1997: Wei Jingsheng

“Se non combatti la tirannia, i tiranni non ti consentiranno mai di avere una vita normale. O ti arrendi a loro, o dedichi la tua vita a qualcosa di straordinario.”
Biografia
Wei Jingsheng, attivista per i diritti umani e la democrazia, ha ricevuto il Robert F. Kennedy Human Rights Award nel 1997 ed è uno dei difensori dei diritti umani di Speak Truth To Power.
Wei Jingsheng è divenuto simbolo della lotta per i diritti umani e lo democrazia in Cina dopo lo rivoluzione culturale, poiché è stato tra i primi a esigere una società più libera. Nonostante il rischio di venire arrestato, Wei ha parlato apertamente con i giornalisti occidentali, pubblicando articoli che chiedevano una riforma e mettendo a confronto le strategie de lpotente premier Deng con il disastroso piano quinquennale del presidente Mao. La sua sincerità gli è valsa una condanna a quindici anni nell'infame prigione cinese laogai (prigione con campi di lavoro), per lo più in isolamento, dove ha subito pesanti abusi. Anche se la sua salute ne ha fortemente risentito, la sua determinazione è cresciuta più che mai. Il 14 settembre 1993, pochi giorni prima del voto ufficiale del Comitato Olimpico Internazionale che avrebbe confermato lo Cina come paese ospitante i Giochi, Wei è stato rilasciato. Le autorità speravano che avesse imparato la lezione, invece Wei si è messo in contatto con i capi della riforma - che dopo i fatti di Tienanmen erano praticamente rimasti in silenzio – ed ha avuto un ruolo fondamentale nel rinnovamento del movimento democratico in Cina. Nel 1994, a seguito dell'incontro di Wei con John Shattuck, statunitense, assistente del Segretario di Stato per i Diritti Umani, il Governo Cinese si è scagliato ancora una volta contro Wei, segregandolo in carcere per oltre un anno. Il regime ha inscenato un processo simbolo condannandolo ad altri 14 anni di reclusione sempre nella prigione laogai. Nel 1997, l'intensa pressione internazionale ha fatto in modo che lo detenzione di Wei venisse convertita in esilio. Attualmente Wei ha stabilito lo propria sede presso la Columbia University di New York, e viaggia per il mondo, denunciando con forza gli abusi dei diritti umani perpetrati dalla Cina nei confronti del suo popolo.
Wei Jingsheng Foundation
Intervista
Vivere in prigione o vivere in esilio è comunque difficile. Ma certamente da lontano posso essere molto più utile al movimento democratico di quando ero rinchiuso in prigione. In esilio posso aver cura della mia salute, mi nutro molto meglio. Ma ci sono certe cose per cui preferisco la prigione. Per esempio, là c'erano ben poche persone che potessero disturbare la mia serenità interiore. Non ero costretto ad ascoltare tutte le stupidaggini che sento qua fuori. In prigione sai bene qual è il nemico, e magari riesci anche a farci amicizia, a stringere alleanze sincere con chi prima era dalla parte opposta alla tua. In esilio è esattamente il contrario. Molti dicono di essere amici, ma in realtà sono nemici, e faranno di tutto per danneggiarti e danneggiare il movimento. E questo crea non pochi problemi.
È assurdo che proprio le persone che per anni ed anni, sono state perseguitate dal sistema comunista rimangano convinti difensori del comunismo. È imbarazzante e anche triste. Ed è altrettanto assurdo che i politici occidentali, politici che vivono in paesi democratici liberi, che capiscono l'importanza della libertà e ne godono pienamente, insistano nel difendere la tirannia comunista.
Quand'ero in prigione per la seconda volta, prima che mi fosse sentenziata la pena di quattordici anni, alcuni dei miei carcerieri mi dicevano, "Qual è lo scopo della tua lotta? I tuoi cosiddetti amici americani sono molto più amici del nostro leader. Hanno stretto accordi fra di loro. Stai sprecando il tuo tempo". Allora non volevo crederci. Ma adesso che sono fuori, lo devo ammettere, perché lo vedo con i miei occhi.
Prendo forza dalla gente comune, sia cinese che americana. Ogni persona, di qualunque origine, desidera che la propria dignità venga rispettata. Questa forza è un continuo stimolo per il mio lavoro. La democrazia rispetta i cittadini più della tirannia. Se non combatti la tirannia, i tiranni non ti consentiranno mai di avere una vita normale. O ti arrendi a loro, o dedichi la tua vita a qualcosa di straordinario. lo cerco di contattare le persone che vivono nei paesi democratici, e chiedo loro di appellarsi al proprio governo affinché veda il Comunismo Cinese per quello che veramente è. Non ho ancora avuto una piena riuscita, ma almeno il lavoro è cominciato.
È impossibile tenere in equilibrio la vita personale e la dedizione al proprio paese quando si affronta un oppressore imponente. La tua responsabilità è verso coloro che soffrono. Se non opponi resistenza, l'oppressore non ti permetterà nemmeno di esistere. Un equilibrio non c'è - devi semplicemente dedicare la tua vita a un impegno più grande.
È normale proteggere se stessi prima di tutto. È comprensibile. Secondo mio fratello e mia sorella più giovani, io non sono normale. Ma se si intraprende un tale cammino, significa che si è presa una decisione, si è operata una scelta. Mio padre era un generale, quindi avrei potuto godere dei privilegi principeschi della vita dei ricchi in Cina. Ma ho fatto la mia scelta.
