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Kenya
Wangari Maathai

 

 

Foto di Eddie Adams

Foto di Eddie Adams

Le Donne e l’Ambiente

"Bisogna agire. Informarsi. Adesso voi volete chiedere; volete imparare. Avete tutto il diritto di prendere in pugno la direzione della vostra vita."

 

 

 

 

 

 

 

 

 






Biografia

Wangari Maathai, la più importante ambientalista sostenitrice dei diritti delle donne in Kenya, ha fondato, nel 1977, il Greenbelt Movement on Earth Day,  incoraggiando gli agricoltori (il 70% dei quali sono donne) a piantare alberi, un “polmone verde”, in modo da arrestare l'erosione del suolo, da poter avere un po’ d'ombra, e da ottenere legname e legna da ardere. Ha distribuito semi alle contadine e ha instaurato un sistema di incentivi per ogni semina che sopravvive. Fino ad ora, il movimento ha piantato oltre quindici milioni di alberi, ha prodotto guadagni per ottomila persone nel solo Kenya, e si è esteso in oltre trenta paesi africani, negli Stati Uniti e ad Haiti.

La Maathai ha vinto l'Africa Prize per il suo lavoro di prevenzione della fame, ed è stata proclamata cittadina esemplare dal governo keniota e dalla stampa ufficiale. Qualche anno più tardi, quando la Maathai ha denunciato la proposta del presidente Daniel Arap Moi di erigere un grattacielo di sessantadue piani al centro del più grande parco di Nairobi, le autorità l’hanno avvertita di tenere a freno le critiche. Lei ha promosso una campagna pubblica, e le forze di sicurezza le hanno “fatto visita”. Quando ancora si è rifiutata di essere messa a tacere, l'hanno tormentata e minacciata. La polizia l'ha arrestata e interrogata, senza nemmeno un'accusa valida. Alla fine Moi è stato comunque costretto a rinunciare al progetto, in gran parte a causa della pressione che la Maathai era riuscita a generare.

Anche oggi Maathai continua a lavorare per la salvaguardia dell'ambiente, per i diritti delle donne, e per le riforme democratiche. Dal seme di un’organizzazione il cui obiettivo era di sviluppare le potenzialità delle persone e la loro partecipazione politica, ora sono nati alberi maestosi con lunghi rami forti.

Wangari Maathai ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 2004. Nel 2005, Maathai è stata scelta come Presidente del Consiglio economico, sociale e culturale dell'Unione africana. È stata nominata una delle 100 persone più influenti dalla rivista Time e una delle 100 donne più potenti dalla rivista Forbes. È stata insignita nel 2006 con la Legion d'Onore, il più alto riconoscimento della Francia. Wangari Maathai è scomparsa nel Settembre del 2011, all’età di 71 anni a causa di un cancro contro cui lottava da tempo.

The Green Belt Movement

Intervista

Il Greenbelt Movement in Kenya è cominciato nel 1977 quando le donne dalle aree rurali e dai centri urbani, riflettendo sulle proprie necessità in congressi organizzati, hanno discusso della degradazione dell'ambiente. Non avevano legna da ardere. Avevano bisogno di frutta per nutrire adeguatamente i loro figli. Avevano bisogno di acqua pulita da bere, ma l'acqua era inquinata dai pesticidi e dagli erbicidi usati nelle fattorie per far crescere i raccolti da vendere.

Le donne hanno discusso di come, molto tempo fa, non dovevano passare così tanto tempo per andare a cercare legna da ardere, perché accanto ai loro villaggi c'era ancora la foresta, e il cibo era sano, non nuoceva alla salute. Adesso, quel cibo trattato chimicamente non aveva problemi a crescere, ma non dava più il giusto nutrimento. Il degrado dell'ambiente aveva debilitato le loro famiglie, le aveva rese incapaci di resistere alle malattie.

Il National Council of Women, un’organizzazione non governativa, ha risposto dicendo loro di piantare alberi. All’inizio è stato difficile, perché le donne sapevano di non avere né la conoscenza, né la tecnologia e né il capitale per farlo. Ma noi abbiamo subito mostrato loro che in realtà non era così complicato, e anzi, piantare alberi era un meraviglioso simbolo di speranza. Con questo, le donne hanno preso forza, soprattutto perché cominciavano a fare qualcosa di cui potevano vedere i risultati. Potevano migliorare la qualità della loro vita con le loro stesse mani.

