandato al villaggio alcuni membri dell' organizzazione per valutare la situazione. Hanno stilato un rapporto di ventisei pagine che poi è stato tradotto in inglese e inviato un po' ovunque nel mondo. E questo è tutto ciò che ho fatto. Perché dovrei aver paura?
Devo difendere i miei parrocchiani fino al giorno della mia morte. Sono loro i miei figli. Non mi chiamano forse padre? Se andassi in una chiesa copta, vedresti che è gremita di gente. Proteggerli è parte del mio lavoro. E quello che sono tenuto a fare. Se qualcuno venisse a casa tua e picchiasse i tuoi figli, non cercheresti di fermarlo? Se io vedessi torturare i miei figli e li sentissi gridare aiuto e rimanessi impassibile, non sarei una brava persona.