Il periodo era intorno al dicembre 1978. Tali decisioni non hanno mai una sola motivazione, ne hanno sempre parecchie. Viaggiando attraverso la campagna ho visto i contadini che vivevano in condizioni terribili. Chiunque avesse un briciolo d'umanità, non poteva non provare compassione e solidarietà verso di loro. Ho cominciato a viaggiare quando avevo sedici anni, e da quel momento sono sempre stato in movimento. Non ho perso occasione per cercare di migliorare le condizioni di vita di quelle persone. Nel dicembre del 1978, Deng Xiaoping ha pronunciato un famoso discorso che tendeva a schiacciare i primi accenni di democrazia. Coloro che si adoperavano per la democrazia erano talmente intimoriti da questo messaggio e dalle sue conseguenze che si sono tirati indietro. In quel momento ho deciso di schierarmi contro Deng Xiaoping.
Il 1997 è stato un altro momento in cui ho dovuto operare una scelta. Ero ancora in prigione, e fino ad allora mi ero rifiutato di uscire finché non avessi finito di scontare la pena. Deng Xiaoping mi aveva offerto di scegliere: dovevo ammettere di aver sbagliato e sarei stato libero di andarmene. Mi sono sempre rifiutato di farlo. Nel 1997 ho appreso che il movimento democratico oltremare era ridotto veramente male. A quel punto ho pensato che se non avessi lasciato la prigione non ci sarebbe nemmeno più stato un movimento democratico. È solo un anno e mezzo che sono in occidente, e credo che alcuni cambiamenti ci siano stati. Primo, gli Stati Uniti hanno portato molti paesi a uno risoluzione denunziando la Cina alle Nazioni Unite. Secondo, le Nazioni Unite sembrano più compatte contro la cooperazione con la Cina.
Quando ero in prigione provavo un senso di solidarietà verso le sofferenze dei contadini detenuti, quelli che un tempo avevo incontrato nei miei viaggi. Ho continuato a credere che ciò che facevo fosse giusto e che potesse aiutare le persone che soffrivano. Pensavo di riuscirci. Questi pensieri mi davano speranza.
Nel 1997, mi hanno picchiato, messo in isolamento e mi hanno tolto tutto ciò che avevo da leggere. In tali condizioni, la mente non ha punti di riferimento, ti senti confuso. Molti di quelli che conoscevo in prigione sono impauriti. Era proprio quello lo scopo dei nostri carcerieri. Leggere è importante, di qualunque argomento si tratti. È uno sforzo fondamentale per dare alla mente una direzione. Senza una direzione, uno perde la testa. È una grave forma di tortura.
La gente di Pechino ha un gran senso dell'umorismo. I cinesi hanno sempre cercato di affrontare la tirannia con l'umorismo. L'hanno sempre usato per esprimere l'assurdità delle loro esperienze. Quanto a me, sento che fa parte della mia natura, è la mia miglior difesa. C'è un'altra fonte di forza, ed è la capacità di proteggere la propria dignità. È molto importante, e molto difficile. Devi credere che ciò che fai sia giusto. Se credi in ciò che fai, la sofferenza diventa secondaria.
Se non ti prepari alla morte, allora non puoi andare contro il regime, ma una volta che sei preparato alla morte, non pensi più ai tuoi sforzi in termini di successo o fallimento. Li vedi come la scelta di fare la cosa giusta. Sono cresciuto in una famiglia dove mi insegnavano che bisogna assumersi le proprie responsabilità. Questo mi ha molto influenzato. Una volta che hai preso una decisione, sai che c’è un prezzo da pagare.
Fortunatamente, vengo da una famiglia di testardi, quindi affrontare il pericolo o la repressione + normale per me. In un momento cruciale certe persone pensano alla propria sopravvivenza, e rinunciano alla loro dignità, ai loro scopi e ideali. Queste persone sembrano molto deboli. Ma quando lo fai per la dignità degli altri e non solo per te, allora sai che ciò che fai è giusto. A questo punto, il coraggio diventa ricchezza. Per un mese mi è pesata sul capo una condanna a morte e ho avuto tanta paura. Poi ho pensato, “morirò comunque. Perché morire dando la soddisfazione ai miei nemici?" Così ho imparato a controllare la paura in quel brutto momento, che poi è passato. Mi sono aggrappato alla mia dignità. Il coraggio è sia mentale sia fisico. Certe persone nascono coraggiose. Altri invece, davanti al pericolo tremano e non riescono a controllarsi.
Uno non dovrebbe giudicare queste persone perché non possono controllare le reazioni del corpo, questo tipo di coraggio fisico è qualcosa con cui si nasce. Fin da quando ero giovane, il mio corpo non aveva paura - o comunque molto poca. I due commenti più consistenti sulle miei pagelle scolastiche erano la mia testardaggine, e la mia poca paura. Certo, agli insegnanti cinesi questi trtti non piacevano molto.
Nessuno ha sempre ragione. Quindi quando si osserva qualcosa bisogna mantenere una certa equanimità. Quando si è nel torto, bisogna saperlo ammettere. La pace con te stesso è più facile. Bisogna essere onesti. Mi sono scontrato con i leader comunisti cinesi eppure nessuno di loro ha mai messo in dubbio ciò che dicevo. Mi odiano. Hanno paura di me. Ma non mettono in dubbio quello che dico. Anche i poliziotti del carcere mi prendevano in considerazione. Addirittura alcuni mi chiedevano consigli perché sapevano che avrei detto la verità. Se sei coerente, puoi arrivare ovunque. Fa riconciliare le persone. Devi dimostrare la tua veridicità. In decenni di battaglie contro i leader comunisti, nessuno mi ha mai accusato di mentire. E se alla fine hai la reputazione di una persona leale, persino il tuo nemico può arrivare a fidarsi. Questo ti permette di avere una vita equilibrata.