Quando abbiamo detto che volevamo piantare quindici milioni di alberi, un selvicoltore si è messo a ridere dicendo che poteva darci semi da seminare quanti ne volevamo ma era convinto che non avremmo mai potuto piantare così tanti alberi. Dopo poco tempo, gli abbiamo dimostrato il contrario. Siamo riuscite a raccogliere molte più piantine di quante lui avrebbe potuto regalarci.
Non avevamo soldi, perciò abbiamo pensato di procurarci i semi da sole, andandoli a prendere direttamente sugli alberi per poi seminarli, esattamente come succedeva per le altre colture a cui le donne erano già abituate: il granoturco, i fagioli e le altre granaglie. Ecco che di fatto si sono ritrovate ad avere quella “tecnologia appropriata” per la coltivazione forestale: prendi un vaso, ci metti la terra dentro e poi ci metti i semi. Metti il vaso in un posto alto, così le galline e le anatre non vanno a mangiare i semi.

Questo metodo ha funzionato! Un giorno faremo un resoconto di tutte le “tecnologie” che le donne si sono inventate.  Per esempio, ci sono alberi che fanno semi che poi vengono portati dal vento e germinano nei campi prima della pioggia. Era interessante vedere una donna che coltivava un campo con un piccolo contenitore d’acqua. Ma stata coltivando le erbacce! Aveva imparato che in mezzo alle erbacce crescono anche le piantine degli alberi. Lei le prendeva e le metteva in un contenitore. La sera, tornava a casa con diverse centinaia di germogli di alberi! Queste tecniche adottate dalle donne si sono rivelate utilissime. Abbiamo piantato più di venti milioni di alberi solo in Kenya. In altri paesi africani non abbiamo tenuto il conto.

Gli alberi sono cosa viva, di fronte alla quale  scopriamo di avere reazioni molto diverse. Spesso ci affezioniamo a un albero perché ci dà il cibo e ci dà legna per il fuoco. È così amichevole. Quando pianti un albero e lo vedi crescere, ti succede qualcosa. Lo vuoi proteggere, e gli dai valore. Ho visto gente cambiare atteggiamento e guardare agli alberi in modo ben diverso da prima. L’altro aspetto è che molti non si accorgono nemmeno della mancanza degli alberi e poi all’improvviso aprono gli occhi e vedono che la terra è spoglia. Cominciano a capire che la pioggia può essere una benedizione, ma può anche essere una maledizione se prima non hai salvaguardato il terreno, perché la pioggia se lo porta via! E stiamo parlando del ricco terreno su cui dovrebbe crescere il tuo sostentamento. È qui che la gente si rende conto della stretta relazione che ha con l’ambiente. È meraviglioso vedere questa trasformazione, ed è questo che dà sostegno al movimento.

Abbiamo avviato programmi simili in circa venti paesi. Il punto principale è come mobilitare la gente comune a fare qualcosa per l'ambiente. Di base si tratta di un programma educativo, l'azione di piantare alberi ha un implicito senso civico, ed è una strategia per dare forza alle persone che a questo punto sentono di avere in mano il proprio destino, eliminando la paura, in modo che abbiano la coscienza di fare qualcosa per se stessi e per i propri diritti a proposito dell'ambiente che li circonda. Abbiamo una strategia che chiamiamo “la sindrome dell'autobus sbagliato”, una semplice analogia che serve alla gente a rendersi conto di cosa succede. Vengono da noi con tanti problemi: non hanno da mangiare, hanno fame, hanno l'acqua sporca, le infrastrutture rotte, non hanno acqua per gli animali, non possono portare i figli a scuola. A una riunione di circa cento persone ho contato centocinquanta problemi. E pensano che noi possiamo risolverli. Io ne prendo nota, così loro si sentono sollevati e sanno di avere un posto dove possono esprimere i loro disagi.

Dopo che ne abbiamo fatto una lista, chiediamo: “Da dove pensate arrivino questi problemi?” Alcuni se la prendono con il governo, puntando il dito sul governatore o il presidente o i ministri. La gente non pensa mai di poter essere in qualche modo responsabile del problema. Allora, usiamo il simbolo dell'autobus (mezzo di trasporto molto comune nel paese). Se sali sull'autobus sbagliato, vai a finire nel posto sbagliato. Potresti avere tanta fame e non avere denaro, certo, potrebbe salvarti la persona che andavi a trovare, ma potresti anche venire arrestato dalla polizia per vagabondaggio solo perché hai l’aria di uno che si è perso! Oppure ti aggrediscono – ti può succedere di tutto! E poi chiediamo: “Come mai sei salito sull'autobus sbagliato? Come può succedere che vai alla stazione degli autobus e sali su quello sbagliato invece che su quello giusto?” Accade spesso, e la ragione più frequente per la quale le persone salgono sull'autobus sbagliato è che non sanno né leggere né scrivere. Se hai paura di chiedere a qualcuno, sali su quello sbagliato. Se sei arrogante, pensi di sapere tutto, puoi facilmente fare un errore e salire su quello sbagliato. E anche se non sei attento, se non sei concentrato. Tanti fattori messi insieme.

Dopo questa sorta di esercizio, chiediamo lori di osservare i problemi che hanno elencato. Perché abbiamo fame? Perché la polizia ci tormenta e non possiamo nemmeno riunirci a discutere senza avere il permesso? Di fronte a tutto questo, ci rendiamo conto di essere sull’autobus sbagliato. Siamo stati male informati troppo a lungo. La storia del Kenya degli ultimi quarant’anni spiega perché.

Durante la Guerra Fredda, il nostro governo era diventato pesantemente dittatoriale. C’era solo una stazione radio che dava informazioni controllate e il nostro paese era male informato. Con un governo così oppressivo, la paura ci attanagliava, e salivamo facilmente sull’autobus sbagliato. Un errore dopo l’altro ci hanno portato a crearci da soli tutti questi problemi. Non ci occupavamo dell’ambiente e non ci occupavamo di piantare gli alberi, e così la nostra terra veniva portata via dalle piogge! Il bellissimo suole che avevamo andava perduto. Perciò, l’errore l’abbiamo fatto noi. Può darsi che non fossimo del tutto attenti, sopraffatti dall’alcolismo, o senza lavoro, ma i nostri problemi personali non avevano niente a che fare con il governo. Siamo saliti sull’autobus sbagliato e sono successe un sacco di cose brutte. Bisognava soltanto decidere di uscirne, anche solo per tirar fuori il meglio dalla situazione in cui ci trovavamo.

Bisogna agire. Informarsi. E adesso voi volete chieder; volete imparare. È per questo che siete venuti al seminario. Volete piantare alberi, volete diventare forti. Avete tutto il diritto di leggere quello che volete. Di riunirvi, senza chiedere il permesso. Scendere dall’autobus significa prendere in pugno la direzione della propria vita.

Noi vi diciamo di andare oltre. Di far crescere e produrre abbastanza nutrimento per la vostra famiglia. Di entrare a far parte del progetto per un’alimentazione sicura, e far in modo di mantenere la nostra biodiversità locale seminando piante prevalentemente indigene. Siamo ai tropici, perciò le piante crescono in fretta. In cinque anni, o anche meno, si ottengono piante da frutto, come le banane. Potete andare a insegnare agli altri quello che avete imparato qui, così da estendere al villaggio la vostra conoscenza. Noi vi sosterremo, così potrete incoraggiare altri a scendere dall’autobus. Potete prendere un piccolo gruppo di persone e far loro proteggere un parco o una foresta o uno spazio aperto vicino a voi. La protezione dell’ambiente non è solo qualcosa di cui parlare. È un’azione concreta.

Quelli che vivono vicino alla foresta sono i primi a vedere che la foresta sta andando distrutta. Quelli che vivono vicino alle sorgenti d’acqua notano che vengono danneggiate. I contadini si rendono conto che il terreno è troppo esposto e per questo la pioggia se lo porta via. Queste sono persone che dovrebbero richiamare l’attenzione sul problema sia localmente che a livello nazionale.

Ed è questo il processo che ho visto con il Greenbelt Movement. Le donne che cominciano a piantare alberi nelle loro fattorie influenzano i vicini. Alla fine i vicini si fanno coinvolgere. A livello nazionale, siamo riusciti ad attirare l’attenzione del parlamento, e anche del presidente, sulla necessità di proteggere l’ambiente! E ora vediamo il governo reagire a ciò che dicono gli ambientalisti: che non vengano distrutte le foreste che sono rimaste, che non si privatizzino gli spazi aperti, e che la foresta non venga danneggiata o privatizzata. Queste pressioni arrivano dalla gente comune. Abbiamo cominciato dando potere alle donne. E gli uomini si sono aggregati perché hanno visto le donne svolgere un lavoro molto positivo.

Molti uomini partecipano alla piantagione degli alberi, ma non alla coltura dei germogli nella serra, questo lo fanno le donne (e molto bene). Gli uomini vedono gli alberi come un investimento di tipo economico. Pensano che fra trent’anni avranno grandi alberi da vendere. Comunque sia, ciò significa che il Greenbelt Movement ha la gioia della partecipazione di uomini, donne e bambini, il che è importante. Si può facilmente vedere le donne che piantano gli alberi e gli uomini che li tagliano! È fondamentale lavorare insieme e insieme proteggere l’ambiente.

Il nostro lavoro fa fatto con il cuore puro, ed è motivato dalla partecipazione. Senti questa dichiarazione che c’è nel nostro opuscolo: “l’obiettivo principale di questa organizzazione è far crescere la consapevolezza del nostro popolo in modo che si senta motivato a fare qualcosa per l’ambiente, convincendo il suo cuore e la sua mente che questo è giusto, che è l’unica cosa sensata da fare”.

Aver chiaro ciò che si deve fare dà coraggio, dà la forza di chiedere senza temere. C’è così tanto che non si sa e che bisognerebbe sapere. Anche solo per focalizzare l'obiettivo. Ora siete fuori dall'autobus e andate nella direzione giusta. Vi vedranno agire con passione, determinazione e persistenza. Dritti per la vostra strada. E in un certo senso sarete voi a diventare una minaccia per chi conduce l'autobus e porta la gente nella direzione sbagliata, perché sarete voi a dire a questa gente che possono scendere, che possono fare a meno di seguire chi li porta fuori dal loro cammino. E direte: “Credetemi, state andando tutti nella direzione sbagliata, anche il conducente”. Certo, un “conducente” non vuole sentirsi dire questo. E certo non vuole sentire qualcuno che dice alle persone che lui sta portando che devono scendere dall’autobus. E qui comincia il conflitto. Il capo ti accuserà di deviare il suo popolo, di mettere in cattiva luce la sua autorità e il suo programma.

È quanto è successo tra me e il presidente Moi. Nel 1989, il presidente voleva prendere il parco Uhuru, l’unico parco rimasto a Nairobi. Voleva costruire il palazzo più altro dell’Africa, sessantadue piani. Vicino al grattacielo voleva mettere una statua alta come quattro piani, che raffigurava sé medesimo (così potevi toccargli la testa dal quarto piano del palazzo). E tutta la periferia di Nairobi avrebbe dovuto essere ristrutturata.

Quel grattacielo sarebbe stato così intimidatorio, che anche se rimaneva un po’ di verde nel piccolo parco, nessuno avrebbe osato avvicinarsi. Molto intimidatorio. Era una cosa sbagliata e sarebbe anche stato un disastro economico, perché il presidente avrebbe dovuto chiedere soldi in prestito per costruire il grattacielo, mettendo l’intero paese in un enorme debito. Era davvero un elefante bianco. Ma lui lo voleva perché era una sua esaltazione personale.

Allora noi abbiamo fatto obiezione, dicendo che quello era l’unico parco che avevamo in città, dove la gente che non aveva soldi poteva andare liberamente. E nemmeno la polizia poteva mandarli via, perché era uno spazio libero. In tanti si sono uniti a noi, perfino quelli che stavano per investire nel progetto, perché a quel punto avevano capito che forse non era una buona idea.

Abbiamo messo in piedi una protesta all’interno del parco e la polizia ci ha picchiati. Eravamo solo un piccolo gruppo di donne, perché a quell’epoca, nel 1989, la paura era tanta. Io ero riuscita a portare la questione in tribunale, sostenendo che il parco apparteneva alla gente e non poteva essere privatizzato. Il presidente era solo un amministratore pubblico, e quindi che lui andasse a prendere ciò che gli era stato affidato e lo privatizzasse, era fuorilegge. Abbiamo perso la causa, pare che non fosse pertinente sollevare l’argomento e lamentarsi per il parco. Ma alla fine abbiamo vinto perché i finanziatori si sono ritirati a causa delle proteste popolari. Alcuni membri del parlamento avevano persino sospeso il loro lavoro per discutere del Greenbelt Movement e di me, auspicando che il Greenbelt Movement fosse bandito come organizzazione sovversiva. Hanno tentato di screditarci con ogni mezzo, per destituirci come “un manipolo di donne divorziate e irresponsabili”.

In quell’occasione ho ribattuto con una frase che è rimasta impressa a molti e per molto tempo: “Qualunque cosa pensiate delle donne che fanno parte del Greenbelt Movement”, ho detto, “qui stiamo parlando di privatizzare o no un parco pubblico. Stiamo parlando di diritti civili, di diritti del popolo. Per ragionare di questo serve soltanto la parte anatomica che si trova al di sopra del collo”. Questa è piaciuta alla stampa. Il parlamento era solo prepotente, sciovinista ed evidentemente sporco. Per fortuna ho la pelle spessa, come quella di un elefante. Più mi facevano male e mi mettevano in ridicolo e più mi rendevano forte.  Io sapevo di avere ragione, mentre loro avevano torto.

Qualche anno dopo, nel 1992, con una decina di donne i cui figli erano in carcere per aver chiesto più democrazia per il popolo, sono tornata nello stesso parco e l’ho dichiarato “angolo di libertà”. Siamo rimaste lì per quattro giorni. Il quindi giorno il governo ha mandato la polizia, che ha percosso brutalmente alcune di noi. Non dimenticherò mai la forza di quelle donne. E anch’io sono finita in ospedale, senza sapere cosa stesse accadendo. Le altre donne sono state costretta a tornare da dove erano venute. Ma il giorno seguente erano di nuovo a Nairobi a cercare le altre. Sapevano che alcune di noi erano all’ospedale, e ci hanno fatto avere un messaggio per dirci che ci aspettavano, che non sarebbero andare a casa. Invece, sono andate dal pastore anglicano della Cattedrale di Ognissanti che ha offerto l oro di aspettare le altre rimanendo nascoste nella cripta. Il pastore pensava che si sarebbe trattato di un paio di notti, ma invece è passato un anno. Le donne sono rimaste nella cripta nell’attesa che Moi rilasciasse i loro figli. Le autorità hanno provato in ogni modo a farle andare via. Hanno cercato di corromperne alcune; di intimidirne altre; hanno persino mandato alcuni dei loro figli a convincerle di andarsene. Spesso eravamo circondate da poliziotti armati, che minacciavano di sfondare la porta della chiesa per farci uscire. Per fortuna non l’hanno fatto, perché alcuni dei soldati erano cristiani e li abbiamo sentiti dire che non avrebbero mai potuto fare irruzione in una chiesa.

Così avevamo vinto di nuovo! È stato meraviglioso vedere quei giovani uscire di prigione e sentirli esultare per la forza delle loro madri. Anch’io ero stupefatta di quanto fossero state forti. È stata la dimostrazione che si può avere un governo estremamente oppressivo, e passare periodi veramente oscuri, ma c’è gente che si solleva per proteggere i diritti degli altri.

Il coraggio. Vuol dire non avere paura. La paura è il peggior nemico. E penso che si superi la paura quando non si pensa più alle conseguenze. Quando faccio quello che faccio, quando scrivo lettere al presidente, e lo accuso di ogni crimine di questo mondo, o di essere uno che viola i diritti che conosco, specialmente quelli che riguardano l’ambiente, o affermo di ritenerlo responsabile della violenza verso le donne, io devo avere coraggio.

Sai, quando mi attaccano, io dico che questo è violenza sulle donne. Quando mi minacciano di mutilarmi i genitali femminili, questa è violenza sulle donne. Se mi attaccano, io li attacco a mia volta. Tanti mi dicono: “Potrebbero ucciderti”. E io rispondo: “Sì, potrebbero, ma se pensi a quelli che potrebbe succederti, non puoi vincere. Non visualizzare il pericolo in cui puoi imbatterti. Devi avere la mente sgombra per quanto riguarda il pericolo.” Questo aiuta ad andare avanti. Le persone ti trovano coraggiosa – e magari sei coraggiosa. Ma questo in parte è perché non vedi la paura che vedono loro. Non guardi la prospettiva di poter venire ucciso, di poter morire. O che ti taglino una gamba. Se lo fai ti blocchi. Se vedo arrivare il pericolo, non sento il pericolo. In quel preciso istante, vedo solo una cosa: che sto andando nella direzione giusta.

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